Sciogliere i nodi dell’odio (no, non è un pinche libro di Coelho)

Questo è un articolo a contenuto fortemente chismoso, quindi se cercate temi storici, gastronomici o culturali saltatevi questa settimana e tornate al blog direttamente giovedì prossimo. 

Di solito uno si immagina casa propria come un’oasi, dove poter ricaricarsi, lasciando fuori i disastri e lo stress. Cosa succede, però, se c’è qualcosa che ti inacidisce anche quei momenti di tranquillità? A parte l’equilibrio familiare, un altro fattore destabilizzante sono le persone che, non puoi farci niente, ti vivono di fianco. I vicini di casa. 

Nella zona dove abitiamo noi, ci sono otto case dove le persone restano in affitto per al massimo uno o due anni. Con l’eccezione di due famiglie, la mia e quella del disgraziato. Questo soggetto è stato tanto rilevante per il mio stress (già di per sé elevato) da meritarsi un articolo tutto suo, dato che l’ho conosciuto come studente di merda e non solo come vicino di merda. 

Be’, finalmente posso scrivere una pagina finale al problema. No, non l’ho ammazzato. Se l’avessi fatto non sarei tanto stupido da averci scritto sopra un articolo. O sì? La pinche Barbara D’urso avrebbe letto il blog in diretta. BOOM di lettori. (Per i messicani, la pinche Barbara è come la vostra pinche Laura Bozzo, a cada pueblo le toca el buitre que se merece).

Ho passato quasi due anni odiandolo a distanza. Ogni volta che ci incontravamo facevamo finta di non vederci o giravamo la testa dall’altra parte. Quando ha cominciato a convivere con una ragazza, l’odio reciproco si è propagato alle consorti. Pure le donne si malcagavano tra di loro. 

Le cose hanno cominciato a cambiare per un errore. Una volta stavo aspettando che arrivasse mio cognato e con il telecomando del portone ero fuori di casa, per aprirlo a distanza. Il vicino esce di casa e vede che sto guardando nella sua direzione. Alzo il braccio con il telecomando per puntare il sensore del portone e aprirlo. Il vicino interpreta questo gesto come un saluto e si sbraccia per salutarmi di rimando. Da quel momento in poi ogni volta che l’ho visto ho ricominciato a salutarlo e lui ha fatto lo stesso, sembrava che la guerra fredda fosse finita. 

Due settimane fa tornando a casa abbiamo visto che casa sua era vuota e loro facevano andirivieni. Un tuffo al cuore dalla felicità, stavano traslocando!!! Ma no. Si stavano muovendo alla casa affianco, più cara. Le probabilità di vederli sparire diminuivano ancora di più. 

Giovedì scorso sono uscito di casa con i cani perché le bestie feroci stavano annusando la presenza di altre bestie fuori, che erano precisamente i cani del vicino. Esco e i cani si salutano, loro non provano rancore se non per cinque minuti. Benedette bestie. Come tutte le mattine, il vicino aveva aperto la porta e lasciato uscire i cani per farli cagare dove volevano, e non raccoglie. Mai. Stavolta il suo cavallo (un cane particolarmente grande) sta cagando proprio di fianco alla mia macchina, anche se tecnicamente è il giardino di un’altra casa, quindi dovrei farmi i fatti miei. Stanco della ley del yelo e armato del solo raccogli-pupù, mi avvio verso casa sua. Nella mia mente, decine di volte mi sono immaginato l’incontro-scontro e quasi sempre termina a madrazo limpio (cazzotti per il pubblico del Belpaese). Dato che lui mi supera in altezza di venti centimetri, è palestrato e io ho il fisico prestante di un professore di lingue, nella mia mente il tutto terminava sempre all’ospedale, quando non facevo qualche cazzata tipo difendermi con una pietra spaccandogli la testa e maciullandogli la faccia e terminare in carcere. Lo saluto con tono amichevole e lui mi risponde con tono entusiasta. Qualcosa non quadra, almeno non concorda con la mia fantasia pulp. Mi domanda “Hola, que pasó!?” Esordisco con il chiedergli informazione sul fatto che ha cambiato casa e…si apre il vaso di Pandora. Comincia a raccontarmi tutto quello che ha fatto nei due anni di silenzio stampa. Che ha aperto una propria ditta, indipendentemente da quella del padre, che sta per avere un figlio, che la moglie (“sí sí, me casé el año pasado!”) è russa e che stanno avendo problemi con la burocrazia dato che è -ehm- illegale da quattro mesi. Approfittando, corre alla nuova casa e me la presenta. Chiacchieriamo dieci minuti, io in vestaglia e sua moglie in pigiama. Mi invita al babyshower del bambino che sta per arrivare. Mi fa domande sulle pratiche di Migracion. Ci salutiamo amabilmente. 

Tornando a casa mi sento incredibilmente più leggero. Mi rendo conto che l’odio (non sempre immotivato) verso di lui mi era rimasto dentro come un corpo estraneo o un tumore che mi pesava sull’animo, senza rendermene conto. Lo avevo trasformato nell’archetipo del messicano-bestia. Razzista, incivile, pronto alla violenza, abusivo, ignorante. Il nemico mentale che mi creo ogni volta che sono al volante, il naco che può guidare un pesero o un Suv, senza nessuna differenza. Bene, questa bestia non esiste, se non nella mia paranoia. È incredibilmente bello aver risolto questo mio micro-dramma, perché su quello avevo basato ogni mia forma alternativa di odio verso gli altri. Caduto il palo, cala tutto il telone. Quindi, se posso darvi un suggerimento, cercate di risolvere i diverbi, non trasformateli in un problema che vi annebbia anche le tranquillità e la pace che comunque vi meritate. 
…e la merda del cane? Niente. Talmente distratto da questo “nuovo vicino” mi sono dimenticato di dirgli di raccoglierla. 

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