Il tassista

  
Un lunedì dicembrino. 
Complici un raffreddore pesantissimo, il fatto che mia moglie oggi si è presa la macchina e il fatto che sono le otto di mattina (tardissssimo per chi vuole evitare il traffico) sono costretto, caso più unico che raro, a cercare un taxi. Sto portando a mano un borsone di canapa in cui sono occulti un computer col suo cavo. Non per dare meno fiducia ai miei compaesani messicani, ma andarsene in giro con una borsa da pc, che gridi “ehi, sto portando un computer con una sola mano, sono malato e debole, se me lo rubi sarà un gioco da ragazzi” non mi è mai sembrata una buona idea in Italia, figuriamoci in Messico. Ho bisogno del pc per l’ultima lezione di storia che devo dare in una scuola. La lezione è alle nove, sono le otto, se fossi nel pieno delle forze potrei arrivarci camminando. Però, come ho già detto, sono fatto a pezzi da un vile raffreddore (virilmente parlando). Prendere il bus? Alle otto il bus è off-limits, strapieno di persone già quando arriva alla fermata, a meno che si voglia restare penduli fuori del bus, come dei testicoli muniti di zaino. Se una mano è concentrata nel mantenere la borsa col pc, l’altra mano non ci assicurerebbe la sopravvivenza. 
Quindi, taxi o muori. Sono estremamente codo, taccagno, quindi prendere un taxi diventa un braccio di ferro fra fiducia verso un estraneo e consapevolezza di essere la parte debole del contratto. Proprio mentre comincio a rivalutare le mie forze e la possibilità di arrivare a scuola camminando, vedo che un taxi si ferma all’altro lato della strada e fa scendere una persona. Il taxi è colorato di rosa e bianco e ben dipinto, è un taxi ufficiale. Buon inizio. Gli faccio segno con la mano e lui conferma. Salgo, e gli dico di andare in direzione di un supermercato. Lui tocca il taximetro, quell’apparecchio che permette di calcolare legalmente quanto si deve pagare. Buon segno, sta già guadagnando punti-fiducia, comodamente convertibili in pacchi di pasta Barilla. Ci avviamo, e l’occhio taccagno, inesorabile, si fissa sul taximetro per controllare l’avanzare lento ma inevitabile della tariffa. 15, 17, 20, 22…vi potrete rendere conto del livello pesante della mia paranoia se considerate il fatto che la corsa totale, 15 minuti, mi è costata tipo 1 euro e 90 centesimi. Ma io sono maniacale, in qualsiasi valuta monetaria. 
Avvicinandoci alla zona il taxista mi chiede dove può lasciarmi, io gli dico che appena arriviamo glielo dico. Usa questa scusa per attaccare bottone.

– Di dove sei?

– Sono italiano, ma vivo qui.

– Da quanto? 

– Già sono quattro anni…e tu di dove sei?

– Sono di Michoacan.

– Allora pure tu sei immigrato?

– [Ride]

– Da quanto vivi qui a Città del Messico?

– Sono arrivato che avevo 17 anni, ma sono pure stato 5 anni negli Stati Uniti, come mojado (immigrato clandestino)

– Ah, ti manca quel periodo?

Fíjate que sí, mi piaceva molto e guadagnavo bene.

– Cosa facevi là?

– De todo, giardiniere, operaio, pulizie in casa…e voglio tornarci.

– Si? Ah, qui davanti per favore, quanto le devo? 

– Mmmm…facciamo 32, e que te mejores, hai un brutto raffreddore.

– Grazie y suerte con todo




Scaricando il corpo dolente, lo zaino e la borsa, do un’occhiata al taximetro, e vedo che mi ha fatto uno sconto di due pesos. Al diavolo le mie manie di taccagno.
(Immagine tratta da internet)

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Una risposta a Il tassista

  1. claintheclouds ha detto:

    Oh il mio buon vecchio Den Braccinecorte!

    Mi piace

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