Al semaforo

Sabato pomeriggio. Sto tornando a casa dopo 5 ore di lezione in un’università, fa un caldo boia. Sono in un bus, si infila in una strada, una delle tante che sboccano verso Insurgentes, la Avenida (cioè corso, viale) più lungo d’America. Ho dimenticato le cuffie a casa, quindi niente musica, avevo cominciato a leggere un libro ma ho gli occhi stanchi, e presto smetto. Siamo in fila al semaforo, aspettando di sboccare in Insurgentes, e nonostante sia già fine di settimana la coda è lunga.

Rosso.

Una signora molto (ma molto) grassa si avvicina passando macchina per macchina, con un rebozo dove dorme un bambino. Il rebozo è un fazzoletto enorme che viene avvolto attorno al corpo e che serve per portarsi i bambini mentre si cammina. Un pensiero malvagio (di cui poi mi pento amaramente) mi attraversa la mente: “Se stai chiedendo l’elemosina, credo che il fatto di essere grassa non ti aiuti in quanto a credibilità”. Dal lato del semaforo procede una ragazzina di quattordici, quindici anni che sta vendendo marzapan de cacahuate, macchina per macchina pure lei. Sta mangiando qualcosa, e offre i dolcetti parlando con la bocca piena. Vedo che la maggior parte degli automobilisti fa cenno di no con la testa, una persona addirittura alza il finestrino e finge di non vederla. Lei si ferma comunque, parla al finestrino alzato, e dopo un attimo passa alla seguente macchina.

Verde. 

L’autobus avanza lentamente, la quindicenne si avvicina alla signora. Vedo la signora persignarse (fare un segno della croce), la maggior parte dei venditori ambulanti e dei mendicanti fanno cosí quando vendono o ricevono  qualcosa. La quindicenne bacia il bambino, forse il suo fratellino. Sono una famiglia. Pinche hipócrita imbecil che sono. Stanno solo cercando di guadagnarsi da vivere. Che? Devono essere magri e moribondi per aver diritto a farlo? In quel momento mi odio.

Rosso.

Si ricomincia a lavorare. Vedo arrivare da dietro un’altra figura professionale, un lavavetri. Ha in mano una bottiglia con acqua e sapone, ha un buco al tappo così la usa per spruzzare i vetri. Questa volta è il suo turno di avere fortuna, e in pochi momenti riesce a lavare un vetro, riceve l’obolo e quasi passa all’altra macchina.

Verde.

Il lavavetri si unisce ai tre personaggi che con tanta attenzione stavo spiando. Mette il braccio attorno alle spalle della signora e comincia a parlare alla quindicenne. Credo di avere di fronte l’intero quadretto familiare. L’autobus stavolta sta riuscendo a passare il semaforo, e la famiglia diventa sempre più piccola. Sta per cominciare un altro delle centinaia di turni di lavori di 90 secondi che costituiscono la loro giornata.

Fa un caldo boia.

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5 risposte a Al semaforo

  1. rita ha detto:

    Ti ammiro, riesci a trovare il lato migliore in tutto ciò che ti circonda!

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  2. Andrea ha detto:

    Bellissimo racconto di una emblematica esperienza di vita!

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  3. claintheclouds ha detto:

    Concordo con i communti precedenti… Soprattutto quello di una certa Rita 🙂 Nonostante la pressione di vivere in una città così frenetica, riesci a rallentare e a guardare alle microdinamiche che ti circondano con grande semplicità e purezza! Dovresti scrivere un libro, oltre al blog 😉

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  4. Moises Marquez ha detto:

    Tuti i venditori se persignent dopo a la prima volta che se vende per avere fortuna tuta la giornata.
    Grazie tante per gli articoli.

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    >

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