Razzismo alla messicana (1): Città-Pueblo

  Quando ho scritto l’articolo sul malinchismo (lo trovate qui) ricordo di aver detto che in questo paese non c’è tanto razzismo verso l’esterno, quando piuttosto una sorta di razzismo masochista che colpisce gli stessi appartenenti della nazione. Con il tempo, ho scoperto che esistono differenti tipi di razzismo allacciati, una di centro-pueblo, uno di capitale-provincia e uno tra “bianchi” (???) e “indios”. Sono tre fenomeni differenti, ma quando le tre divisioni coincidono il razzismo si manifesta potente e fortemente escludente. 
Oggi voglio cominciare a parlare del primo, la differenza tra città o centro e il pueblo. È qualcosa di estremamente messicano? Sì, ma è anche riscontrabile in tutte le civiltà umane. Appena l’umanità ha cominciato a creare insediamenti stabili, si è creata una differenze di status degli abitanti delle due parti, e con la nascita di vere e proprie città la situazione è diventata ancor più pesante, tanto da creare una sorta di “doppio binario”: le leggi, le feste e i comportamenti tipici della città possono essere molto differenti da quelli che si accettano e celebrano in campagna.

In Messico, quando si vede un comportamento estremamente burino, cafone (naco) si dice che quella persona “sembra di pueblo”, sembra che sia appena uscita dal villaggio. A mio aiuto vendono anche dei modi di dire:

La sacaron del pueblo a tamborazos

L’hanno fatta uscire dal pueblo a colpi di tamburo, festeggiando la sua partenza, cioè quella persona che ha dovuto lasciate il paese ha provocato una reazione di gioia nei compaesani.

La sacaron de la selva 

L’hanno portata fuori dalla selva, la giungla. Qui si vede ancora più forte la connotazione razzista. 

La bajaron del cerro

L’hanno fatta scendere dall’altopiano, dalla montagna. Le zone di difficile accesso sono quelle che nascondono i pueblos con le tradizioni ancora forti, e d’altro lato sono le zone in cui si trovano abitanti che ancora non conoscono lo stile di vita cittadino. Si usa quando una persona non sa comportarsi in società, è incapace di vivere “civilmente”.
Parlando dei riti: nella mentalità locale, le feste e le celebrazioni cittadine sono quasi sempre viste come più “civili”, contenute e dignitose. Feste di compleanno, matrimoni, feste religiose si celebrano pacatamente e con un certo stile (sto parlando di opinioni riscontrate in decine di chiacchierate con i miei studenti, involontari banchi di prova della mia mania antropologia e sociologica). Nel polo opposto, le feste di pueblo si considerano più caotiche, veri e propri baccanali: il numero dei partecipanti è spropositato, si parla di centinaia e centinaia di invitati (a volte si prevede di cucinare per l’intero pueblo). Le feste hanno inoltre il carattere di essere quasi sempre o quasi completamente alcoliche: se non si spende abbastanza per il chupe, non è una festa, poco importa che si tratti di un battesimo. Quasi tutti devono terminare hasta el copete, ubriachi spolpi. Chi ne ha la possibilità, sacrifica per la festa dei maiali o capretti e prepara carnitas e/o barbacoa. Questi piatto piacciono A TUTTI (güeros stranieri compresi) ma in città si considerano a volte…”poco dignitosi” per un matrimonio o una festa importante. Vedete già l’ipocrisia?
Anche dal punto di vista organizzativo, il pueblo normalmente si caratterizza per l’eccessivo, l’eclatante. Enormi ofrendas de muertos, piazze intere o vie cittadine ricoperte da petali di fiori in occasioni di feste nazionali, potentissimi santi patroni locali che monopolizzano le attività del villaggio per giorni e giorni. A volte, presenza di forme religiose “altre” rispetto alla religione cattolica: chamanes, brujos, donne che offrono la “limpia”, una pulizia dalle cattive influenze. Un altro esempio, si trova nel pueblo di Pomuch, Campeche. Lì durante il dia de muertos vengono estratte e ripulite le ossa dei parenti. Reali, non metaforici. 
Dal punto di vista familiare e sessuale, troviamo ancora una situazione di esagerazione. Ogni volta che arrivo al capitolo del libro che parla di matrimonio e figli, alla domanda sull’età del matrimonio e la prole, sempre ascolto le stesse parole: “qui in città ci si sposa sui 30 anni, ma nel pueblo (o in provincia)…”. Nei pueblos cosa? Nei pueblos l’età del matrimonio è molto precoce, diciamo dai 16 ai 20 e spesso il rito si compie per “riparare” una gravidanza indesiderata. Il Messico è il paese al mondo con più gravidanze adolescenziali, più del 45% delle gravidanze in Messico avvengono con madri che hanno meno di 20 anni. Parlando di figli, pure qui troviamo un dato esagerato, sono proprio le famiglie tradizionali, di pueblo, ad avere più bambini. Un tratto inquietante presente nella mentalità della gente di città è la precarietà della condizione femminile, l’insicurezza e la possibilità non scarsa di diventare ragazze madri, o essere abbandonate sull’altare, come possiamo vedere nel modo di dire:

La dejaron (plantada) como mujer de pueblo

Per finire, anche la bellezza femminile viene a volte insultata o calpestata da una forma di cinismo. Una festa tipica dei villaggi è la flor más bella del ejido, il fiore più bello del giardino, un concorso di bellezza a ciò possono partecipare le ragazze nate in un determinato villaggio. Bè, ho sentito due persone diverse usare questa espressione per indicare una ragazza abbastanza bella ma niente di speciale.
Come vedete, sono parecchie le coltellate che (involontariamente?) vengono date agli abitanti della campagna. Cosa ne pensano loro dei cittadini? Purtroppo non lo so, finora ho potuto dare lezioni solo nella metropoli. Se volete contribuire con le vostre esperienze e opinioni, commentante pure! 

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