Un matrimonio sciamanico

Articolo mezzo informativo mezzo chisme quindi se non vi piace il chisme fuori dalle palle. No, scusate, volevo dire che se non vi interessano i fatti altrui ci vediamo la settimana prossima.

Venerdì sono andato ad un matrimonio di un ragazzo che conosco, è del lavoro di mia moglie. Mi incuriosiva molto sia la location (mi sento sporco usando questa parola ma sembra che in Italia vada a ruba) sia la modalità di cerimonia. Infatti mi avevano spiegato che starebbe stato un matrimonio sciamanico. Lo sposo mi ha detto che a celebrare il rito sarebbe stato suo fratello, che era appunto un chaman, uno sciamano. Cosa sono? Gli sciamani sono dei “sacerdoti”, con tutti i limiti e le sfumature che questo termine può permettere. Con il rituale e l’utilizzo di alcuni elementi o ingredienti collegano il mondo reale all’ultra terreno e interpretano e reinterpretano la natura, alcune volte per fini medici, come si può vedere nella figura limite dello sciamano guaritore, che ha buone conoscenze di erboristeria. Lo sciamanesimo è una manifestazione religiosa apparsa in quasi tutte le civiltà e le epoche, in genere gli sciamani precedono la formazione delle religioni più complesse. Restano nella fase sciamanica alcune regioni tropicali e siberiane, per l’ovvia difficoltà di penetrazione dei monoteismi nelle regioni più isolate. Se manteniamo abbastanza aperta la definizione, si possono definire con il termine sciamano anche alcune streghe del passato europeo, o il molto più moderno jettatore meridionale. E tutta una pletora di truffatori televisivi che spillano soldi in cambio di servizi.

Il matrimonio si è svolto all’ultimo piano di un grattacielo della città. Ventunesimo piano, in un roof garden. Bellissimo! Mi tremavano le gambe al pensiero di come si sarebbe sentito um terremoto da lassù. Ad essere sinceri, solo per averlo scritto mi stanno già sudando le mani.

Comunque, vi spiego come è andata la cerimonia. C’era una tavola con vari oggetti disposti sopra e davanti alla tavola c’era il celebrante. Di fronte, la coppia. I parenti e gli amici più stretti erano vestiti di bianco e disposti a mezzaluna attorno alla coppia. Dopo un breve discorso iniziale, lo sciamano ci ha spiegato che alcuni invitati avrebbero rappresentato i quattro elementi, portando oggetti e discorsi augurali relativi al tema. I quattro elementi classici (terra, acqua, fuoco e aria) sono un’eredità aristotelica, quindi greca e mediterranea, che è sopravvissuta durante tutto il medioevo sotto la forma di studi alchemici. Nell’America precolombiana, prevalevano le contrapposizioni binarie, quindi i quattro elementi sono quasi sicuramente un’eredità europea, ma lo sciamanesimo moderno è abbastanza sincretico, avendo ereditato temi e filoni “di moda” negli ultimi 40 anni, incorporando temi dalla new age, dalla psicologia, dall’alchimia, dallo spiritismo e dalla ritualità dei monoteismi.

I rappresentanti dei vari elementi si sono avvicendati dando il proprio contributo alla cerimonia. È stato bellissimo, i momenti più toccanti sono stati quelli meno artificiosi, con persone che hanno dato la propria faccia, un po’ impacciata e un po’ schiva, dato che per la stragrande maggioranza questo tipo di rituale è qualcosa di nuovo. I rappresentanti della pietra hanno portato 12 quarzi con differente significato e 12 pietre selezionate personale.

Per il fuoco hanno portato dei fiori, per l’acqua dei recipienti con liquidi (non ho potuto vedere bene) e per l’aria la sorella dello sposo ha usato un incensiere per vaporizzare varie parti del corpo della coppia dicendo alcune frasi di augurio per la coppia.

Poi è stato il turno della coppia che ha pronunciato delle parole di amore molto schiette. Finendo la cerimonia lo sciamano ha chiesto di gridare tre volte il suono ahó per indicate la fine del rito.

È stato bello e come ho detto la parte più toccante sono stati gli interventi che si sono visti meno “rituali” e più sinceri, con persone in difficoltà, mezze strozzate dalle lacrime e dall’imbarazzo di parlare in pubblico.

Dopo il rito, un rinfresco e una banda rock, poco sciamanica ma molto brava!

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Don Goyo, il vulcano brontolone

In queste ultime settimane il Popo ha dato prova di intensa attività ed è tornato ad essere tema attuale. Già, ci si dimentica di avere un vulcano attivo finché si incabrona. Per i pochi che non lo sapessero (o gli sventurati che sono appena capitati nel blog) il Popocatepetl è un vulcano messicano, posizionato più o meno al centro della repubblica, visibile dalla capitale dato che siamo a soli 70 km di distanza. È un bel vulcano e ha creato una leggenda romantica con la collega montagna Iztaccihuatl, potete leggerla qui.

In caso di eruzione, quale sarebbe il rischio reale? Per me, un cazzo. Dopo questa sana ventata di egoismo, amplio un po’ il discorso. Il rischio di venire coperti di lava o morire con il sangue che bolle e la testa esplosa per l’improvviso innalzarsi della temperatura riguarda solo poche comunità che hanno la sventura (volontaria) di trovarsi vicinissime al vulcano.

Sono 18 municipi quelli che si trovano nella lista di evacuazione immediata in caso di eruzione. Non voglio fare una ramanzina perché pure a casa nostra abbiamo villaggi o quartieri di città intere (funiculì funiculà) costruiti in zone ad altissimo rischio vulcanico. Il “vivi nel presente perché il passato non ritorna e il futuro ancora non è qui” non è solo una becera e stupida frase da libro di autoayuda, è il mantra umano universale. Milioni di persone vivono in zone che presto o tardi saranno squassate da terremoti o disastri naturali certi. Pero güey, está bien baja la renta, y mira que panorama.

Parlando di caduta di ceneri, il discorso è molto differente. Il raggio di caduta delle ceneri si aggira sui 150/200 km ma varia molto dipendendo dal vento e dalla conformazione del terreno, comunque potete vedere che la capitale è in una posizione molto comoda per poterle ricevere.

Rischi reali sono ancora pochi, quando c’è un’eruzione suggeriscono di non uscire a fare attività fisica, per evitare problemi respiratori. Se l’eruzione fosse violentissima, suppongo che consiglieranno di non uscire proprio. Per fortuna ho un abarrotes a 20 metri da casa quindi potrei comprare una decina di cagüamas appena mi arrivasse la notizia. Encerrado pero cómodo güey.

Bene, finito il reportage alla Pompei, ora passiamo alla nota cursi. Perché il vulcano si chama Don Goyo? Si deve a una leggenda di Santiago Xalitzintla, un paesino a 12 km dal vulcano. Lì sarebbe apparso un vecchietto, presentatosi con il nome di Gregorio Chino Popocatépetl. Avrebbe detto agli abitanti del posto di essere l’impersonificazione dello spirito del vulcano e di volerli aiutare avvisandoli di volta in volta sulla pericolosità del monte. Le fumate bianche sarebbero un segnale per tranquillizzarsi. Gli abitanti del villaggio hanno modificato il nome Gregorio con il soprannome Goyo ed ogni 12 marzo (giorno di San Eustachio. No idiota, giorno di San Gregorio) fanno dei rituali per mantenere calmo il vulcano, lasciando fiori o viveri, nel più classico stile fantasy. Sarebbe molto più pulp lanciare un hipster ogni tanto. Ahí te va tu Latte con una pizca de canela, pinche mamón.

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Il museo di antropologia

Ho notato un’enorme lacuna nel blog, il museo di antropologia! Provvediamo subito.

Il museo di Antropologia è in assoluto il museo più famoso e fornito della città. È una tappa fondamentale per i turisti e un polo di cultura per tutti gli abitanti, inevitabilmente le scuole lo scelgono come gita culturale. Si tratta di un enorme complesso su due piani. Ma partiamo dall’esterno.

Ci arriverete sicuramente da Reforma, l’enorme viale cittadino, comparabile agli Champs Élisées. A darvi il benvenuto ci sarà un enorme Tlaloc, un monolito dalla storia interessante, su cui ci sarà un articolo apposito. Una volta passati i metal detector vedrete che il museo ha una struttura a ferro di cavallo con al centro un cascata. Sì, cascata, non fontana. Infatti il tetto è stato costruito in modo da far cadere l’acqua a ciclo continuo attorno ad un pilastro centrale. Nugoli di stupidi correranno continuamente sotto l’acqua, “ostacolati” solo dai fischietti dei poveri guardiani adibiti all’impresa.

Percorrerete il ferro di cavallo da destra verso sinistra, o almeno quello è il percorso più logico, anche se non è l’unico possibile. La prima sala sarà la più chafa, dedicata all’evoluzione degli ominidi, con modelli degli scimmiotti e ipotesi sullo sviluppo umano. Insomma, tanta plastica e peli, quasi nessun reperto. Poi cominceranno le sale divise per geografia, partendo dal golfo e risalendo il territorio messicano.

Olmechi, toltechi e tutti i popoli che hanno costituito il passato (e il presente) etnico e culturale della nazione sono rappresentati. La sala più importante (e decisamente la più affollata) è ovviamente la sala azteca, centrale anche nel ferro di cavallo. Sulla parete di fondo (quindi proprio alla punta del museo) c’è il pezzo più famoso di tutti, il cosiddetto calendario del sole, vera Torre di Pisa messicana, rappresentata in moltissimi portachiavi, tovaglie, magliette e cianfrusaglie turistiche. Fare una foto richiederà pazienza, perché proprio come alla torre pisana, ci sono dei turisti che vogliono mettersi in posa con l’enorme manufatto. Quindi armatevi di pazienza o grugnite finché otterrete il posto per fare la foto.

Proseguendo la visita in senso antiorario avrete le civiltà della Costa pacifica e le culture del nord del paese, quasi sempre sconosciute anche dagli stessi messicani. Nelle sale importanti (azteca, Teotihuacana e Maya) ci saranno delle riproduzioni in dimensioni reali dei templi e dei modellini delle piattaforme cerimoniali che (per fortuna) non sono state spostate nella capitale.

Nella parte esterna del museo, ci sono dei giardini con altre strutture immerse nel verde, per dare l’idea di star visitando le rovine nella giungla. Sono delle riproduzioni dello stile architettonico descritto nel museo. Ci sono anche svariati modelli di tombe, con reperti reali all’interno. Quando finite il giro del ferro di cavallo, potete dire di aver concluso il museo.

Se avete un altro po’ di tempo potete esplorare anche il piano superiore (accessibile dalle due ali con delle scalinate) che si occupa di antropologia moderna. Niente più archeologia dunque, ma manufatti della nostra epoca e spiegazioni delle principali etnie che compongono il Messico attuale. Vestiti, canoe, statue in legno e molte spiegazioni scritte concludono con un po’ di noia la visita.

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Faux pas di 500 anni per il presidente messicano

Faux pas (Figuré): Faute, maladresse embarrassante dans un contexte social, impair.

Ho già un articolo pronto sul museo di antropologia ma credo sia meglio scrivere qualcosa di attualità mentre il tema è caldo.

L’attuale presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, è stato al centro di polemiche “transoceaniche” con le sue dichiarazioni di questa settimana. Durante la visita a una cittadina di Durango, si è fatto scappare che aveva mandato due lettere ufficiali al re di Spagna e al Papa. Per organizzare una grigliata e una peda diplomatica? Ojalá. No, il contenuto delle lettere era abbondantemente perentorio.

Chiedeva le scuse per la conquista del Messico, operata dall’allora stato di Castiglia fra 1519-1521, che diede inizio al cosiddetto impero spagnolo. Sì, quello famoso su cui non cala mai il sole. Il re di Spagna ha risposto che no, non ci saranno scuse e che i due popoli hanno sempre potuto mantenere un rapporto fraterno guardando i fatti del passato con un metro adeguato. Il papa ha risposto che ci sono già state delle scuse in precedenza.

Ora, mi sembra che anche per chi appoggia decisamente questo presidente (mi sento in questo gruppo) sia arrivato il momento di riconoscere l’enorme cazzata compiuta. Ci sono stati eccidi durante la conquista? Sì. È una conquista militare fatta nel Cinquecento, in quell’epoca le battaglie erano dei macelli corpo a corpo. Sono morte migliaia di aztechi e nativi in Messico? Sì. La maggior parte delle morti sono state involontarie, causate dalle malattie, ma si può considerare “omicidio colposo”. L’attuale governo spagnolo deve chiedere scusa all’attuale governo messicano? No. L’entità che oggi si chiama Spagna è differente dall’impero di Ferdinando e Isabella. Sono passati cinquecento anni. È come se l’Italia chiedesse alla Turchia le scuse perché durante l’impero turco le razzie delle coste erano un giorno sì e l’altro anche.

Allora, se AMLO non è stupido (e non lo è) perché l’ha fatto? Potrebbe quasi sicuramente essere una mossa politica. Il porsi a paladino della “messicanità” contro gli antichi e sempiterni nemici, più mentali che reali, i conquistadores. Ma, possibile che non abbia notato che è un autogol politico? Ci sono stati casi di scuse fra le nazioni, e per chi sta leggendo potrebbero risultare già conosciute le scuse fatte fra Italia e Libia e la costruzione delle autostrade libiche a titolo di risarcimento. Ma c’era una continuità storica, la repubblica Italiana, erede politica dello stato fascista, figlio della Destra Storica che ha deciso la conquista della quarta sponda. Altri paesi hanno chiesto scusa per il colonialismo di fine 800 e inizio 900. Gli ultimi sono i paesi che hanno perdonato la collaborazione con il governo nazista o la mancanza di aiuti verso la comunità ebraica. Ma si tratta di casi di attacchi che hanno meno di un secolo di storia. Qua si parla di 500 anni di distanza.

Se dovessimo seguire lo stesso criterio, sarebbe una scusa molteplice e in tutte le direzioni. Ogni conquista porta dei massacri. Le tragedie del passato non vanno dimenticate. Ma vivere in un eterno vittimismo è proprio meschino e ridicolo.

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I Romani a Città del Messico…per poco tempo

Sicuramente vi chiederete “Che diavolo c’entra l’impero romano con il Messico?”. Nulla, assolutamente nulla. Ma per poche altre settimane, una scheggia della civiltà greco-romana si potrà ammirare nella capitale. Nel museo di Antropologia si sta infatti svolgendo la mostra “Bellezza e Virtù”.

Si tratta di una mostra dei reperti che gli intellettuali inglesi hanno comprato/acquisito/rubato durante il Grand Tour. Il Grand Tour è un giro che i borghesi europei facevano in Europa, toccando le principali capitali culturali e coinvolgendo vari paesi europei e mediterranei. In questi viaggi questi ricconi con la puzza sotto il naso si compravano dei souvenir alla loro altezza…cioè fregi, statue, quadri. Quale soprammobile della gondola! Mi prendo la Minerva da 2 tonnellate. Così, al ritorno in patria la mettevano in salotto (LETTERALMENTE) o in una sala dedicata per farla ammirare agli amici. Alcuni trasformavano questo primo acquisto in una collezione di reperti che compravano (o rubavano) in ulteriori viaggi.

La mostra è spettacolare. L’uso delle luci e delle ombre creano degli effetti splendidi che risaltano la qualità delle opere. Molto interessanti sono i “restauri”. Gli artisti italiani del Settecento e Ottocento sapevano bene che i borghesotti snob avrebbero comprato solo i pezzi interi, non erano interessati ai frammenti. Così li riparavano a modo loro. Più che un restauro è in realtà una modifica dell’opera, che a volte snaturava completamente il messaggio o l’iconografia del personaggio. Per esempio questa statua di Diana è stata costruita con 127 frammenti di statue differenti. E io mi lamento perché non ho mai finito il puzzle grigio della Fiat 500.

Alcune delle “riparazioni” sono di per sé delle opere d’arte. Esempio, questa Atena. Ha uno scudo con una testa di medusa, opera di Canova. Sì, il nostro Canova, quello che ha scolpito pure Amore e Psiche. Ditemi se lo scudo non è incredibile.

Interessantissime sono le statue degli ermafroditi. Una vera rarità perché, seppure fossero un tema comune nell’età classica, il passaggio attraverso l’epoca moderna li ha fatti cadere in disgrazia, e molte statue sono state mutilate.

Questa statua, per esempio, chiamata Venere addormentata, era in realtà un ermafrodita che è stato castrato. Poraccio/a.

Insomma, la mostra è imperdibile. Se vi trovate a Città del Messico, andateci mentre è ancora aperta al pubblico. Unica pecca: non hanno un catalogo della mostra, la cui pubblicazione è colpevole di un ritardo criminale.

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Muoversi in Messico, i mezzi di trasporto

Capire rapidamente come muoversi in questo paese non è facile. C’è una pluralità di mezzi, certo! Ma questo è parte del problema. Se siete europei, potreste notare delle differenze abbastanza massicce. Cerchiamo di spiegare le varie possibilità, in ordine decrescente.

La metà della popolazione messicana sfiora la soglia della povertà e non può permettersi di comprare un’auto. Si muovono in autobus, dai prezzi e dimensioni che possono sorprendervi. I più piccoli sono i microbús, che possono portare 8-12 persone alla volte, tutte scomode o piegate più di una sessione di kamasutra. Poi abbiamo il pesero, splendida fonte quasi infinita di ispirazione e a cui ho dedicato vari articoli (ben 7, visibili in questo link). La categoria delude degli autobus sono quelli “turistici”, di cui esistono molte agenzia come flecha roja, grandi e a due piani, con tanto di televisione integrata nel sedile davanti è un servizio di caffè interno. Insomma, abbastanza fighi. Se pagate da internet andata e ritorno avrete molte volte degli sconti che arrivano fino al 40 %. Sono splendidi per distanze piccole e medie, fino alle 6 ore di viaggio. Io dico così solo perché odio guidare, ma probabilmente ho ragione. Fanculo la modestia.

Una quantità (sempre maggiore) di messicani si muove in macchina, in barba alla contaminazione e ai tentativi di smaltirne l’utilizzo. Si può comprare una macchina di pessima qualità o molto vecchia per prezzi ridicoli. Il rovescio della medaglia è che non circolerà sempre e non dappertutto. Se si vive in una grande città ci saranno delle limitazioni temporali (come le targhe alterne, ma un giorno ogni cinque). Altri modelli, come il maggiolino, sono proprio proibiti ma ancora si vedono nei villaggi spersi o nelle colline dove la polizia chiude entrambi gli occhi.

Con la macchina puoi raggiungere tutta la repubblica, usando le numerose autostrade. Queste ultime si dividono in libere e “a pagamento”. Quelle di pagamento sono autostrade vere e proprie, quelle gratuite sono invece delle interstatali. La differenza non si limita al prezzo, ovviamente. Alcune “autostrade gratuite” sono piene di curve, buche e/o notoriamente pericolose. Potreste subire un agguato e poter riprendere il cammino solo dopo aver regalato cellulari e portafoglio, o direttamente la macchina. Quindi, se un messicano vi dice di non prendere una certa strada di notte, non fatelo. Non serve a un cazzo essere spavaldi.

Parlando del trasporto in città, il metro risulta sempre la cosa migliore…se non lo usi in ora di punta. Perché in quel caso è un inferno economico. Il metro si trova in tre città messicane: la capitale, naturalmente, Guadalajara e Monterrey. Il metro della copitale è il secondo più grande di tutto il continente, costa 5 pesos, raggiunge tutte le parti belle o importanti della città ed è estremamente facile da usare. Inoltre, è un mondo a sé, con negozi e punti culturali.

Un mezzo curioso, ibrido, è il metrobus, un autobus con delle stazioni sopraelevate. Vi si accede usando una tessera come il metro ma si muove su ruote, e anche in questo caso è splendido se non ci vai in ora di punta. Sennò, il sistema di chiusura delle porte e la pressione della folla possono facilmente mettere il passeggero in una situazione di pericolo.

Finiamo con i trasporti più cari, i taxi. I taxi messicani non sono costosi, se comparati ai salassi provocati da quelli italiani, e restano comunque un’alternativa accettabile in caso di emergenza, non ti spennano. Poche consigli sono da dire su questo mezzo: i taxi hanno delle stazioni, dei punti di partenza, chiamati base, e quelli che lavorano lì sono i taxi “de sitio”. Sono i più sicuri. Se si ferma un taxi per strada, ci potrebbe essere una situazione un po’ più spiacevole. Per spiacevole, intendo un rango abbastanza largo di situazioni. Dal “No joven, non vado per di là”, risposta odiosa e stupidissima, dato che se io ti ho fermato è per avere un servizio, non me ne frega nulla di quali zone “ti piace” coprire. O se durante il tragitto il tassista cambia di idea, per traffico, contrattempi, sfiga, potrebbe dirvi “fin qua arrivo, sono tot pesos” e obbligarvi a scendere. Nei casi più gravi, si parla di criminalità, con tutti gli scenari possibili. Anche per questo stato di cose sono prosperate in Messico delle applicazioni di taxi privati, il più famoso in assoluto è Uber, seguido da Didì e tutte le altre. Le ho usate abbastanza negli ultimi mesi che non ho avuto la macchina, sono un po’ cari ma sono un’alternativa pratica quando tutte le altre sono scartate o si è completamente ubriachi. Non è il caso mio ma varie persone che conosco alla fine della festa hanno preso un Uber per tornare sani e salvi.

…e i treni? Secondo la vulgata popolare, i treni per trasporto passeggeri erano una gloria del Porfiriato e ora non ci sono più, ma non è vero. Personalmente ho preso due treni, uno verso il nord (verso lo stato del Messico, io lavoravo a Tultitlan) e uno verso il sud (tren ligero, che arriva a Xochimilco). Sono di buona qualità e molto economici, il limite è che il loro percorso è cortissimo. Ho saputo che stanno per attivare la rotta di Cortez che collegherà Veracruz con Città del Messico e non ne vedo l’ora perché mi manca quella città atlantica, non l’ho mai visitate. L’attuale presidente ha promesso la costruzione di un treno Maya che dovrebbe collegare la costa oceanica e vari siti archeologici, ma il progetto potrebbe causare una catastrofe ecologica ed è sinceramente una patata bollente, che mette in dubbio anche alcuni dei sostenitori di AMLO.

Altro fantomatico treno dovrebbe collegare la capitale con Toluca, ma i lavori procedono a rilento e stanno costruendo delle colonne enormi dove dovrebbe correre il treno. Spaventa pensare a cosa succederebbe se il treno cadesse o ci fossero dei cedimenti strutturali.

Questo non toglie il fatto che in Messico sembra stia ricominciando l’epoca dei treni, e meno male, perché potrebbero essere un’alternativa comoda in questo enorme cosmo messicano.

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Quattro anni di blog

Articolo semi celebrativo! Senza rendermene conto, ho appena visto che il blog è stato aperto l’11 febbraio 2015…cioè sono già quattro anni che do forma scritta ai miei deliri. E quattro anni che dei masochisti li leggono! Non è bellissimo? E ho pubblicato 313 articoli! Quindi grazie mille a tutti per la fiducia, i commenti e gli spunti. Evidentemente il Messico è un paese estremamente complesso se ha dato origine a così tanti articoli e ancora ho energia e materiale per continuare a scriverne.

Cosa pensavo di fare quando ho cominciato il blog? Be’ mi è sempre piaciuto scrivere, prima a penna e poi al computer, quindi in sostanza, volevi darmi piacere. Intellettuale, non masturbarmi. Ho poi scoperto che qualcuno era interessato a leggermi, quindi al gusto di scrivere si è aggiunto il gusto di vedere la conferma di un buon lavoro nei commenti e nelle statistiche di lettura. Quindi, ancora grazie mille.

Cosa mi ha dato il blog? La prima cosa, la più bella, siete voi. Ho potuto conoscere (anche faccia a faccia) tante belle persone, che vivono nel bordo in cui mi sono fatto la mia casa mentale. Il bordo è la frontiera identitaria fra italiani e messicani, per quanto possano essere utili queste etichette. Chi abita questo bordo vive la dicotomia con il sorriso e il taco in mano. Solo chi conosce bene la realtà messicana o ha una buona conoscenza della lingua italiana può comprendere appieno il blog. E solo chi ha bazzicato nelle due culture può accettare la quantità enorme di pinches presenti nei miei articoli.

Un’altra cosa che il blog mi ha dato, sembra assurdo, ma è la conoscenza del Messico. Ho cominciato a scrivere perché lo conoscevo. E scrivendo l’ho conosciuto. Sì perché prima di ogni articolo c’è un breve lavoro di ricerca per avere o confermare alcune informazioni. E alcuno volte, ho avuto delle splendide sorprese, come quando ho visto l’origine dell’agua de Jamaica o chi era realmente il Garibaldi onorato nella piazza dei mariachi.

Colgo l’occasione per darvi l’opportunità di modellare il blog. Avete suggerimenti o critiche da fare? Anche dal punto di vista grafico o tematico, si accetta tutto! Ancora grazie e spero che la nostra conoscenza continui per altri quattro anni almeno.

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