Estuve Cubando!

Ciao! Buen anno a tutti! Spero stiate bene. Con oggi do inizio a una breve parentesi  (di due articoli) per parlare un po’ del paese latino che abbiamo appena visitato, Cuba. Ci siamo stati in vacanza ed è stata un’esperienza particolare.
26195808_2250594031632718_7468193899780717152_n
Partiamo dall’inizio inizio. I cubani esattamente come gli italiani considerano gli atterraggi come dei miracoli di altissima ingegneria e applaudono. Per chi avesse viaggiato solo dall’Italia e ritorno, vi giuro che se sentite qualcuno applaudire quando si atterra, è sicuramente segnale che ci sono italiani a bordo. O cubani, a quanto sembra.
Un altra cosa che ho visto è che viaggiano con degli enormi pacchi tenuti insieme con lo scotch. Cioè, extra alla valigia, da 4 a 12 di questi fagottoni. Questo si deve al regime comunista cubano: quando un cittadino esce dal paese in vacanza, al rientro porta alla famiglia e amici molti beni introvabili in patria o che costano molto meno all’estero.
La maggior parte dei cubani mostra la propria origine africana. Per chi non lo sapesse, Cuba è stata la prima vera colonia spagnola in America. Per colonia la intendo nel suo senso più completo, una forma di sfruttamento e sudditanza politica. Cuba è stata un laboratorio e un prototipo per ogni forma di arricchimento coloniale. Dalla schiavitù dei nativi all’importazione di servitù africana, dall’organizzazione per haciendas alle mono-colture di prodotti “coloniali” come canna da zucchero e tabacco. Non è di certo un caso se i prodotti tipici che più si vendono restano ancora i sigari cubani e il rum. Così, tornando a quel che dicevo, la maggior parte dei cubani sono di origine africana o sono comunque “mestizos” con una forte ascendenza africana. 
Una componente importantissima della cultura cubana è la musica. È giustamente famosa per i suoi ritmici che non per nulla si chiamano caraibici. Siamo nei Caraibi, cazzo.
Vi metto qui alcune canzoni che sicuramente avete sentito alla radio o alla tv. Vi consiglio di ascoltarle per “mettervi in ritmo con l’articolo”.
La cucina cubana è molto ricca di sapori e non è piccante (se confrontata con la cucina messicana). Ci sono alcuni piatti tipici che non potete perdere come la “ropa vieja”, gli stracci vecchi, uno spezzatino buonissimo e gli onnipresenti “moros y cristianos”, cioè riso e fagiolini neri.
I cubani parlano uno spagnolo di tipo differente da quello che conosco. I primi due giorni è stato molto difficile capirli e farmi capire. Chiedevo alcune cose in spagnolo e loro dopo un momento mi rispondevano in inglese. Vuol dire che non potevano interpretare quel che dicevo loro in spagnolo perfetto (modestamente).
I turisti più frequenti sono i latini in generale  (messicani al primo posto), statunitensi, italiani, canadesi, cinesi e russi. Lo si nota dalle parole dei venditori. Le donne che vendono sulla spiaggia gridano “cacahuetes-arachidi-noccioline-peanuts”. Io mettevo in panico i venditori perché camminavo per mano con una latina e quando cominciavano a parlarmi in italiano io gli rispondevo in spagnolo.
26219417_2250593281632793_8859327434204938762_n

Reperti pittografici confermano la presenza di italiani a Cuba (FORZA BARI)

 Qui ho potuto anche apprezzare un tipo di “regatear” al contrario. Regatear vuol dire mercanteggiare, cioè discutere il prezzo con il venditore. Qua mi è capitato il contrario. Dicono il prezzo, lo accetto, tiro fuori i soldi e mi dicono che è il doppio. Tu puta madre, un genio. Tieniti le tue stupide patate. 
Altra cosa che ci ha sorpreso abbastanza è che non sono amabili. Guide, abitanti, venditori, tutti col muso lungo e che ti rispondono o ti vendono cose come se ti stessero facendo un favore. I messicani sono molto più amabili. Potrebbe essere che ho passato qui i giorni fra capodanno e Epifania quindi la gente non è contenta di lavorare, non lo so. Poi ci avevano detto di dare una bella mancia già all’inizio così ti trattano meglio. Ma col cazzo! Io la mancia te la do se te la meriti, non per farti fare quel che in ogni caso dovresti fare.
Non c’è il Wi-Fi e internet in generale si può contrattare comprando delle schede apposite, ma ci sono frequenti cadute della linea. Questo e il fatto che il parco macchine è degli anni ’60-’70 ti dà l’idea di star facendo un viaggio nel tempo. Cosa simpatica!
26231709_2250593968299391_4753836550256601187_n
La prossima settimana vi parlo con maggiore precisione della capitale, La Habana!
Annunci
Pubblicato in Luoghi unici | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

L’influenza messicana in Star Wars (e viceversa)

Ciao a tutti e buone feste! Spero che stiate passando un bel periodo natalizio, o almeno ricco in carboidrati. Questo sarà l’ultimo articolo dell’anno poi ci rivedremo dopo la Befana.
Sono appena andato a vedere Star Wars, nonostante non ne sia proprio maniaco mi piacciono sempre i film di questa serie. Questo mi ha ispirato l’articolo, cioè qual è l’influenza esistente fra il Messico e il mondo creato di George Lucas. Perché, per i più scettici, sì, c’è qualcosa che il Messico ha dato al mondo di Guerre Stellari.


Conoscete sicuramente la principessa Leila, protagonista assoluta della prima trilogia. E sicuramente ne ricordate la capigliatura ridicola, con i due cerchioni sopra la testa. Bene, poco tempo fa si è scoperta l’origine di questa capigliatura così strana. I produttori negli anni ’70 stavano cercando fra varie immagini di donne forti l’ispirazione per dare forma alla principessa. Tra parentesi, qui si chiama Leia. Non chiedetemi perché. Dicevo, cercando fra vari stili e tagli di capelli, i produttori si imbatterono nelle guerrigliere messicane, le Adelitas, le donne che durante la Rivoluzione Messicana accompagnarono nella vita e nella guerra i propri mariti. 


La rivoluzione di inizio ‘900 ha visto sorgere questa figura di amazzone messicana, una donna che invece di starsene a casa sperando e aspettando il ritorno del marito, prende fucile, prole e pentole (letteralmente) e parte in battaglia, subendo le stesse sorti del consorte e del battaglione in cui veniva inserito. Le Adelitas erano donne del pueblo, quasi sempre con una identità indigena ancora forte. I loro vestiti e capigliature rispettavano fogge ancestrali, che oggi giudicheremmo “esotiche”. Be’, fra quelle ci fu anche la fortunata capigliatura a cerchioni, che divenne poi celebre. 


Altra influenza, dal film al Messico moderno, vi farà un po’ ridere. Ricordate il robottino R2-D2? Sempre con la ridicolezza delle traduzioni, in Messico è conosciuto come Arturito, piccolo Arturo. La sua forma a bidone di immondizia su ruote mi passava davanti ogni volta che accendevo la stufa (el boiler), che teniamo sù, nella terrazza. Poi ho notato come si chiamava.


Porca troia, la mia stufa è di Star Wars. 
Foto prese da: https://www.univision.com/entretenimiento/princesa-leia-tu-peinado-se-lo-debes-a-mexico-fotos

https://www.vanguardia.com.mx/articulo/el-peinado-de-la-princesa-leia-nacio-en-mexico

https://www.debate.com.mx/show/Revolucion-Mexicana-inspiro-peinado-de-la-Princesa-Leia-20161230-0152.html

Pubblicato in Civiltà | Contrassegnato , , , , , , , , , | 1 commento

Facce da Studente

Chi può essere così masochista da spendere soldi e tempo per poter imparare una lingua che probabilmente non gli servirà mai, se non in rare occasioni?

 20171211_165443
Se ve lo siete chiesti, qui non troverete una risposta definitiva ma varie risposte soggettive. Non c’è mai una sola ragione per cui studiare una lingua, eccetto l’inglese, considerato ancora indispensabile nel lavoro. Per chi si avvicina al francese e all’italiano, le ragioni di solito sono un po’ più personali, familiari o relative al soft power di Italia e Francia, la cultura, l’arte, la cucina, la musica, il cinema…così, ho scelto di far partire il progetto Facce da studente, in cui potete vedere chi, dove e perché studia una lingua. Era già un po’ di tempo che ci pensavo, ma mi ha sempre bloccato un po’ di penita (vergogna) nel chiedere questo favore agli studenti. Va bene che in generale ho un ottimo rapporto con tutti loro, ma un conto è chiedergli di prestarmi il libro, un altro è dire “Ehi, posso scattarti una foto? Quasi sicuramente non ti ruberà l’anima!”. Così, messa da parte la timidezza ho chiesto il favore di aiutarmi e la risposta è stata travolgente, quasi tutti hanno accettato. Eccovi quindi una carrellata di belle persone e di motivi per cui ho avuto la fortuna di conoscerle. Le foto sono state scattate nel posto esatto in cui imparano la lingua, che sia un’aula scolastica, una sala di un’impresa, una casa privata, un bar.

AVVISO IMPORTANTE: questo non è Tinder. Non mi importa quanto sia attraente la persona, non vi passerò il contatto. Fatevi una doccia fredda.

 

 

 

20171207_154354

Sono Pablo e studio italiano

Studio perché non potevo parlare con le ragazze italiane.

 

 

 

20171214_130026

Siamo Juan, Ricardo, Mario, Abraham, Alheli, Laura, Damian e Enrique e studiamo italiano.

ABRAHAM: Ho cominciato a studiare l’italiano perché faccio l’ingegnere alla Fiat Chrysler. In azienda hanno scelto persone che lavorano con progetti italiani. Nel mio caso lavoro con la versione NAFTA della FIAT Ducato. Pertanto sono in contatto con i miei colleghi italiani per controllare i disegni e le modifiche al sistema di raffreddamento, scarico ed alimentazione.

Oltre agli affari, studio per piacere e perché desidero approfondire la mia conoscenza della cultura italiana.
L’anno scorso ho approfittato di un viaggio di lavoro per fare un piccolo giro per l’Italia. Nonostante abbia avuto poco tempo per cominciare a studiare me la sono cavata bene per comunicarmi.
Spero di riuscire a fare almeno il livello C1 per ottenere la certificazione CILS. [NDR: è anche un maniaco del caffè espresso]
JUAN: Cerco di imparare l’italiano per tre motivi, la mia famiglia è di discendenza italiana, l’italiano “si ascolta” molto bello e credevo fosse una lingua facile, ma vedo che non è vero 😦

20171219_184521

Siamo Patricio Ines e Paula e studiamo francese [NDR: sono fratelli]

PATRICIO: è una bella lingua, mi dà molta conoscenza, mi sento bene parlando in lingua e mi piacciono i consigli culturali, come non dare mai la mancia ai camerieri francesi.

PAULA: Mi piace conoscere le altre lingue e mentre le pratico mi dà più conoscenza sulla cultura.

 

 

 

20171205_141752

Siamo Leonardo, Erick e Diana, studiamo italiano

ERICK: Studio perché mi piace imparare lingue diverse.

 

 

 

 

20171216_101611

Sono Ana e studio italiano e francese

 

 

20171219_172934

Siamo German, Rodrigo (al telefono) Israel, Yannick, Erick; Aimee, Alejandro, Eloisa, Armando, Jorge e Karla e studiamo italiano.

KARLA: Per il parmigiano! Mi aiuta a comunicarmi meglio e intendere di più uno dei programmi del mio lavoro. Inoltre è uno dei paesi che più mi piacciono, per la sua cultura e il suo cibo, e voglio tornarci un giorno, anche solo di visita, senza sentirmi tanto straniera.

ARMANDO: è una lingua interessante, importante e bella.

ALEJANDRO: Mi piace conoscere altre lingue e mi serve nel lavoro.

ERICK:  è una lingua interessante che attualmente mi aiuterà molto nella comunicazione nel lavoro, in più sempre mi è piaciuto imparare differenti lingue perché amo viaggiare e mi aiuta molto a migliorare la mia esperienza.

GERMÁN: studio italiano perché oltre ad essere una delle lingue che più mi piace, credo sia un buon esempio per mia figlia, poterla aiutare ad apprendere, poco a poco però sarò già avvantaggiato! E anche perché quando mi capiterà di tornare in Italia potrò comunicarmi meglio e non solo con Duolingo!

YANNICK: studio perché mi piace imparare lingue straniere e adoro la pizza

ISRAEL: mi è venuta l’idea ascoltando la comunicazione dei nostri colleghi di Fiat e per poter comunicarmi con loro, allo stesso tempo voglio imparare più lingue e aprirmi più porte. 

 

20171220_115410

Siamo Salvador, Maru, Matilde, Bertha, Susana, Lulu e Marite e studiamo italiano

LOURDES: Mi piace parlare italiano perché è il mio paese preferito da visitare.

SUSANA: Frequento le lezioni perché oltre a imparare l’italiano è un piacere ascoltare le spiegazioni di storia universale del professore.

MARITE: Mi piace la lingua perché è molto romantica. Anch’io la penso come Susana, è un piacere ascoltare la lezione del professore. 
 

MARU: Ho deciso di imparare italiano perché i miei antenati sono italiani. Sto lottando per ottenere la cittadinanza italiana e per questa ragione ho bisogno di parlare questa bella lingua! 
 

 

20171214_150701

Sono Marco e studio italiano

 

 

20171205_115721

Sono Benjamin e studio italiano

Studio perché mi piace la lingua, la cultura e la storia italiana.

 

 

 

20171207_111145

Sono Alejandra e studio francese

Studio perché amo la lingua francese e anche mi piacerebbe parlare in francese con il mio ragazzo [che è francese, ndr] e la sua famiglia e fare un master a Parigi o Montreal.

 

 

 

20171210_104807

Sono Francisco e studio italiano

Studio perché mi piace, ho curiosità culturale e mi sembra una lingua ritmica

 

 

 

20171208_101041

Siamo Marigaby e Pablo e studiamo francese [NDR: sono fratelli]

MARIGABY: Studio Affari Internazionali ed è importante conoscere altre lingue, e l’università me lo richiede!
PABLO: Voglio imparare una terza lingua. [La sorella aggiunge come chisme che la morosa di Pablo ha il passaporto francese dato che è di discendenza francese]

 

 

 

20171211_174831

Siamo Ricardo, Jacob, Alberto, Vanessa, Anaid e Mario (al telefono dagli Stati Uniti) e studiamo italiano

 

 

20171211_120057

Sono Marina e studio francese

Studio perché mi permette di conoscere altre forme di pensare e di vedere il mondo ed è una forma di connettermi con altre persone.

 

 

 

20171206_143329

Siamo Laura e Ruben e studiamo italiano

RUBEN: Studio l’italiano perché mi piace. CAZZO.
LAURA: A me piacciono anche le opere artistiche italiane e la cucina.

 

 

 

20171211_084650

Sono Elisa e studio italiano

Studio l’italiano perché sono traduttrice e amo le lingue.

 

 

 

20171206_204112

Siamo Iñaki, Mauricio, Armando, Hugo e Stephanie e studiamo francese

STEPHANIE: Adoro la cultura francese, spero poter presto andare a vivere in qualche città laggiù.

IÑAKI: Studio francese perché per un’opportunità di lavoro andrò per sei mesi in Canada.

ARMANDO: Inizialmente ho studiato francese perché era necessario nel mio lavoro, ma ora che non lo è più, amo la lingua e inoltre ho famiglia che vive in Francia e Belgio e voglio andare a trovarli presto.

 

Pubblicato in Io, insegnante | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nochebuena, la stella di Natale, bella e triste

Un fiore molto bello di questa stagione è la stella di Natale, quella che in spagnolo chiamano Nochebuena. Nochebuena in Messico identifica la vigilia di Natale quindi potete veder che pure in questa lingua l’abbinamento natalizio continua vigente. Magari pochi lo sanno ma la Nochebuena è una pianta originaria di questa nazione che tanto ha dato al mondo con il proprio patrimonio vegetale, come il cioccolato, la vaniglia, l’avocado. Come e perché è ora una pianta internazionalmente famosa e che non richiama per nulla il Messico, è una storia abbastanza triste. 


In epoca preispanica la pianta era conosciuta come cuetlaxochitl, fiore che marcisce. Que bueno che ha cambiato nome. Già il frate Bernardino de Sahagun, nella primissima epoca coloniale, cominciò ad usarla nelle rappresentazioni natalizie, per il colore rosso e per la facilità con cui si trovava proprio in questi mesi. Ora arriviamo alla bastardata. Nel 1827 l’allora ambasciatore statunitense in Messico, Joel Poinsett, decise di brevettare la pianta e di guadagnarci diffondendola negli Stati Uniti e in Europa. Sul serio! Al colmo della carognata, la battezzò Poinsettia. Infame. Una storia simile ha l’inno nazionale messicano. I diritti d’autore sono di una compagnia gringa (Wagner & Lieven) e gli si paga ogni volta che l’inno si canta al di fuori del territorio messicano. E pure la rappresentazione della Virgen, (il marchio è “Virgen de Guadalupe” e comprende anche Juan Diego nel pacchetto), i diritti sono di un’impresa cinese. Sono stati venduti al signor Wu You Lin nel 2002 per la quantità di 2 mila 400 pesos (poco più di 100 euro).
Però terminiamo con qualcosa di bello. La birra Nochebuena. È una birra stagionale prodotta dal gruppo Modelo, si può trovare per poche gloriose settimane, da novembre a gennaio. È la mia preferita in assoluto. 

Sto facendo pubblicità? Sì. Me ne frega qualcosa? No.

Pubblicato in Civiltà, Religione e Miti, Storia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | 4 commenti

Il ponche messicano

Con dicembre partono i suoni, gli odori e i gusti del Natale. Che vi piaccia o no. Per fortuna, a me piace. Uno dei profumi tipici del periodo qui in Messico è quello del ponche. 

In Italia conoscevo questa parola con la variante ponch, ed era una bibita più o meno alcolica che nei film statunitensi si serviva sempre nelle feste studentesche. Punto, non ne sapevo altro. 
Il ponche messicano si prepara e si compra quasi ovunque, dai caffè alla strada alle case delle famiglie. Anche i caffè “nice” si piegano a questa tradizione e potreste trovare il ponche in vendita anche in locali che normalmente schifano la tradizione messicana. Eh, se vuoi vendere, ti abbassi, cagone. 

Due minuti di ricerca Google e ho scoperto che questa bibita è di origine Indiana e deriva dalla parola pãc, che significa cinque, dal numero di ingredienti originali necessari per farlo (acquavite di palma, tè, zucchero, limone, acqua). Spargendosi per il mondo, la ricetta ha subito drastiche modifiche, acquisendo ingredienti e gusti diversi dalle varie regioni. 
Nella versione messicana, si mette Jamaica (cioè Karkadè o Ibiscus), guayaba (Guabas), uva passa, canna da zucchero tagliata a pezzi grossi, mela a pezzi, tejocotes, tamarindo. Si addolcisce con piloncillo. Si bolle in un enorme pentolone e si beve per quasi una settimana, fino a esaurirlo. Nella tazza ti servono la frutta e un po’ del succo, bollente. Ah, giusto perché non facciate figuracce, il tamarindo e la Jamaica non si mangiano, si tirano fuori discretamente dalla tazza, o le lasciate dentro e con un cucchiaio lotterete per 40 minuti contro i pinches fiori di Jamaica che chiedono disperatamente di essere divorati. Se vi danno una tazza con solo tamarindo, significa che vi odiano. Le striscioline di canna da zucchero si masticano e poi si sputano, come fossero radici di liquirizia. NON INGOIATELE se non volete morire strozzati. Potete mangiare la frutta cotta mentre bevete il ponche, non è necessario finire la bibita per poter cominciare a pescare la frutta. La frutta più chafa è il tejocote, che non sa quasi di niente, quasi inutile quanto la jicama. Sì, se ve lo state domandando, non mi piace la jicama. 

Se volete averne una versione più “adulta” potete aggiungere tequila al ponche, cioè farlo con piquete. Quando abbiamo una riunione familiare io faccio “il mio ponche”, cioè il vin brûlé. Dato che la dignità l’ho persa in alcuna data remota, mi piace campechanear cioè fare un po’ di tutti e due. Se mescolate ponche e vin brûlé otterrete un obbrobrio mostruoso, rampollo demoniaco e irrispettoso di due tradizioni culinarie, ma buonissimo. 

Pubblicato in Cucina | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Il nuovissimo parco La Mexicana

Questa volta buonissima notizia! Hanno inaugurato un nuovo parco a Città del Messico. Se già di per sé questa è una cosa positiva, lo è ancora di più per la posizione in cui l’hanno autorizzato. Si trova infatti a Santa fe, il quartiere commerciale e di uffici, immenso polo popolato da impiegati e colletti bianchi indaffarati, i cosiddetti Godinez. Gente che mangia in un’ora magari pagando un occhio della testa per poi tornare subito in ufficio. Qui infatti i ristoranti sono tutti sul medio caro, uniche alternative sono i tacos di canasta, e gli hamburger. Non ci sono fondas, trattorie. 

Be’, dopo mangiato è tipico fare una passeggiata, cioè beccarsi un chingo di smog camminando avanti e indietro per le lunghe e noiose vie tutte dritte costellate di grattacieli. Sembra che tutto questo sia finito, perché a due minuti camminando da dove io lavoro c’è l’entrata di questo nuovo parco che si chiama La Mexicana. Ieri ci ho fatto un giro e ho fatto le foto che qui potete ammirare. Non sembravo strano perché TUTTI stavano facendo foto e selfie. 

Il parco è proprio grande, e la sensazione è aumentata dal fatto che è oblungo, perciò per percorrerlo tutto ti fai una bella scampagnata, e non noti che nel senso della larghezza non è proprio eccezionale. Ci sono guardie e addetti alla cura del parco in ogni angolo, e questo ti dimostra che 1 è proprio nuovo, 2 non è ancora completato al 100%. Alcune parti sono ancora in costruzione, altre non sembrano completamente realizzate. Sono stati creati due laghetti artificiali, e la struttura permette di passarci a lato fino ad un punto in cui il pelo dell’acqua della vasca è al livello dei tuoi occhi, è bellissimo. 

Ci sono due piste da skate, un circuito per la corsa con una corsia per le biciclette e i pattini, una zona picnic, una zona infantile, altalene e una tirolese, un punto panoramico e delle attività che apriranno presto, chiaramente uno Starbucks (ósea, güey), un ristorante bistrot (no nos mezclamos con los jodidos) un altro caffè cagone e un negozio per gli animali domestici. Io solo spero che lascino entrare qualche signore dei tacos di canasta o qualche Lupita che venda quesadillas. 

Camminando ieri ci ho messo un’ora a fare tutto il giro e tornare al punto di partenza. Il paesaggio è proprio originale perché i grattacieli moderni fanno un piacevole contrasto agli alberelli freschi di impianto. 

E da un lato si vede la collina che stava crollando qualche tempo fa. 


Unica pecca, mi sembra tutto un po’ brullo, pelato. Gli articoli di giornale qui parlavano di un nuovo polmone verde per la città, ma al massimo è un bronco. Gli alberi sono pochi e ben distanziati l’uno dall’altro, magari questa è l’ultima moda per i parchi degli uffici, ma a me sembra una cagata. Mi piacerebbe più una zona boschiva, perché attirerebbe uccelli e piccoli mammiferi e aumenterebbe di molto l’appeal e l’idea di distacco dal mondo stressante dell’ufficio. Una Chapultepec nel tumore commerciale di Santa fe? Forse è troppo chiedere. 

Pubblicato in Luoghi unici | Contrassegnato , , , , , , , , | 1 commento

Distanze professore-alunni

Mi risulta sempre molto difficile mantenere la distanza con gli alunni. So che in linea teorica il rapporto fra studenti e professori dovrebbe essere ben codificato anche se a volte non vengono fatte firmare carte che precisino bene i limiti. Ho fatto tre colloqui per una scuola che poi si è rivelata un buco nell’acqua. Unica cosa interessante era che in quell’istituto ti facevano firmare un documento in cui confermavi che fra la tua uscita e l’uscita dell’alunno dovevano passare almeno dieci minuti. Mi hanno poi spiegato, come un chisme, che questo si deve al fatto che c’era stata una relazione clandestina fra una studentessa sposata e il professore francese, e che quando il prof le dava un passaggio per tornare a casa, in realtà andavano a imboscarsi. Dico io, dove cazzo trovi un posto per imboscarti lungo Avenida Palmas?? 

Ritornando dal particolare al generale, credo che la relazione dipenda molto anche dalla differenza di età fra l’insegnante e lo studente. Se si è quasi coetanei, è molto difficile non fare amicizia, dato che si condividono tante cose, interessi, tempo libero. Lentamente le lezioni di lingua diventano chiacchierate in lingua con qualche sprazzo di grammatica a separare le cazzate che si dicono. E a chi dice “Che poco professionale”, andate affanculo. Lo studente impara ridendo e lascia il corso solo per causa di forza maggiore. Chiaramente il limite da mantenere ad ogni costo è quello delle relazioni sentimentali. Una mia studentessa si è sposata col suo professore. Solo un paio di volte ho percepito che un’alunna si stava comportando in maniera “strana” ma in quel caso è bastato fare varie frasi grammaticali usando la moglie come esempio. 

Alcune volte ho visto che la lezione diventa in realtà una scusa per parlare dei propri problemi personali, in lingua (francese e italiano). Chiaramente dopo il terremoto ognuno aveva bisogno di sfogarsi e mi sono sentito in una seduta di terapia di gruppo. Credo comunque che parlare per 7-10 ore al giorno con tanta gente sia terapeutico anche per me. Anche se non mi trovo quasi mai con gli amici il fine settimana, non soffro mai di solitudine, anzi, arrivano dei momenti che l’unica cosa che voglio fare è allontanarmi dall’umana genia e rimanere sul divano in silenzio con una birra. Poi mi rendo conto che se non sento la necessità impellente di vedermi con gli amici, è perché in realtà li sto vedendo tutti i giorni, perché alcuni dei miei studenti sono a tutti gli effetti diventati degli amici, e ci si trova anche in situazioni meno accademiche come alla pizzeria o a bere un caffè per augurarsi buone feste, prima della pausa delle lezioni. O ti regalano liquori. Insomma, credo che se ho un indice di abbandono bassissimo dei miei corsi (e se gli studenti che provano a imparare con un altro professore poi chiedono disperatamente quali sono gli orari che mi restano liberi) questo dipenda anche dal fattore personale che inevitabilmente metto in ogni corso. Quella che potrebbe essere una mancanza di professionalità, la vedo invece come una grande risorsa umana e…finanziariamente conveniente. 

Pubblicato in Io, insegnante | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento