Messico-Usa, La storia di Roberta

  

 (Immagine da internet)

In questo articolo vorrei trattare di un tema fondamentale per capire la società messicana e i suoi abitanti, la difficile relazione con gli Stati Uniti. Sarà probabilmente la prima parte di un discorso che richiederà vari articoli e che pubblicherò nei prossimi mesi per cercare di essere almeno in minima parte chiaro. Comincerò con il fenomeno più grande, evidente e definente del rapporto fra i due “vicini di casa”: i migranti messicani clandestini negli Stati Uniti. 

Potremmo iniziare da alcune domande fondamentali: 
Chi sono? Sono dei messicani che hanno lasciato il proprio paese, spinti dalla disperazione economica e dalla speranza di una vita migliore. Molte volte hanno una scarsa istruzione. Esattamente come gli italiani di inizio ‘900. 
Quanti sono? Nessuno lo sa con certezza. Si ipotizzano 20 milioni di messicani, comprendendo i migranti legali ma escludendo gli statunitensi di origine messicana che sono molti di più. 
Cosa fanno? Come ha detto il presidente Fox, Los mexicanos hacen los trabajos que ni los negros hacen, fanno i lavori che neppure i negri fanno, un’espressione molto razzista ma abbastanza decisiva nel contenuto. 
Come arrivano? Molti attraversano a nuoto il fiume che segna parte dei confini fra Stati Uniti e Messico, e da questo processo deriva il termine con cui vengono normalmente chiamati, mojados, cioè bagnati.
Come vengono trattati una volta là? Spesso, troppo spesso, ai limiti del legale. A volte anche solo attraversare il confine si trasforma in un’attività a rischio di morte. Alcuni ranger (o rinche in spagnolo) arrivano al punto di sparare a vista. Se riescono a superare la barriera e lavorano illegalmente, gli statunitensi ne approfittano pagandoli spesso una miseria e pure i latini degli Stati Uniti a volte li maltrattano, per dimostrare la lontananza dai propri compatrioti e riconfermare di essere ormai statunitensi al 100%.
Che lavori fanno? La maggior parte sono lavoratori agricoli, braccianti e lavoratori del l’edilizia. Le donne possono lavorare come colf in case dei gringos, o baby sitter.
Qual è il loro peso economico e politico per i due paesi? Enorme. Gli Stati Uniti in pratica vivono grazie alla manovalanza messicana, come lo dimostra il film-documentario “Un giorno senza messicani”, che prospetta uno scenario apocalittico a partire dall’ipotesi di un’improvvisa scomparsa di tutti i messicani in territorio Usa. E il Messico? Le rimesse degli emigrati messicani, cioè i soldi che i messicani inviano ai familiari dagli Stati Uniti, rappresentano una percentuale alta dell’economia totale messicana. Un altro parallelo con l’Italia: all’inizio del ‘900, le rimesse degli italiani all’estero rappresentavano il 20% dell’economia. 

Per cercare di darvi un’idea più chiara del fenomeno, ho chiesto il favore di dare la propria testimonianza a “Roberta”, pseudonimo di una messicana che ora vive all’estero con la sua famiglia.
Storia di Roberta

Mia mamma è originaria di Zacatecas, dove viveva in un piccolo rancho con i genitori e sette fratelli, lavorando la terra e coltivando cavolfiori e lattuga. Era un lavoro molto difficile: anche solo per comprare le sementi necessarie per continuare a lavorare, era necessario chiedere prestiti a familiari o amici in città o a persone che erano appena tornate dagli USA. Se la terra produceva abbastanza si poteva vendere la verdura e chiudere il debito per poi ricominciare il ciclo. La famiglia viveva di ciò che coltivava, e ancor oggi la situazione dei contadini messicani non è cambiata di molto. La terra però produce sempre meno e le famiglie crescono anno per anno, questo costringe spesso i maschi della famiglia a cercar fortuna “pal norte “, nel nord, cioè negli Stati Uniti, lasciando a casa solo le donne e i bambini, che inevitabilmente non possono coltivare le terre con lo stesso ritmo di prima. La mia famiglia però uscì da Zacatecas per un altro motivo: il nonno aveva frequenti mal di testa, perciò tutti i familiari andarono a Città del Messico dove scoprirono che la causa era un tumore. Decisero quindi di vendere casa e terre per trasferirsi nella capitale. Lì, mia mamma e gli zii si ingegnarono per sopravvivere, lavorando di giorno e studiando di notte, e riuscirono a conseguire una laurea. Dopo varie operazioni, mio nonno morì. Mia madre conobbe mio padre, si sposarono e ebbero due figlie. La vita continuava,…finché arrivò il terremoto dell’85. Spaventata, mia madre decise di andarsene dalla capitale, e ritornò in “provincia”, Zacatecas, per parlare con gli altri parenti e cercare una possibile alternativa. Una zia che viveva negli Stati Uniti le consigliò di raggiungerla, per tentare di cambiare sul serio la propria sorte, e la convinse.

 Io, mia sorella e mia madre partimmo, lasciando mio padre in Messico.

Non posso dirti come abbiamo passato la frontiera, posso solo dire che mia madre ha viaggiato per conto suo e io e mia sorella in un’altra maniera. Arrivammo dopo ore di viaggio in furgone e la zia (con la sua famiglia) ci accolse. Gli zii avevano dieci figli e la famiglia si dedicava alla costruzione. Non conosco gli accordi che si erano presi con la zia, ma mia madre fu costretta a lavorare come muratore, portando sabbia e acqua per fare il cemento, dalle 5 alle 20, per guadagnare il necessario per mantenerci. Sì, perché anche se eravamo parenti, noi dormivano nel garage con i cani e pagavamo affitto e alimenti. Andavamo in una scuola “riservata ai latinos”, e a casa ci servivano un solo pasto, la cena, che consisteva in latte e cereali. Dovevamo fare colazione e pranzo a scuola perché la zia non ci voleva dare altro. Un autobus ci portava a scuola e ci riportava a casa, non potevamo uscire perché la zia ci terrorizzava con la Migra (la polizia migratoria, che cerca gli illegali).

Dopo un anno di questa vita, decidemmo di ritornare. Non faceva per noi, non era quello che speravamo di incontrare. So che mia mamma aveva preso questa decisione per cercare di darci il maggior benessere possibile. Dopo un anno di sacrifici, ci era rimasto il sufficiente per comprare i biglietti di ritorno e uno stereo. 

È molto difficile parlare di questo, perché sono ricordi dolorosi che per meccanismo di difesa abbiamo scelto di rimuovere. Ma vedendo le esperienze di altri emigrati, a noi poteva anche andare molto peggio! E questo grazie all’ “amore” dei familiari! Questa esperienza ci ha formato e ci ha reso più forti. 

  

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6 risposte a Messico-Usa, La storia di Roberta

  1. claintheclouds ha detto:

    Bella testimonianza! Grazie della condivisione! Spero che tutto si sia risolto in meglio per la protagonista di questa vicenda!

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  2. giuliacalli ha detto:

    Grazie per la condivisione! Il tema che hai scelto di raccontare è molto spinoso, ma è importante che se ne parli. Da poco a un festival del cinema indipendente ho visto un docu-film bellissimo di Gael García Bernal che racconta di come tanti messicani e centro americani cercano di varcare il maledetto confine che li separa dagli USA, molto ben fatto anche il sito web del film: http://whoisdayanicristal.com – ne consiglio veramente la visione.

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  3. SweetRoocks ha detto:

    Hola!
    Felicidades por tu Blog y por este artículo en particular.
    Soy una de tus fans y no me pierdo ninguno de tus artículos!
    Gracias por darnos siempre una sonrisa y una que otra lagrimita, para iniciar bien el día.

    Liked by 1 persona

  4. Elena ha detto:

    Tema davvero molto difficile e toccante…io ho conosciuto un autista di taxi che era un “coyote”, uno di quelli che aiutavano clandestinamente i compatrioti messicani ad attraversare la frontiera senza essere scoperti…davvero pazzesco…
    Consiglio a tutti, al riguardo, di guardare il film “La jaula de oro”.

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