Pure gli sfigati possono insegnare

Uno potrebbe pensare che dare lezioni è un lavoro che ha, come prerequisiti, l’essere socievole, rapido e scaltro nelle relazioni umane, avere il discorso sempre pronto o essere capace di mantenere conversazioni spigliate e brillanti. Bo, non lo so. In linea teorica potrei dire che è vero, ma io sono la prova vivente che anche chi è o crede di essere un introverso può farcela. 

Ho sempre avuto problemi con le relazioni umane, farmi un amico è stata una faticaccia da…mah, credo da sempre. Una volta che creavo qualche vincolo, mi “accontentavo” di quello che avevo fatto. Non cercavo mai di conoscere gente nuova, anzi! Se c’era qualche elemento estraneo nel gruppo, era un’invasione. Per anni sono stato il tipo silenzioso, non spiccicavo mai parola, lasciavo che fossero gli altri a mantenere il discorso. Mi capitava, a fine serata, di rendermi conto di non aver detto veramente niente, e di non averlo notato fino alla fine!

Soltanto molto, molto più tardi, ho potuto trovare qualche spirito affine con cui poter parlare sul serio. Nel senso, dare voce ai miei pensieri, creare un dialogo vero e non un tentativo di essere accettato. Una scoperta straordinaria è stata quella di essere simpatico. Incredibile. La gente rideva di quel che dicevo. Potevo usare ironia. Sapevo usarla. Perché non l’avevo fatto prima? Avevo tenuto tutto dentro e non avevo capito il concetto importante di tempismo. Una frase simpatica può fare ridere la gente se detta al momento giusto. Più tardi, serve quanto un calcio in culo. Con tanto tempo e sforzo, sono riuscito un po’ a modellarmi, rendendomi più socievole, meno chiuso, anche se a volte usavo il mio dialetto come uno scudo, per allontanare le persone. Pessima, pessima scelta. Già all’epoca avrei potuto capire l’importanza del linguaggio. La lingua che decidiamo di adottare è un vestito che modifica la relazione con l’esterno. Il relatore della tesi che comincia a parlarti in dialetto, ti mette a tuo agio riconoscendo un’appartenenza culturale e geografica comune. Il messicano che negli Stati Uniti finge di non saper parlare spagnolo quando un suo connazionale gli parla, rigetta un’identità che trova pesante e vergognosa. 

Riprendendo: ogni volta che dovevo parlare, per me era difficile. Sono stato per quasi cinque anni in in associazione di volontariato, passando anche 10-15 ore alla settimana con giovani della mia età. Bè, ho fatto amicizia solo con il gruppetto più ristretto. Ogni volta che arrivava la folla di gente nuova, mi rimettevo in modalità rigetto e tornavo silenzioso. 

Con queste basi, potete capire come mi sembri strano che, quando lavoro, mi senta pienamente a mio agio e perfettamente tranquillo. Una cosa che ho notato anche ieri è che non importa se ci sono persone nuove (ieri erano quindici sconosciuti), prendo in mano le redini e parte lo spettacolo. Entrando e uscendo dalla lezione effettivamente sento che qualcosa cambia. Mi capita che all’uscita dell’ultimo studente dall’aula, mi cada addosso una valanga di fatica e sento la faccia che diventa lunga. È stanchezza di “recitare”? O è tristezza perché è finito lo show? 

Parlandone con una collega francese, è uscito il discorso che il professore, come il clown, deve truccarsi e mettersi una maschera che può lasciare solo una volta concluso lo spettacolo. Le ho detto che mi sembra di vedere la mia versione “professionale” come la più divertente e decisamente la più simpatica. La collega mi ha fatto notare che forse quello che è in classe è il vero me stesso, è quello che è fuori dall’aula è la maschera. Sarebbe abbastanza triste, no?

Altri professori in ascolto che vogliano condividere la loro esperienza e la loro opinione? 🙂

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7 risposte a Pure gli sfigati possono insegnare

  1. claintheclouds ha detto:

    Mi piace tantissimo! Commento scritto a metà post 😀 Continuo…

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  2. rita ha detto:

    Bello questo articolo, ancor più bello come riesci ad analizzare e a descrivere quello che eri e quello che sei ora!

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  3. cronovivo ha detto:

    aaaah bhè…mi sa che proprio un pirandello anni e anni fa affrontava il tema delle maschere. In quel dato momento abbiamo una maschera o siamo noi stessi?

    comunque lo capisco benissimo, io ho a che fare ogni giorno con ragazzini tra gli 11 e i 13 anni, e sí, ogni lezione è uno show. Sei l’attore che lascia dietro la sua vita, i suoi problemi, le sue paure e interpreta il personaggio…o siamo attori durante la vita e noi stessi durante lezioni? zan zan zaaaan…chi lo sa… 🙂

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  4. Darío ha detto:

    Caro Denis, grazie per la tua condivisione personale. In effetti noi prof (almeno quelli bravi 🙂 dobbiamo essere un po’ attori e un po’ pagliacci, fa parte del gioco, o meglio della didattica. Vuoi mettere spiegare il termine ‘cadere’ con degli esempi inventati oppure fare apposta un capitombolo in classe davanti a tutti? Quale delle due ricorderanno gli studenti? A me capita solo in parte l’effetto bipolare della simpatia in classe e apatia fuori classe (estremizzo!), piuttosto capita anche a me di essere a mio agio in un gruppo numeroso, come docente (“capogruppo”) e invece piuttosto a disagio come parte “x” del gruppo, specie se di sconosciuti, per cui faccio piuttosto fatica anche io a fare amicizia, a meno di non essere coinvolto e spinto. Un po’ quello che hai detto tu, mi pare. Un esempio lontano, che però mi è rimasto molto impresso, è quello di un mio docente universitario, un signore inglese di mezza età, simpaticissimo, un vero mattatore in classe, grasse risate ad ogni lezione. Ma agli esami o ai colloqui personali era inspiegabilmente timido, imbarazzato e taciturno. Boh? Però è proprio bello insegnare e gratificante quando ogni tanto vedi qualche piccolo frutto. La cosa più triste è una classe di svogliati a cui ripeti da mesi le stesse cose senza alcun effetto.

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  5. clibi ha detto:

    La cosa importante è che tu riesca a dare il tuo sapere agli altri con sicurezza, chi ti ascolta lo percepisce

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