Il mio primo amico in Messico

Nel febbraio 2012, pochi giorni dopo aver ricevuto la mia Fm3 (il permesso di lavoro in Messico), ricevetti un’offerta da un’università dello stato del Messico, lo stato esterno alla capitale. Fra i millemila documenti necessari per essere preso come professore, c’era un documento chiamato “carta de no antecedentes penales”, praticamente un documento che attesta l’inesistenza di reati e precedenti penali di una persona. Il documento era abbastanza prevedibile, vista la natura sensibile della professione del maestro, a contatto con decine di giovani. Per poter averla, dovevo recarmi con altri millemila documenti in una Segreteria di Pubblica Sicurezza. È il tipico caso di matriosca burocratica: ti chiedono i documenti A, B, C, D, ma per avere il documento A devi presentare i documenti X, Y e Z in un altro ufficio. Dato che non ero ancora sufficientemente messicanizzato, quindi ancora non davo la preoccupazione giusta senza esagerare, la burocrazia mi stava togliendo il sonno. Vabbè, dovevo recarmi in un posto chiamato Xola (Si pronuncia Sciola), e già scrivere il nome del posto è stata un’impresa visto che la X in Messico può avere quattro suoni differenti (cs, s, sci, h, tipo il nome del paese che è México, cioè Mehhhico, si pronuncia alitando la h). Arrivo come mio solito in larghissimo anticipo, tipo 50 minuti prima del dovuto, e come sempre mi metto nella mia posa d’attesa: leggendo un libro in piedi, scomodissimamente, come un pero. Dieci minuti prima dell’apertura dell’ edificio, comincia ad arrivare la gente e ci mettono in fila. Dopo cinque minuti, escono dei militari con dei mitra a tracolla che cominciano a urlare ordini. Comincio a preoccuparmi pensando di essermi messo nella fila sbagliata. All’ora X, i militari ordinano di entrare uno a uno e ci danno una schedina che dobbiamo tenere al collo e bene in vista, e ci “suggeriscono vivamente” di salire le scale stando ben rasenti al muro. Ad ogni pianerottolo, altri militari in attesa. Il timore diventa panico. Arrivo in cima, e ci dicono di dare tutti i documenti, quindi lascio la mia cartellina sudaticcia e ci mettiamo ad aspettare. Dopo poco, mi chiamano: “Señorita D____ T_____?” Ancora non lo sapevo, ma in Messico il mio nome è per donne. Quello fu il primo di numerosi equivoci sessual-burocratici, a cui mi sarei dovuto abituare. In ogni caso, mi alzo e in un batter d’occhio avevo risolto la procedura e avevo il foglio necessario. Una volta che dieci persone sono pronte, ci avviamo all’uscita con la stessa procedura. Finalmente fuori, mi metto a camminare ma mi rendo conto che non trovo più la strada per tornare al metro. Allora ritorno nell’edificio di sicurezza pubblica e in quel momento esce un ragazzo, poco più giovane di me. Gli chiedo se sa dov’è il metro e lui gentilissimo mi dice che se voglio mi accompagna, tanto anche lui deve andarci. Figata, ci avviamo insieme e intanto chiacchieriamo amabilmente. Dovete sapere che era la prima volta che parlavo spensierato con qualcuno in spagnolo che non fosse un familiare di mia moglie. Piacevolmente stupito della novità, mi sta sempre più simpatico il tipo, parliamo del più e del meno. Ad un certo punto lui mi fa: “anche tu devi passare sempre qua per firmare?” E io, pacifico: “No, solo son passato per ritirare un documento”. Seguono altri minuti di camminata, e alla fine dice “Devo pisciare, io entro qui, tu però continua diritto e fra poco trovi il metro sulla sinistra, mucho gusto y que te vaya muy bien“. Io entro al metro, ancora felice dell’incontro. Solo molto più tardi, mi sono reso conto del significato delle sue parole, quel ragazzo era in libertà vigilata, e doveva passare a firmare per rimanere fuori dal carcere. Il mio primo amico in Messico è stato un galeotto! Sembra però che l’aria era quella buona perché la settimana successiva, mentre cercavo di produrre un altro dei millemila documenti, stavolta per Hacienda, cioè il fisco, mi fermai in una panchina di un parco a leggere mentre aspettavo che arrivasse l’ora del mio appuntamento. Un barbone si siede accanto a me e, con nonchalance, mi chiede da quale carcere ero uscito. Io resto un attimo allibito, pensando fosse uno scherzo, ma lui mi indica il tatuaggio che ho al braccio, e mi dice che quello è tipico di alcuni gruppi di carcerati. Beeeeeene. Se non altro mi è servito come esperienza, difatti tutti i colloqui di lavoro successivi li ho fatti a maniche lunghe. 😀

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2 risposte a Il mio primo amico in Messico

  1. Andrea ha detto:

    Non ci posso credere! 😀

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  2. SweetRoocks ha detto:

    Con questo post ho conosciuto il tuo blog!! credo sia il mio post favorito!! 🙂

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