La Casa de los azulejos, un palazzo di maiolica azzurra

Al centro di Città del Messico c’è un edificio davvero straordinario che per vostra fortuna è stato trasformato in un ristorante economico. Parlo chiaramente del Samborn’s de los azulejos. È facilissimo da trovare, dal Zocalo dovete percorrere Calle Madero, una via pedonale sempre affollatissima, che alla fine sfocia all’Alameda dove troverete quattro punti turistici importanti: l’alameda stessa, il palazzo di Bellas Artes, la Torre latino americana e, appunto, il Palacio de los azulejos o Casa de los azulejos.

Il nome attuale deriva dalla caratteristica di essere completamente ricoperto da ceramica blu, la famosa (qui in Messico) talavera poblana. Questo tipo di produzione artigianale è tipica dell’area di Puebla per le argille lì presenti e per fare questa maiolica usano delle tecniche derivate dalle tradizioni industriali cinesi, italiane, indigene e spagnole. Se visitate un qualsiasi museo di storia in Messico, ne troverete a quintali, e somigliamo alle ceramiche cinesi o a quelle di Capodimonte. Non a caso!
Dicevo, il palazzo è ricoperto da queste maioliche ed è bellissimo. La fondazione data al primo secolo di storia messicana, ma la sua forma attuale la prende nel Settecento. In origine era chiaramente la casa di una famiglia nobile, ma col passare delle vicissitudini e sconvolgimenti politici messicani, passa ad essere la sede di un club per soli gentiluomini di epoca porfiriana (no, non era un locale per spogliarelliste, ho controllato), la sede della Casa dell’Operaio e infine la sede principale dei ristoranti Samborn’s. E questa è la migliore notizia per il turista. I Samborn’s sono ristoranti di qualità medio-alta e di prezzo abbordabilissimo, del tipo che un pranzo vi può costare 12-20 euro. Quindi, una volta che siete davanti al palazzo, approfittatene per mangiarci dentro, o almeno prendere un caffè e così potete ammirarne anche gli interni. 

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Troverete un’architettura barocca e vari murales, fra cui uno di Orozco. 

Lo sfavillare del ristorante vi spaventerà perché avrete paura della fregatura al momento di pagare il conto, però ve l’assicuro, state per pagare proprio quello che è nel menù. 

Io collego questo palazzo al primissimo giorno in Messico, infatti appena uscito dal metro Zocalo ci siamo diretti lungo calle Madero per fare colazione in questo ristorante. Al momento di fare l’album delle foto di matrimonio, abbiamo avuto una parentesi vandalica, perché la fotografa ci chiese di arrampicarci sulle finestre esterne del palazzo. Ci sono delle inferriate, siamo saliti usando quelle, non pensate che abbiamo usato piccone e corda, altrimenti avrei dato una picconata in testa alla fotografa, pur di non rischiare di provocare danni a un edificio storico. Sono un fifone e per quanto la fotografa insistesse con “Guardala con amore tenero” l’unica cosa che pensavo era “Porcaputtanaladra e come faccio a scendere? E se escono e ci beccano?” e il tutto traspare dall’espressione che avevo. A parte questo, il palazzo è proprio bellino. 

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La Biblioteca Vasconcelos

Il nord di Città del Messico è una zona che di solito viene schifata dal turismo nazionale e di massa. Ed effettivamente, di ragioni ce ne sono abbastanza. La zona è decisamente bruttina, e dal punto di vista culturale o museale non ha grandissima offerta. Di parco c’è il Bosque de Aragon, cugino snobbato del più celebre Chapultepec. Enorme eccezione che conferma la regola è il mega centro religioso della Villa, polo di attrazione di milioni di pellegrini ogni anno. Ma si sa che il turismo religioso segue delle regole che non sempre rispettano quelle del turismo storico o culturale. 

Nel mio primo anno di permanenza qui, ho però scoperto un gioiello che mi ha lasciato a bocca aperta. Complice il fatto che lavoravo nel nord cinque giorni alla settimana, che avevo 5 ore libere a metà della giornata e che le mie entrate economiche erano decisamente umili, mi sono messo alla ricerca di una biblioteca, e con il passaparola mi hanno suggerito la Vasconcelos. È veramente bellissima. 

La biblioteca Vasconcelos è decisamente recente, infatti è stata inaugurata nel 2006. Poi ha subito avuto problemi strutturali ed è stata chiusa, riparata e riaperta mesi dopo. In seguito a questa inaugurazione a singhiozzo, si è subito mostrata come un colosso della biblioteconomia: può contenere fino a due milioni di volumi, è predisposta per essere visitata da 5000 persone e ha un parcheggio con più di 300 posti auto. In realtà la maggior parte dei visitatori ci arriva in trasporto pubblico dato che si trova proprio di fronte alla mega stazione di Buenavista, che collega tre differenti sistemi pubblici: il metro, il metrobus e il treno che va in direzione dello Stato del Messico. 

È una biblioteca sorprendentemente luminosa, questo perché il tetto e le pareti sono tutte trasparenti, perciò visitarla durante il giorno è un piacere. È situata su 4 piani, aperti nella fascia centrale della biblioteca. Cioè, se passeggi nel corridoio che l’attraversa, puoi vedere i laterali degli scaffali. Tutto è chiaramente classificato secondo Dewey, il metodo di classificazione dei libri più diffuso a livello mondiale. E qui arriva il bello: se tu guardi verso l’alto, nel lato esterno di ogni libreria è indicato il codice numerico che classifica il suo contenuto! Praticamente è come un’enorme libreria organizzata in verticale! Magari per voi non è niente di che ma per me è una figata. 

Possiamo aggiungere che al centro del corridoio centrale hanno messo una riproduzione di scheletro di balena, giusto per mantenere le cose tutte in proporzione.

Il prestito e la restituzione dei libri possono avvenire tramite un bibliotecario o in maniera automatizzata con lettura di codici e apertura di scaffali metallici dove ridare il libro. 
Perciò, se avete più di 3 giorni da passare qui, un salto ve lo suggerisco di sicuro. 

PS: Tra l’altro, messicando è la pagina su Instagram, se volete seguirla.

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Chiles en nogada, un’altra “roba strana” del Messico

Ferragosto è passato incolume in Messico. Dico incolume perché non voglio dire inosservato, ma qui è una data che non si celebra. Certo, i messicani sanno che il quindici è il giorno dell’assunzione (bueno, almeno i messicani mojigatos) ma non ha nessun tipo di riscontro civile o di pausa lavorativa. Tanto per dire, passi i giorni in maglione, questo per farvi capire quanto anche climaticamente siamo proprio differenti. In compenso si avvicinano le feste patrie e con esse alcuni piatti che diventano più frequenti. È proprio di uno di questi che oggi voglio scrivere, il chile en nogada.

La cucina messicana è qualcosa di…”sperimentale”, che mescola con sadismo…perdon, con piacere, dolce, salato e piccante, rendendo quasi inutili queste categorie. Come cazzo fai a chiamare dolce il pulparindo? È una roba con tamarindo, un po’ di zucchero, peperoncino, sale, chamoy. Il gusto totale è assurdo, ma può piacere. A me piace.

Il chile en nogada rientra in questa categoria di “sono quel cazzo che voglio, alla faccia tua, bastardo europeo che vuoi classificare tutto con le tue categorie settecentesche, gnegnegne cicca cicca” (leggete con tono infantile e fastidioso). Come dice il nome, la base del piatto è un chile, nel caso specifico un chile poblano. È un “peperone” un po’ piccante. A questo si tolgono tutti i semi e si svuota, riducendone il piccante. A parte si prepara una sorta di…ragù, con carne macinata, uva passa, un tipo particolare di mela, un tipo particolare di pera, pesca, ananas, platano macho, pinoli, cipolla. Si riempie il chile poblano con questo ragù. Poi si crea una crema di noci (…en nogada), che si mette sul chile. Giusto perché “ci manca qualcosa”, sgranate un melograno e mettetene i chicchi sopra, con del prezzemolo. Fatto. Facilissssssimo, vero?nci sono differenti versioni, alcune più vicine alla tradizionale, altre più fantasiose, sembra che la cosa che più varia sia quali tipi di frutta si mettono nella salsa.

Come potete immaginare leggendone la preparazione, non è un piatto facile. Ci vuole impegno e masochismo per riuscire a fare bene il tutto, non è un piatto che tutte le famiglie messicane riescono a realizzare. Per di più, richiede frutta di stagione, quindi è più facile vederlo e incontrarlo proprio in questo periodo, luglio agosto e settembre. È caro, per via delle noci fresche. Personalmente, mi piace ma non ci vado matto, però se me ne regalano uno sono contento!

Ora andiamo all’origine. Il chile en nogada ha la stessa funzione patriottica che ha la pizza margherita in Italia. Per chi non lo sapesse, originalmente la pizza era un disco di pasta con salsa di pomodoro, e a volte poche varianti come erbe. Quando la famiglia reale Savoia venne in visita a Napoli e si fermò nella più famosa pizzeria dell’epoca, il pizzaiolo creò la margherita aggiungendoci mozzarella e un po’ di foglie di basilico, in onore alla Regina Margherita di Savoia che stava visitando il suo locale. Il risultato voluto era creare un piatto con i colori nazionali. Bianco rosso e verde. Come effetto collaterale, il piatto era incredibilmente più buono. Lo stesso è successo al chile en nogada. Agustin de Iturbide (figura importantissima della storia del Messico indipendente e per un certo periodo imperatore dello stesso) stava tornando a Città del Messico, passando per Puebla. Era il 28 agosto 1821, San Agustin, quindi era l’onomastico di questo politico. Per festeggiarlo e in clima patriottico, le monache Agostine del convento di Santa Monica, crearono questo piatto. Iturbide aveva paura di essere avvelenato, ma ha apprezzato moltissimo questa creazione, diventata presto uno dei piatti nazionali celebri di Puebla. 
(Foto da internet)

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Pinche…!

Artículo interamente dedicato a una delle in parole preferite dello spagnolo messicano. Pinche.
Lo spagnolo parlato in Messico è pienissimo di termini che usano il suono Ch (in italiano è quello tipo cia c’è ci ciò ciu). In un primo momento questo mi confondeva. I primi giorni passati in questo paese ho accompagnato la mia ragazza in un progetto di lavoro e mentre lei discuteva con un collega riguardo ad alcune proposte da fare io leggevo. Be’, una delle frasi che più ricordo di quel primo periodo è “No manches Chivis! Ese pinche chamaco quiere chamba o que?” cioè “Porca vacca Silvia, quel pischello vuole lavorare o che?”. Ecco. 
Ben presto ho potuto padroneggiare la parola pinche e usarla con tutto il suo potere. Ogni volta che ti stanchi, ti dà fastidio qualcosa, vuoi maledire ma senza esagerare, eccola pronta. Pinche lunes. Pinche autista che guida come un animale. Pinche studente che mi dà appuntamento e non arriva. Pinche paese, con la gente che butta i rifiuti dal finestrino. Pinche cellulare che si blocca quando devo chiamare. Pinche grappa che è già finita (da sola?). Pinche acqua che non si scalda. Pinche gas.

Se proprio proprio vogliamo essere precisi, Pinche ha pure un significato suo legittimo ed è l’aiutante di cucina, il tuttofare. Perciò, il cuoco chiede al suo Pinche di pelare le patate. 

Alla lezione di francese del lunedì, stavamo scherzando sul fatto che la parola Pinche sarebbe utile pure in quella lingua. Ridendo e scherzando, abbiamo pronunciato Pinche alla francese. Uno studente ha sfoderato Google…e risulta che avevamo ragione. Pinche può derivare dal francese!

Pinché est un nom vernaculaire ambigu en français. Un pinché peut désigner plusieurs espèces de singes du nouveau monde du genre Saguinus qui incluent également des Tamarins. Les tamarins fréquentent la forêt humide tropicale de plaine alors que les pinchés d’Amérique centrale sont des hôtes réguliers de la forêt sèche.




 Significa scimmia in quella lingua e denotava proprio dei primati del continente americano. Come in tante lingue, scimmia è dispregiativo perciò credo sia abbastanza facile prevedere come il termine francese sia passato allo spagnolo messicano, probabilmente sempre nel periodo culturale fecondissimo dell’intervención francesa. Sti giorni sto cercando di imparare un po’ di portoghese e ho scoperto che scimmia si dice macaco in quella lingua. Subito ho pensato a come noi veneti usiamo quel termine proprio per indicare un tonto. Wow, il ciclo si chiude. 

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Como parlare da barrio, piccola lista di espressioni per sopravvivere a un dialogo naco

Questa settimana è successo un curioso incidente, che ha dato origine a questo articolo. Mi ha scritto la mia amica Claudia per Whatsapp, il messaggio “come steroids?” L’ho subito interpretato in “come steto?” che in Veneto significa come stai? e le ho risposto. Questo non per dire che sono super intelligente. La cosa curiosa è che io avevo subito pensato che lei lo avesse scritto volontariamente, e non fosse stato un errore di battitura che ha attivato l’autocorrettore, o il semplice fatto che i cellulari non hanno la tastiera in Veneto. Come ho subito detto a Claudia, mi sono abituato a fare questo tipo di interpretazioni, perché in Messico sono all’ordine del giorno, e di questo parlo nell’articolo. 

Normalmente questo tipo di parlata si chiama frases de barrio o per chi non lo apprezza (mi metto in questa lista) Hablar naco. Barrio è il quartiere popolare, come le borgate romane, e in generale provoca un certo tipo di orgoglio provenire o “sopravvivere” all’ambiente di barrio. Per questo quando una persona è snob o non sa mangiare o vivere anche a costo di scendere a compromessi, gli si dice che “le falta barrio”, gli manca barrio, ne avrebbe bisogno. Come in ogni micro ambiente socioeconomico, si sviluppa un linguaggio locale. Questa subcultura è stata resa degna e messa sotto i riflettori con i film di Pedro Infante e in particolare col suo personaggio Pepe El Toro. Lì per la prima volta sono finite in un film le frasi che nel barrio messicano sono il pane di tutti i giorni. Come nascono queste frasi? 

Un primo processo potrebbe essere il completamento. Esempio, se uno deve dire sì, può rispondere Simona. La parola è inutilmente lunga ma nella prima parte si identifica ancora il suo significato originale.

Un secondo processo è la storpiatura. No si storpia in Nel, che si usa per risposte negative, e per completamento da lì in Nelsol. Alla stessa maniera, se uno vi dice ya te la sandwich, è per dire ya te la sabes, cioè già lo sai, già te puoi immaginare.

Un terzo processo importantissimo è la rima o l’assonanza. Riprendiamo l’esempio del Simona: la risposta completa è Simona la mona pelona. Significa Simona la scimmia pelata. Non c’entra un cazzo, ma se un messicano vi dice questo, sta dicendo sì. 

Ho cercato un po’ in Google e ho trovato una vera miniera, perciò l’unica cosa che farò sarà organizzarla e renderla comprensibile per gli italiani. Come altre volte, anche questo articolo sarà in continua espansione, aggiungendo le vostre proposte o se scopro altre espressioni. 

Piccola nota, pensavo di cercare di tradurre all’italiana ogni espressione equivalente ma mi rendo conto che è inutile oltre che un lavoro lunghissimo. Primo, alcune frasi non hanno proprio senso, e le tradurrò esattamente per mostrarlo. Secondo, l’importante è la rima e se le traduco è proprio quello che si perde. Terzo, alcune frasi sono intraducibili o fanno riferimento a marche, città o tradizioni messicane. Quindi, per quanto questa lista potrebbe essere utile, diventerà comprensibile solo se vivete in Messico o avete GRANDE esperienza di questo paese. Tradurrò solo quelle più simpatiche o che lasciano intendere il senso.

A huevo(per forza!): a huex, a web, a hueso, Agüelo, soy tu nieto! sono tuo nipote!

Bien (bene, ricordate che i messicani sono incapaci di distinguere la b dalla v, perciò suona come “vien”): Vientos huracanados del norte y del sur con tendencias a la baja. Yo pense que ya estabas morongas, pero nopales, estas bien vivorolas. 

Calmate: Sereno moreno! No te calientes cazuela! Non scaldarti pentolino! No te calientes plancha! …ferro da stiro! Calmantes montes! Aguanta candela! Comunicame tu ardor! Se ve que andas bien ardilla! Quieto prieto! 

Carnal (fratello, amico): carnival

Chido (figo, ottimo): Chido, Liro, Ramiro y el vampiro Clodomiro! Chido one, Tehuacan! 

Como estás?: Como estanques? Como estanques mi pescado? Come vasche mio pesce?

Claro: clarines Clarinetti 

Despedirse (saluti finali): Hay la bestia peluda! Como dijo el gran Tom Boy, yo ya me voy! Como dijo el Santo Papa, chin, chin Jalapa! Como dijo el cirujano (chirurgo), parto sin dolor! Este osito de peluche, ya se va para su estuche! Questo orsetto di peluche se ne va alla sua confezione! Este muñeco cambia de aparador! Questo bambolotto cambia di vetrina! Cada chango a su mecate! Ogni scimmi alla sua corda! Ahi nos vemos cocodrilo! Como dijo el gran queso al rato regreso! Si tienen lavadora ahí lavemos! Se avete lavatrici, lì laviamo, suona come ci vediamo Me multiplico por Serapio Rendon! 

Estás bien mamado (Sei proprio forte o forzuto): Estás bien mama Dolores! Estás bien tronado! Eres pura vitamina! Eres el capitan platano! Estás bien Quaker mi avena! Estás bien Arnoldo Suarez Najera! Estás bien troncho Poncho! 

Ya te la sabes! Già lo sai: yo te la Sandwich, ya te la sabanas

SÌ: simon, Simona la mona pelona, Yes en ingles, Takanaka en Japones! 

Luego te veo (ti vedo dopo): Luego te Viceroy! 

Me despido (ti saluto e me ne vado): Como dijo el resorte: me restiro! Come ha detto la molla, mi allungo!

Me late (mi va, mi piace): Me late un restoran! Me late cacahuate! Camara conchinchin! 

Neta (davvero? O precisamente): la neta del planeta

Ni madres(assolutamente no): ni mais

No: nel, nelson, nel pastel

Tomala con calma (prendila con calma): leve la nieve (lieve la neve)

Que onda? (Come va?): Que ondita con el pandita? Que Honduras con las verduras que andan bajas las temperaturas? Que Honduras mi Nicaragua? Que ondon, Ramon? Que hongo, jorongo, tepetongo, morongo? 

Que pasó? (Cos’è successo, come va?): Que Pachuca por Toluca? Que Pachuca por Acambaro? Que pasotes con esos zapatotes? Che grandi passi con quegli scarponi?

Que pedo? (Che scorreggia, uguale a que pasó) Que pez, marques? Que pez, acuaman? Que Pedro Pablo? 

Que tranza? (Come va?) Que tranza, Carranza? Que transita por tu avenida? Que transita por tus venas? Que trampa, cazador? 

Sorprendersi: Ay Jonas dijo la ballena cuando lo sintio en el hombligo. Ah Giona disse la balena quando lo sentì nell’ombelico. Asustame pantera! Espantame panteon! Spaventami cimitero!

Te veo al rato (ti vedo più tardi): Te veo al raton le gusta el queso y a la ardilla la tortilla! Al raton vaquero! 

Voy al baño (vado al bagno): Voy a cambiarle el agua al perico! Voy a cambiarle el agua a las aceitunas! Vado a cambiare l’acqua all’uccello, alle olive Orinita vengo! (Da Ahorita)

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Tepoztlan, la piramide e animali pucciosissimi

Se avete a disposizione più di una settimana di tempo e siete nella zona di Città del Messico, il mio consiglio è che andiate a visitare una cittadina vicina, chiamata Tepoztlan, nello stato di Morelos. La cittadina è facilmente raggiungibile via autostrada o con un autobus interurbano. 

La parte più interessante della cittadina è sicuramente il Tepozteco, un monticello che la sovrasta. Sulla cima del monte è stata costruita una piramide! La salita è abbastanza dura, ma ce la potrete sicuramente fare. Non è pericolosa ma io vi consiglio di arrivare presto per evitarvi la doppia fila. Sì perché il cammino che si fa alla salita vale anche per discendere, e nei punti in cui si fa stretto o dove le pietre sono meno stabili…lì sono cazzi vostri se avete anche una famiglia messicana cicciottella che sta andando nella direzione opposta. Quindi, partite presto per salire e al momento di scendere fate tutto con calma. 

Dicevo, una volta giunti sulla cima potrete ammirare i resti di una piramide. È del secolo XII-XIV, e aveva sulla cima un tempio dedicato a Ometochtli-Tepoxtecatl, divinità del pulque e del raccolto. Vicino alla piramide hanno costruito un bar che offre delle bibite rinfrescanti e energizzanti per chi è appena arrivato, credo che le chiamino con il folklorico termine di “levanta muerto”. 

Altra cosa pucciosa sono gli animali che lì ci vivono. Potrete infatti ammirare una comunità ben nutrita di cuatimundi, dei mammiferi molto simpatici. 

Cibo tipico di questa regione sono gli itacate. Se siete lettori affezionati di questo blog, saprete sicuramente che itacate è un termine che si usa per nominare gli avanzi che si portano via e si mangiano il giorno dopo. Bè a Tepoztlan sono invece delle gorditas triangolari che si possono riempire con un po’ di tutto e si mangiano per colazione. 

Se scendete in tempo potete anche fare un giro per il paesino che è “coloniale”, parola che in Messico indica i borghi ben conservati o non sventrati dall’urbanismo senza controllo. C’è anche una buona zona di mercato artigianale quindi un giorno in questo paesino è un giorno ben speso. 

Ah, le foto sono mie 😀

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I messicani e i diminutivi

Chi ha vissuto qualche mese in questo paese o ha passato un buon periodo con un messicano, si sarà sicuramente reso conto che i messicani usano moltissimi diminutivi, e a volte il risultato può sembrare infantile o vagamente Cursi, sdolcinato.

Son 40 pesitos por favor

Me da un poquito de jamoncito?

El quesito es bien bara bara!

En la mera esquina hay una tiendita donde vended de todo

Agréguele un tantitito de sal

Te vas derechito al infierno!

Y otras ridiculeces…perdon! Questo genere di alterazioni ti danno la sensazione di star parlando con un bambino, o che l’adulto che ti sta di fronte ti stia trattando come bambino o si stia prendendo gioco di te. In realtà, nella maggior parte dei casi l’interlocutore nemmeno si accorge di quel che sta dicendo, lo fa per abitudine, sicuramente per averlo adottato dalla famiglia e da tutte le persone con cui parla quotidianamente. Possibilmente, il parlare con diminutivi rende più leggera una richiesta e sembra trasformare in più amabile il discorso con un amico, parente o uno sconosciuto. 

È anche probabile che questo genere di tono sia indicativo della fragilità e dell’incertezza del carattere messicano, che cerca sempre di evitare parole troppo forti per non rompere quello che considera importante. 

Un caso eclatante di diminutivo è il sostituire Hombre e mujer con niño e niña. In questo caso, si cambia proprio la parola e il risultato è qualche volta agghiacciante. Tipo, “éste es el baño de niñas, los niños van allá.” No manches, e io dove piscio, che sono adulto?

O “es que estoy saliendo con una niña que es muy celosa”. Mi congratulo o ti denuncio come pederasta?

Ho appena avuto una breve avventura ospedaliera e questo mi ha permesso di vedere che i diminutivi non sono parte solo della lingua popolare ma che entrano anche in ambiti professionali alti come quello medico. Frasi come “levante su patita”, “le voy a picar la espaldita”, “cierre su manita”, “ahorita pasamos y le ponemos otro parchecito” non erano dette al reparto pediatrico, ma da un dottore cinquantenne e visibilmente professionale a uno straniero villoso e acciaccato. 

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