Estoy venezuelando! (per il momento)

Quando qualcuno mi chiede se mi piace il mio lavoro, di solito dico che sono contento perché mi permette di imparare sempre qualcosa di nuovo. Effettivamente questa non è solo una frasetta moralista, è la pura verità, se considerate che insegnare cambia di ritmo, di gusto e di tematica dipendendo dagli studenti che si ha davanti. Quando lo studente è straniero e non “il solito messicano”, l’apprendimento (mio) è estremamente intenso dato che usa modi di dire, traduzioni e risposte diverse da tutte quelle che ho ascoltato finora. Nel caso specifico, ho la fortuna di avere due studenti “diversi” in questo momento, una venezuelana e un brasiliano. Il Venezuela è un paese dell’America del sud, parla spagnolo ma ha una realtà completamente differente da quella messicana. La studentessa si chiama Miroslava ed è una simpatica signora quasi settantenne che vuole imparare italiano perché ha un genero del Belpaese e perché sta per visitare l’Italia come turista. Vedrete quante cose ho imparato insegnandole. 

Partiamo dal nome: lei dice che si chiama Miroslava in onore di un’attrice ceco-messicana che si chiamava appunto Miroslava Sternova e di cui io non sapevo assolutamente niente. Mori suicida a 29 anni, triste per una delusione amorosa, il torero di cui era cotta aveva infatti preferito un’altra donna, attrice italiana. Una fine “epica” per un’artista. 

Poi, Miroslava mi ha confermato le voci che girano riguardo la crisi venezuelana. Non importa quanto si possano lamentare gli italiani e i messicani, non c’è crisi nei loro paesi se comparata con la situazione del Venezuela. Un presidente ai limiti del dispotismo (senza nessuna esagerazione dei termini) un paese che da quasi un anno vive con un’assenza quasi completa di farmaci, medicinali e disinfettanti, con i supermercati assediati già dalla notte, le persone che si mettono in fila con la speranza di poter entrare e comprare…qualcosa, perché dipende da quel che rimane o da quel che è arrivato. Alle sei le guardie del supermercato imprimono un numero sulla pelle dei potenziali clienti in attesa, e solo quelli che ricadono nel numero massimo che il supermercato accetta possono entrare e cercare di comprare qualcosa. Miroslava dice che i venezuelani ora soffrono di torcicollo, perché quando escono di casa, continuano a girare la testa per assicurarsi di non venire scippati o derubati a mano armata. Quando si parcheggia o si riprende la macchina, bisogna sempre ispezionare le persone che stanno attorno, poi entrare o uscire rapidamente per evitare che ti puntino una pistola e ti sottraggano il mezzo. La crisi ha anche cambiato il linguaggio, e le domande ai negozi partono con la negativa. Per esempio, se si sta cercando zucchero, si chiede: No tiene azúcar, verdad? Le frontiere aprono e chiudono dipendendo da come si è svegliato il presidente, perciò uscire dal paese non è sempre un’impresa facile, né tranquilla. Nei casi disperati, la gente va verso il confine con la Colombia, passando per il fiume, entra nel paese vicino e prende l’aereo da quel punto. 

Passando a temi più positivi, ho potuto conoscere la cucina venezuelana, le tipiche Arepas. Miroslava me ne parlava sempre, finché ha deciso di prepararmene alcune. Sono fatte di mais, e in apparenza potrebbero sembrare gorditas. In realtà hanno più cose in comune con il pane che con la tortilla, e in effetti si tagliano e si condiscono con tutto quello che si può immaginare, dolce o salato. Sono buonissime!

Altra cosa importante che ho imparato, sono le parole che esistono nella versione venezuelana dello spagnolo. Come sapete somo curioso come una scimmia quindi ne ho raccolte alcune, e ve le metto in un comodo dizionarietto, nella sequenza venezuelana, messicana, italiana. 
Auyama: calabaza, zucca

Budare: comal

Bullera: escandalosa, rumorosa

Cachito: cuernito, cornetto

Cambur: platano, banana

Caraota: frijoles, fagioli

Catire: güero, biondo

Cauchos: llantas, ruote

Chamo: joven, giovane

Chevere: chido, che figo!

Chuleta: acordeón, bigliettino

Cinta plástica: durex, scotch

Cola: aventón, passaggio

Cotillón (come in francese!): recuerdo, bomboniera

Finiquitar: terminar, finire

Guachiman (dall’inglese watchman!!): vigilante, poliziotto

Hallaca: sono tipo tamales ma più buoni (dice lei!)

Jojoto: elote, mais

Morocho: cuate, gemello

Mortero: molcajete, mortaio

Papelón: piloncillo, panela, la melassa solida

Peinadora: buró, specchiera

Platano: platano macho

Plazoleta: glorieta, rotatoria

Pollina: fleco, ciuffo

Sancocho: zuppa

Trancada: bloqueada, bloccata

Vi basta, per farvi capire come il maestro e l’alunno la maggior parte delle volte continuano a cambiare di ruolo?

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Informazioni su merkaura

Sono un ragazzo dell’85 della campagna vicentina che la vita ha catapultato in una metropoli antropofaga. Ho una laurea in Storia e una laurea Magistrale in Scienze delle Religioni. Mi guadagno da vivere a Città del Messico dando lezioni di italiano, francese e spagnolo a messicani e stranieri che abitano in Messico, per scuole, imprese o privati. Vivo in una casa in collina, tranquilla e circondata da un bosco miracolosamente salvatosi dall’espansione cittadina. Sono sposato con una messicana e abbiamo due cani a cui parlo in dialetto. Amo mangiare, bere, viaggiare, leggere, scrivere, infatti da quasi 3 anni amministro un blog in cui scrivo ogni settimana descrivendo questo paese, https://messicando.wordpress.com/. Odio le attività adrenaliniche, guidare e non mi interessa lo sport in generale. Unica eccezione delle lunghissime camminate, di 5 o 6 ore in ambiente urbano o in campagna. Sono una persona timida ma quando do lezioni indosso una maschera spigliata e molto più divertente. Se avete bisogno di informazioni su questo paese o volete spettegolare un po’, scrivetemi pure!
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