La battaglia per l’acqua di San Bartolo Ameyalco

La valle centrale del Messico era (e in c’entra maniera disgustosa, è) un’area ricca di acque. È circondata da molte montagne e aveva molti fiumi che rifornivano il lago che ricopriva la parte bassa della valle. Non per nulla Tenochtitlan era una città che viveva sull’acqua. La pessima gestione idrica e architettonica degli spagnoli ha portato alla creazione di una città in costante pericolo di inondazione. Pensate che nel XVII secolo (1629) la città ha sofferto un’inondazione che durò 5 anni! Questo perché l’acqua cercava di tornare nel suo luogo originario. Riempire un lago obbliga l’acqua a ricoprire i posti dove prima ci stava tranquillamente. Con la crescita della città fra fine ‘800 e inizio ‘900 sono partite delle opere idriche monumenti e stupefacenti ma tristemente non si stava calcolando un fattore importante: la città sta affondando, e non tutta insieme, ma con ritmi differenti. Perciò alcuni quartieri affondano più veloci di altri. La canalizzazione divenne presto inutile. Altro piano fu interrare i corsi dei fiumi. Questi stessi fiumi soffrirono una trasformazione importante perché ormai erano corsi per le acque reflue. Così, fiumi antichi vennero coperti, altri vennero svuotati, e il Viaducto si trasformò in un’arteria viale. 

Con l’esplosione urbana, il bisogno di acqua divenne micidiale, e in questa città si vedono sempre pipas (autocisterne) andare da un lato all’altro. Quando si ferma in un quartiere, la gente fa la fila per ritirare la propria parte di acqua, in boccioni di plastica. I centri commerciali, sempre più frequenti, aggravano la situazione perché ne sprecano una quantità enorme. Così, si sono sviluppate delle battaglie per l’acqua, di cui posso testimoniarne almeno una a cui ho assistito.

Vivo vicino a un pueblo che si chiama San Bartolo Ameyalco. È un villaggio bien chingon, che meriterà un articolo a parte. In questo villaggio alle porte della città, c’è un manantial, una sorgente di acqua, di cui il paese andava orgoglioso. Effettivamente, il suo nome nahuatl deriva da Cuautla (bosco) y Ameyalli (fonte). Quindi, sorgente del bosco. Con l’espansione del centro commerciale di Santa Fe nel 2013, è aumentata anche l’esigenza idrica. Niente di più comodo, andiamo a prenderlo al paesino che è qui vicino. Il delegato Luna (presidente del quartiere della capitale) approvò il progetto. La notizia non venne pubblicata, e gli scavatori arrivarono quatti quatti, cercando di non emozionare troppo la gente. Non si sa come, ma la notizia si sparse. All’arrivo dei mezzi pesanti, la popolazione li stava già aspettando. Il governo rispose mandando vari furgoni dell’esercito, con soldati preparati antisommossa. Gli autoctoni presero i machete. No, non è un film di Tarantino. Si sviluppò presto una battaglia, e io ascoltavo solo il brusio, e l’andirivieni di elicotteri. Poi non seppi più nulla. 
Svariati mesi dopo, stavo parlando con il checador che conosco. Il checador è un ragazzo o un signore che controlla il passaggio degli autobus (checa) e grida quanti minuti ci sono fra un bus e l’altro. Vive delle mance che gli autisti gli danno o più volte gli lanciano poco gentilmente. Il ragazzo mi dice che è di San Bartolo e ne approfitto per chiedergli la situazione. Mi dice che la polizia ha preso cinque giovani e li ha messi in carcere, e che li avrebbe liberati se per sei mesi il paese non avesse avuto altre “risposte violente” all’appropriazione dell’acqua. I sei mesi erano terminati in maggio, ma dei ragazzi neanche l’ombra. 
Poco dopo, quando ho potuto parlargli un’altra volta, mi ha confermato che i giovani erano stati liberati. Forse la minaccia si stava trasformando in una nuova causa di sommovimento violento. 

Ecco, episodi del genere sono sicuro si ripetano in tutta la repubblica, quando l’iniziativa commerciale e capitalista spoglia i villaggi delle proprie risorse, e con la crisi idrica che sta per arrivare, la situazione può solo peggiorare. 
Se volete altre informazioni: http://www.proceso.com.mx/397706/san-bartolo-ameyalco-sin-agua-ni-justicia

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Un italiano al Italianni’s, e poi uscimmo a riveder le stelle

Una delle maniere più facili per approcciarsi alla cultura italiana è la cucina, conosciuta praticamente in tutto il mondo. Gli italiani sono bestie rare, permalose e sensibili quando gli si tocca il piatto. Vediamo (ed effettivamente riconosco che ci sono) storpiature e bestemmie culinarie in ogni angolo del pianeta, a volte mostruosità causate dall’incapacità del “cuoco”, altre volte per il tentativo virtuoso o blasfemo di mescolare due stili culinari, vedi la pizza al pastor. Che è buona, non me ne frega proprio nulla di quel che ne pensate. Tiè. 

Spesso gli studenti, parlando di cucina italiana, nominano una catena gringa molto famosa qui in Messico che si chiama, appunto, Italianni’s. Vedendo il nome, credo si tratti di una forzatura dovuta al fatto che “italiani” fosse un nome già brevettato e registrato. Così hanno aggiunto un’altra “n” alla cazzo di cane. Fa tanto esotico. 

Due settimane fa, mi sono tolto la curiosità e sono andato a provarla, ‘sta catena. Sono di bocca buona quindi avrei trovato in ogni caso qualcosa da mangiare. E come italiano non sono un mamón (cagone) perciò non mi scandalizzo né comincio a gridare contro le bestialità che mi si mettono nel piatto con la pseudo-etichetta di cucina italiana. 

L’ambiente è abbastanza ridicolo, nel tentativo disperato di farti sentire in una trattoria reale. Tavole con tovaglie a quadri bianchi e rossi o bianchi e blu, stile Lilly e il vagabondo, dettagli in falso legno, come le travi al soffitto, una cantina falsa piena di bottiglie che sembravano piene. E i camerieri che ti salutano:
“Buonasera”
Sono le sue del pomeriggio, imbecille. Capisco che i saluti più famosi della nostra lingua sono ciao, buongiorno e buonasera, ma se ti arriva un italiano e lo saluti così appena dopo mezzogiorno, vien voglia di rispondere male. 

Mentre aspetti che ti portino il menù, ti preparano il “classico antipasto italiano”. In un piatto mettono olio con erbe aromatiche poi ci aggiungono aceto. E pane per inzuppare. 26 anni passati in Italia e non avevo mai visto niente del genere. Assolutamente sono un idiota, incapace di mangiare italiano. Fortunatamente sono anche uno che mangia tutto quel che si trova davanti, quindi sono felice di questa “tradizione italiana”. 

Arrivati al menù, il cuore salta un colpo. In fondo alla pagina, in caratteri amichevoli, è scritto “il piacere di compartire” facendo un illusione allo spagnolo, ed evitando il ben più comune verbo condividere. In ogni pagina si trova un allusivo MANGIA MANGIA!! e se avete fortuna, nella parte centrale incontrerete Piatti con storia, una sezione che mostra quali pietanze regionali sono disponibili in quel periodo. Stavolta diceva cucina di Roma e hanno messo l’Amatriciana. Con tocino. Il tocino è un prodotto simile alla pancetta. Vabbè, difficoltà di incontrare il guanciale, questo glielo concedo. Mi guardo intorno e noto uno strano rituale. Tutta la gente che chiede pasta, può assistere alla bellissima “grattata”. Il cameriere arriva, appoggia il piatto su un tavolo a parte, attira l’attenzione dei commensali e comincia a grattare sopra il formaggio. SPETTACOLARE. Applausi, per favore. 

Io non trovo nulla di eccezionale fra le paste quindi ordino una pizza. Quando mi arriva vedo che tutti gli ingredienti (prosciutto, funghi, peperoni e altre amenità) sono stati tagliati a quadratini e sparpagliati come se fossero dadi da gioco. Non è tanto buona ma soprattutto non riesco a finirla! Ha così tanto pane, che mi riempio subito e devo portarmene a casa un quarto.

 Mia moglie ha meno fortuna e la sua pizza è coperta da una sorta di salsa Alfredo con l’aggiunta di carciofi e cinque cadaveri di pomodori secchi, gettati sulla scena del crimine. Forse buona, se fosse stata una pasta. 

Alla fine non abbiamo chiesto il dolce, più per essere sazi che per paura di cosa trovare.

Che dire? Mi è sembrato un parco tematico, tipo Xcaret. Italialand, la terra del carboidrato. Uscendo la ragazza dei tavoli ci dice ciao. Hasta luego! La prossima volta cercherò dei tacos.

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El despachador, il benzinaio

Traffico di gente, traffico di macchine. Traffico di taxi, file enormi ovunque. La settimana santa è una breve e dolce pausa nel tram tram di disperati e disperazione della selva urbana. Le file si assottigliano, anche le “file” che non conoscevo in Italia, come le file al bancomat, le file dal benzinaio. Normalmente faccio benzina alle 6 e un quarto della mattina, ma vi giuro che devo sempre aspettare una o due macchine prima di essere servito. Per forza di cose, la relazione con quello che ti fornisce la benzina deve essere spiccia e improvvisata, ma sempre obbligatoria. Non ho mai visto una pompa di benzina self-service, potrebbe essere che esistano ma non ho avuto la fortuna di incontrarle. Così, sempre bisogna servirsi di un “despachador” di benzina. 

Despachar è un verbo spagnolo che si può tradurre con spacciare o fornire, anche se secondo alcuni il termine più formale è “asistentes de servicio automotriz”. Hanno l’età più varia, da adolescenti fino a sessantenni, sempre uomini. Come sempre offrono dei servizi extra che in teoria sono inclusi nella visita, come il controllo della pressione delle ruote, il lavaggio dei vetri, il controllo dell’olio. La leggenda metropolitana racconta che non vengono pagati e che vivono di pure mance, ma non è vero. Hanno un contratto regolare, vengono mal pagati e arrotondano (MOLTO BENE) con le mance. Questa mancia è “quasi obbligatoria” come quella del ristorante, ma solo a livello morale, non per quello legale. Usciresti da un ristorante messicano senza lasciare mancia? No, se non vuoi che la prossima volta che ci torni ti sputino nel piatto. Ecco, lo stesso per la pompa di benzina. Ah, ai messicani fa ridere questo nome, perché gli suona come “la chiappa di benzene”.

Dicevo, in settimana santa c’è meno gente, quindi appena sono arrivato dal benzinaio, ho trovato una delle pompe libere. Il despachador ha visto che mi avvicinavo e ha cominciato a fare i gesti come quelli che aiutano gli aerei ad atterrare. Già così mi ha fatto ridere. Appena arrivato mi chiama Jovenazo (giovinastro) e mi chiede che tipo di benzina e quanto, ma lo fa dondolandosi in maniera strana. Quando si allontana vedo che non si sta dondolando. STA BALLANDO. Sono da poco passate le sei, non è ancora uscito il sole e lui è già su di giri. Quando ritorna per chiedermi i soldi e se voglio la fattura, continua a muoversi. Poi si allontana per andare alla macchina per fatturare e comincia pure a cantare. La versione messicana, copiata in spagnolo di “Parlami di te, bella signora”. E fa proprio “háblame de ti bella señora”. Gianni Morandi era un chingon anche per i messicani, pure se non lo conoscevano. Ritorna con la fattura e mi si avvicina a ritmo di ballo. Inutile dire che si è meritato una bella mancia.
(Immagine da internet)

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Estoy venezuelando! (per il momento)

Quando qualcuno mi chiede se mi piace il mio lavoro, di solito dico che sono contento perché mi permette di imparare sempre qualcosa di nuovo. Effettivamente questa non è solo una frasetta moralista, è la pura verità, se considerate che insegnare cambia di ritmo, di gusto e di tematica dipendendo dagli studenti che si ha davanti. Quando lo studente è straniero e non “il solito messicano”, l’apprendimento (mio) è estremamente intenso dato che usa modi di dire, traduzioni e risposte diverse da tutte quelle che ho ascoltato finora. Nel caso specifico, ho la fortuna di avere due studenti “diversi” in questo momento, una venezuelana e un brasiliano. Il Venezuela è un paese dell’America del sud, parla spagnolo ma ha una realtà completamente differente da quella messicana. La studentessa si chiama Miroslava ed è una simpatica signora quasi settantenne che vuole imparare italiano perché ha un genero del Belpaese e perché sta per visitare l’Italia come turista. Vedrete quante cose ho imparato insegnandole. 

Partiamo dal nome: lei dice che si chiama Miroslava in onore di un’attrice ceco-messicana che si chiamava appunto Miroslava Sternova e di cui io non sapevo assolutamente niente. Mori suicida a 29 anni, triste per una delusione amorosa, il torero di cui era cotta aveva infatti preferito un’altra donna, attrice italiana. Una fine “epica” per un’artista. 

Poi, Miroslava mi ha confermato le voci che girano riguardo la crisi venezuelana. Non importa quanto si possano lamentare gli italiani e i messicani, non c’è crisi nei loro paesi se comparata con la situazione del Venezuela. Un presidente ai limiti del dispotismo (senza nessuna esagerazione dei termini) un paese che da quasi un anno vive con un’assenza quasi completa di farmaci, medicinali e disinfettanti, con i supermercati assediati già dalla notte, le persone che si mettono in fila con la speranza di poter entrare e comprare…qualcosa, perché dipende da quel che rimane o da quel che è arrivato. Alle sei le guardie del supermercato imprimono un numero sulla pelle dei potenziali clienti in attesa, e solo quelli che ricadono nel numero massimo che il supermercato accetta possono entrare e cercare di comprare qualcosa. Miroslava dice che i venezuelani ora soffrono di torcicollo, perché quando escono di casa, continuano a girare la testa per assicurarsi di non venire scippati o derubati a mano armata. Quando si parcheggia o si riprende la macchina, bisogna sempre ispezionare le persone che stanno attorno, poi entrare o uscire rapidamente per evitare che ti puntino una pistola e ti sottraggano il mezzo. La crisi ha anche cambiato il linguaggio, e le domande ai negozi partono con la negativa. Per esempio, se si sta cercando zucchero, si chiede: No tiene azúcar, verdad? Le frontiere aprono e chiudono dipendendo da come si è svegliato il presidente, perciò uscire dal paese non è sempre un’impresa facile, né tranquilla. Nei casi disperati, la gente va verso il confine con la Colombia, passando per il fiume, entra nel paese vicino e prende l’aereo da quel punto. 

Passando a temi più positivi, ho potuto conoscere la cucina venezuelana, le tipiche Arepas. Miroslava me ne parlava sempre, finché ha deciso di prepararmene alcune. Sono fatte di mais, e in apparenza potrebbero sembrare gorditas. In realtà hanno più cose in comune con il pane che con la tortilla, e in effetti si tagliano e si condiscono con tutto quello che si può immaginare, dolce o salato. Sono buonissime!

Altra cosa importante che ho imparato, sono le parole che esistono nella versione venezuelana dello spagnolo. Come sapete somo curioso come una scimmia quindi ne ho raccolte alcune, e ve le metto in un comodo dizionarietto, nella sequenza venezuelana, messicana, italiana. 
Auyama: calabaza, zucca

Budare: comal

Bullera: escandalosa, rumorosa

Cachito: cuernito, cornetto

Cambur: platano, banana

Caraota: frijoles, fagioli

Catire: güero, biondo

Cauchos: llantas, ruote

Chamo: joven, giovane

Chevere: chido, che figo!

Chuleta: acordeón, bigliettino

Cinta plástica: durex, scotch

Cola: aventón, passaggio

Cotillón (come in francese!): recuerdo, bomboniera

Finiquitar: terminar, finire

Guachiman (dall’inglese watchman!!): vigilante, poliziotto

Hallaca: sono tipo tamales ma più buoni (dice lei!)

Jojoto: elote, mais

Morocho: cuate, gemello

Mortero: molcajete, mortaio

Papelón: piloncillo, panela, la melassa solida

Peinadora: buró, specchiera

Platano: platano macho

Plazoleta: glorieta, rotatoria

Pollina: fleco, ciuffo

Sancocho: zuppa

Trancada: bloqueada, bloccata

Vi basta, per farvi capire come il maestro e l’alunno la maggior parte delle volte continuano a cambiare di ruolo?

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Sciogliere i nodi dell’odio (no, non è un pinche libro di Coelho)

Questo è un articolo a contenuto fortemente chismoso, quindi se cercate temi storici, gastronomici o culturali saltatevi questa settimana e tornate al blog direttamente giovedì prossimo. 

Di solito uno si immagina casa propria come un’oasi, dove poter ricaricarsi, lasciando fuori i disastri e lo stress. Cosa succede, però, se c’è qualcosa che ti inacidisce anche quei momenti di tranquillità? A parte l’equilibrio familiare, un altro fattore destabilizzante sono le persone che, non puoi farci niente, ti vivono di fianco. I vicini di casa. 

Nella zona dove abitiamo noi, ci sono otto case dove le persone restano in affitto per al massimo uno o due anni. Con l’eccezione di due famiglie, la mia e quella del disgraziato. Questo soggetto è stato tanto rilevante per il mio stress (già di per sé elevato) da meritarsi un articolo tutto suo, dato che l’ho conosciuto come studente di merda e non solo come vicino di merda. 

Be’, finalmente posso scrivere una pagina finale al problema. No, non l’ho ammazzato. Se l’avessi fatto non sarei tanto stupido da averci scritto sopra un articolo. O sì? La pinche Barbara D’urso avrebbe letto il blog in diretta. BOOM di lettori. (Per i messicani, la pinche Barbara è come la vostra pinche Laura Bozzo, a cada pueblo le toca el buitre que se merece).

Ho passato quasi due anni odiandolo a distanza. Ogni volta che ci incontravamo facevamo finta di non vederci o giravamo la testa dall’altra parte. Quando ha cominciato a convivere con una ragazza, l’odio reciproco si è propagato alle consorti. Pure le donne si malcagavano tra di loro. 

Le cose hanno cominciato a cambiare per un errore. Una volta stavo aspettando che arrivasse mio cognato e con il telecomando del portone ero fuori di casa, per aprirlo a distanza. Il vicino esce di casa e vede che sto guardando nella sua direzione. Alzo il braccio con il telecomando per puntare il sensore del portone e aprirlo. Il vicino interpreta questo gesto come un saluto e si sbraccia per salutarmi di rimando. Da quel momento in poi ogni volta che l’ho visto ho ricominciato a salutarlo e lui ha fatto lo stesso, sembrava che la guerra fredda fosse finita. 

Due settimane fa tornando a casa abbiamo visto che casa sua era vuota e loro facevano andirivieni. Un tuffo al cuore dalla felicità, stavano traslocando!!! Ma no. Si stavano muovendo alla casa affianco, più cara. Le probabilità di vederli sparire diminuivano ancora di più. 

Giovedì scorso sono uscito di casa con i cani perché le bestie feroci stavano annusando la presenza di altre bestie fuori, che erano precisamente i cani del vicino. Esco e i cani si salutano, loro non provano rancore se non per cinque minuti. Benedette bestie. Come tutte le mattine, il vicino aveva aperto la porta e lasciato uscire i cani per farli cagare dove volevano, e non raccoglie. Mai. Stavolta il suo cavallo (un cane particolarmente grande) sta cagando proprio di fianco alla mia macchina, anche se tecnicamente è il giardino di un’altra casa, quindi dovrei farmi i fatti miei. Stanco della ley del yelo e armato del solo raccogli-pupù, mi avvio verso casa sua. Nella mia mente, decine di volte mi sono immaginato l’incontro-scontro e quasi sempre termina a madrazo limpio (cazzotti per il pubblico del Belpaese). Dato che lui mi supera in altezza di venti centimetri, è palestrato e io ho il fisico prestante di un professore di lingue, nella mia mente il tutto terminava sempre all’ospedale, quando non facevo qualche cazzata tipo difendermi con una pietra spaccandogli la testa e maciullandogli la faccia e terminare in carcere. Lo saluto con tono amichevole e lui mi risponde con tono entusiasta. Qualcosa non quadra, almeno non concorda con la mia fantasia pulp. Mi domanda “Hola, que pasó!?” Esordisco con il chiedergli informazione sul fatto che ha cambiato casa e…si apre il vaso di Pandora. Comincia a raccontarmi tutto quello che ha fatto nei due anni di silenzio stampa. Che ha aperto una propria ditta, indipendentemente da quella del padre, che sta per avere un figlio, che la moglie (“sí sí, me casé el año pasado!”) è russa e che stanno avendo problemi con la burocrazia dato che è -ehm- illegale da quattro mesi. Approfittando, corre alla nuova casa e me la presenta. Chiacchieriamo dieci minuti, io in vestaglia e sua moglie in pigiama. Mi invita al babyshower del bambino che sta per arrivare. Mi fa domande sulle pratiche di Migracion. Ci salutiamo amabilmente. 

Tornando a casa mi sento incredibilmente più leggero. Mi rendo conto che l’odio (non sempre immotivato) verso di lui mi era rimasto dentro come un corpo estraneo o un tumore che mi pesava sull’animo, senza rendermene conto. Lo avevo trasformato nell’archetipo del messicano-bestia. Razzista, incivile, pronto alla violenza, abusivo, ignorante. Il nemico mentale che mi creo ogni volta che sono al volante, il naco che può guidare un pesero o un Suv, senza nessuna differenza. Bene, questa bestia non esiste, se non nella mia paranoia. È incredibilmente bello aver risolto questo mio micro-dramma, perché su quello avevo basato ogni mia forma alternativa di odio verso gli altri. Caduto il palo, cala tutto il telone. Quindi, se posso darvi un suggerimento, cercate di risolvere i diverbi, non trasformateli in un problema che vi annebbia anche le tranquillità e la pace che comunque vi meritate. 
…e la merda del cane? Niente. Talmente distratto da questo “nuovo vicino” mi sono dimenticato di dirgli di raccoglierla. 

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“Nouvelle cuisine” della capitale messicana. Porcherie buonissime.

La cucina messicana è rinomata a livello mondiale, e giustamente! Vivendo in questo paese, si scopre poi che ogni stato o macroregione ha le proprie specialità e varianti, con delle differenze negli ingredienti e nella preparazione. Ecco quindi che le cucine regionali più famose sono quelle di Puebla e di Oaxaca, così tanto particolari. Per opinione personale, tornerei a Oaxaca anche solo per mangiare. 

E la capitale? Normalmente viene schifata. Per via della centralità, della tracotanza dei suoi cittadini e dell’aria “nice” che in teoria dovrebbe trasudare, la valle del Messico è di solito ignorata e disprezzata dal punto di vista culinario. Come dire che l’unica cosa buona è che nella capitale puoi incontrare ristoranti di altre cucine regionali e che si può mangiare il cibo messicano standard, qualunque cosa esso sia. In realtà, pure qui ci sono delle unicità e delle cose originali e magari vale la pena passarci qualche minuto a descriverle. 

In generale, il carattere che accomuna queste prelibatezze chilangas è quello di esagerazione. Il messicano pensa di non avere tabù alimentari. Non è assolutamente vero. Ci sono cose che non si possono fare o non si possono combinare, ma a Città del Messico, si incontra pure cibo “eretico”. 

Per esempio, c’è l’idea che qualsiasi cosa se viene messa in un panino, diventa migliore. Fino a un certo punto tutti siamo d’accordo. Ma ci sono dei limiti che sarebbe meglio non valicare. Ho già parlato varie volte dei tamales, (qui e qui) queste robe meravigliose e che tanto mi piacciono. La loro versione in un panino si chiama guajolota, cioè tacchina. È pesantissima, un pugno allo stomaco che ti regala almeno 8 ore di sazietà. Sul serio, se la mangio alle otto, poi resisto fino alla cena. Riguardo allo strano nome, qualche studente mi ha detto che si chiamano così perché quando le mangi diventi gordo gordo gordo (ciccione), facendo il suono dei tacchini. Messicani, in Italia i tacchini fanno glugluglu. Sappiatelo.

Altra bontà sono i panini di chilaquiles, cioè un piatto di totopos fritti con salsa verde o rossa, cipolla, panna, formaggio fresco grattuggiato. Il tutto IN UN PANINO. Un’altra bomba calorica. Prendono il nome poetico di tecolotas, un altro tipo di uccello, simile alla civetta. Questo piatto si può comprare nella catena di negozi Samborn’s se siete dei cagoni. Effettivamente l’animale simbolo della catena sono i tecolotes quindi è possibile che siano stati loro a battezzarli così. In ogni caso, se siete meno borghesi potete tranquillamente incontrarla per strada, prima delle nove. Guajolotas sono ovunque, tecolotas un po’ meno frequenti. Nella colonia Condesa c’è un posto di Tecolotas così buono e così famoso che la gente fa la fila addirittura girando attorno al quartiere pur di prendersi uno di questi panini. Sfortunatamente, ancora non sono potuto andare a mangiare in questo posto perché non ho nessuna lezione in zona. Si trova tra le strade Alfonso Reyes e Tamaulipas, all’angolo.

 

Un altro prodotto ibrido tipico e originario di questa città sono i tacos al pastor, in teoria originati e ispirati dai kebab che i libanesi hanno importato negli anni ’50. Meravigliosa creatura, come diceva Renga.

Nella colonia Guerrero, il “mero centro” della città, incontriamo i machete, quesadillas spaventosamente grandi, lunghe un braccio. Anche in questo caso, l’esagerazione è data dalla dimensione.

Infine, un piccolo diverbio si incontra riguardo alla quesadilla. Questo prodotto in teoria si prepara con queso (formaggio) e tortilla, da qui il nome. Semplice? No. A Città del Messico, le quesadilla non hanno formaggio. Se chiedi una queca (termine affettuoso per quesadilla) di funghi, ti arriva una tortilla calda con dentro funghi. Se vuoi una quesadilla con funghi e formaggio, devi chiedere “una quesadilla con queso y hongos”. La capitale difende con furia la definizione di quesadilla senza formaggio, mentre nella “provincia”, la quesadilla ha per definizione il formaggio sempre presente. Per chi tifo? La provincia. Porca puttana. È come se chiedessi “un macchiato con latte, per favore”. Fanculo, con cosa lo vuoi sennò?

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Evoluzione di un gruppo di studenti, ironicamente descritta

Quando avete la possibilità di gestire autonomamente gli studenti, potreste aver notato una sorta di evoluzione nella dinamica del gruppo. Stavolta scrivo per scherzarci un po’ su, descrivendone le fasi di evoluzione.

FASE 1 IL RACCOLTO
In questo primo momento, avete una mandria di studenti ben intenzionati, sorridenti, ottimisti e paganti a tempo. Si inizia ridendo e scherzando, con gente che con orgoglio malcelato ti dice che già mastica un po’ di italiano, quando invece sa solo pronunciarti male il menù di Italianni’s. Güey, se mi dici fettuccini ti spacco la faccia, altro che corso di italiano. Il numero degli iscritti è alto e così pure le entrate economiche, se il vostro pagamento dipende dal contributo di ogni singolo studente o se la scuola in cui lavorate vi paga di più quando avete un gruppo numeroso. Questo idillio di sorrisi e prosperità dura poco, in genere 2-3 mesi se gli studenti non hanno l’obbligo di seguire un corso e solo lo fanno per gusto proprio. A questa fase, seguono due possibili evoluzioni.

FASE 2-A, ABORTO SPONTANEO
Ebbene sì, rapidamente come si è creato il gruppo può collassare. Questo succede quando si scopre che quello che hanno contrattato è un corso di lingua e non delle lezioni di ceramica o un periodo di chiacchiere con uno straniero simpatico. Può sembrare assurdo, ma c’è davvero gente che pensa di poter imparare una lingua senza conoscerne minimamente la struttura grammaticale. Ho lavorato per due imprese che si smerciavano come “metodo alternativo, senza grammatica, senza studio”. Be’, semplicemente non funzionano. Pochi genietti possono imparare una lingua per intuito, la maggior parte della gente ha bisogno di esercizio, conoscenza delle regole e studio. Pensate a quando usare l’articolo Lo, quando usare un ausiliare rispetto ad un altro, quando usare e quando no il congiuntivo…servono delle leggi grammaticali, da conoscere. Altrimenti avrete solo un pappagallo che sa che “zaino” usa l’articolo lo, ma che ti dice “il studente”. 

Una differente motivazione al collasso è l’uscita a catena dei “superamicici”. Quando una persona è interessata ad un corso, ne parla con gli amici, entrano in massa, poi esce uno e con la stessa rapidità se ne vanno tutti insieme. Lemmings paganti.

FASE 2-B, IL GRANO E LA PULA
Passati i primi mesi, se il gruppo non collassa, si separa il grano dalla pula. Gli studenti reali, quelli che sul serio vogliono imparare, restano e cominciano a sforzarsi veramente. Gli altri, gli spettatori inconsapevoli, lasciano il gruppo. Questo non è nulla di tragico, anzi: ora si può veramente lavorare, avendo finalmente un ritmo adeguato e non dovendo sempre ripetere la stessa cosa per quel/la ragazzo/a che sta lì per scaldare il banco. A volte mi fanno addirittura promesse, tipo “per dicembre voglio saper chiacchierare”, o “finirò il libro e faccio l’esame ufficiale”. Esiste anche un metodo empirico: se uno studente ha il livello necessario per poter leggere questo articolo, congratulazioni! Sei un chingon, un cazzutissimo e orgoglioso chicco di grano!

Un momento di cambiamento forte nei gruppi avviene in primavera. Non per lo sbocciare dei fiori ma perché alcune persone avevano preso il corso come “proposito di capodanno”, una promessa fatta a se stessi per cercare di migliorare. Le diete e i corsi di lingua in genere non superano febbraio!

FASE 3 PUNTA DI DIAMANTE
Pochi alunni riescono a raggiungere l’ultimo scalino, ed è quello virtualmente dello studente eterno. La grammatica finisce, ma lo studente non si sente ancora sicuro delle proprie abilità, a torto o a ragione. Vuole continuare con la pratica, facendo esercizi, facendo attività di conversazione, ripassando, entrando in altri gruppi, provando altri libri, leggendo romanzi. È felice e soddisfatto del proprio risultato ma ama migliorare, possibilmente all’infinito. Anche e soprattutto in vista di questi studenti, le mie lezioni sono sempre con contributi di storia e cultura, perché non voglio che sia “solo” un corso di lingua. Se c’è qualcosa che rende eterna la gloria italiana, è il suo passato e il punto di vista che ti dà l’approcciarsi ad un pensiero culturale e ad una forma di vivere che ha sconfitto i secoli. Uno studente che ama questo tipo di progresso personale, che si interessa e che impara qualcosa di nuovo ogni settimana, avrà uno stimolo in più per non abbandonare mai. Aggiungiamo l’apporto personale: se il professore è anche simpatico, è un gusto imparare e continuate con le lezioni. Un buon professore è una buona persona, ma attenti, non vale il contrario: essere una buona persona non ti fa automaticamente un buon prof. L’unica cosa che può distruggere questo tipo di apprendimento continuo sono dei limiti fisici, come un trasferimento o un trasloco, o dei limiti esterni, come la pessima gestione di un direttore di scuola che manda in figa anni e anni di onorato servizio del professore. 

Alcuni studenti che ho li conosco da ormai 5 anni. Chiaramente li considero già degli amici e non più dei clienti. 

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