Banconote messicane

Da un po’ di tempo volevo scrivere un articolo sulle banconote ma l’attualità mi sta dicendo di sbrigarmi: la zecca messicana ha infatti iniziato il processo di cambio delle banconote attuali con altre…nuove di zecca. Perdonate il battutone, ora vado a cagare, dato che mi ci avete mandato.
Cominciamo quindi il viaggio fra i personaggi e i luoghi che la repubblica messicana ha scelto per le proprie banconote. I soldi messicani hanno infatti una faccia dedicata a una persona, e l’altra per un sito importante a livello nazionale e una frase per ogni gran personaggio oltre che dei simboli unici per ogni banconota.

Venti pesos


La moneta più umile, di colore azzurro, ci han messo il boss, il “benemerito delle Americhe”, il Benny Juarez. Per i pochi di voi che ancora non lo sapessero, Benito Mussolini ha ricevuto questo nome perché i suoi genitori ammiravano questo presidente messicano. Presidente quasi eterno, per fortuna la morte evitò di vederlo trasformare in un Porfirio Diaz. Il suo faccino copre la banconota da venti, utilissima per comprare tamales e indispensabile per muoversi in bus. Ci sono anche presenti una bilancia che rappresenta le leggi di Riforma e la famosa frase “Que el pueblo y el gobierno respeten los derechos de todos. Entre los individuos, como entre las naciones, el respeto al derecho ajeno es la paz.”

Dall’altro lato, la zona archeologica di Monte Alban e la maschera di un dio zapoteca. Monte Alban si trova in Oaxaca, regione dove nacque Benito Juarez, che era di etnia zapoteca.

Cinquanta pesos


Morelos è il protagonista di questa seconda banconota di color rosa. Sacerdote poliedrico, fu personaggio fondamentale dell’indipendenza messicana e uno stratega militare incredibile. Una leggenda (messicana) narra che Napoleone avrebbe dichiarato “Datemi cinque Morelos e vi conquisterò il mondo”. Cazzate, appunto, ma è significativo che questa fuffa sia nata. Dall’altra parte c’è l’acquedotto di Morelia, in Michoacan, città dove Morelos nacque e che da lui prese il nome, prima infatti si chiamava Valladolid. Ci sono tre farfalle monarca con una parte trasparente e il simbolo preispanico di Mechuaca, da cui Michoacan.

Cento pesos


Terza banconota e primo protagonista precolombiano, l’imperatore Nezahualcoyotl. Poeta, governante, ingegnere, nel tempo libero faceva anche una carbonara da paura. A sinistra noterete una pannocchia, al centro una scena di vita preispanica e in alto una poesia dell’imperatore. All’altro lato, l’antica Tenochtitlan con l’acquedotto e del Templo Mayor e altri simboli.

Duecento pesos


Prima donna delle banconote! Sor Juana Ines de la Cruz, a dimostrazione che i religiosi (e più in generale i mangiaparticole) hanno (avuto??) un ruolo importante nella cultura e la politica del paese. Sor Juana è riconosciuta come genio letterario, poetessa incredibile che soffrì le limitazioni e le censure dovute al suo stato monastico. Famosissima la sua frase “Non leggo per essere più intelligente ma per ignorare di meno”. Sull’altra faccia, la Hacienda di Panoaya, dove Sor Juana visse durante la propria infanzia (dai 3 agli 8 anni) e dove imparò di nascosto a leggere e a scrivere.

Cinquecento pesos


Andiamo ai pezzi grandi! Questa moneta è quasi inutilizzabile. Si può cambiare solo se comprate più di 350 pesos di merce o se il negoziante vi conosce bene, perché appena vi voltate parlerà male della vostra mammina. I personaggi sono l’apice della pittura messicana in voga in questo momento, Diego – Rospo – Rivera e la schiena di Frida Kahlo. Il quadro riprodotto è “Desnudo con alcatraces”. Dall’altro lato, la Fridona nazionale col suo quadro “El abrazo de amor del universo, la tierra, yo, Diego y el señor Xolotl”.

Alcune banconote da 500 pesos sono differenti e mostrano il generale Ignacio Zaragoza, a commemorazione della battaglia di Puebla in cui l’esercito messicano rallentò di poco l’invasione francese. È considerata battaglia importante a livello storico perché è una delle poche dell’epoca in cui un esercito europeo risulta perdente. All’altro lato, chiaramente la cattedrale di Puebla.

Mille pesos


Pezzo quasi leggendario e completamente inutile è la banconota da 1000 con il “padre della patria” Miguel Hidalgo, che condivide con Morelos l’ordine sacerdotale e la pochezza in cui si impegnò in questa mansione e scelta di vita. A suo fianco la campana che ha suonato per dare inizio alla guerra di indipendenza. Secondo la biografia che ho potuto leggere su di lui, Hidalgo divenne un sacerdote pio e ammirevole solo durante i suoi ultimi giorni di vita e affrontò la morte con gloria, Fede e amore verso il prossimo. Questa volta non sono sarcastico. 

All’altro lato potete vedere la bellissima università di Guanajuato. Cosa lega il prete con la città? Hidalgo ordinò l’attacco all’alhondiga de granaderos, autentica Bastiglia messicana ed edificio che ancora oggi decora il centro della città. Anche per questo, la sua testa fu appesa ad un angolo dell’edificio stesso dopo che lo giustiziarono. 
Ogni banconota ha delle frasi forti: per leggerle tutte, cliccate qui https://www.debate.com.mx/prevenir/Las-valiosas-frases-en-los-billetes-que-nunca-has-leido-20170913-0062.html

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Tlatelolco 2 ottobre 1968

Per il Messico attuale l’anno 1968 è una data luttuosa. Il 68 è per tutto il mondo un anno particolare, di lotta, di manifestazioni e di richieste di cambiamento. Quell’anno il Messico doveva ospitare i giochi olimpici, quindi era sotto i riflettori del mondo e il Pentagono aveva inviato in Messico degli istruttori per preparare la polizia con tecniche antisommossa. 
Il Movimento studentesco di Città del Messico stava montando come una marea in furia, chiedendo maggiori libertà e la caduta del partito al governo, il PRI, accusato di dispotismo miope e violento. Per nove settimane il movimento si manifestò in varie parti della città. L’esercito aveva occupato l’Unam, l’Università più importante dell’America Latina, università autonoma non solo nel nome: avevano e hanno il proprio sistema di trasporto, la propria polizia, il proprio ospedale, quindi l’occupazione era un vero abuso del governo. 

Fra agosto e settembre la tensione continuò ad aumentare e la vicinanza dell’inizio dei Giochi (dal 12 ottobre al 27 ottobre 1968) stava per creare una miscela esplosiva che convinse il governo ad usare una soluzione drastica, che si realizzò nella Piazza delle tre culture di Tlatelolco, nel nord della città.

Tlatelolco aveva già un passato di sangue e tragedia. Proprio qui, il 13 agosto 1521, ci fu il massacro che praticamente concluse la parte di incertezza della guerra di conquista spagnola. I Conquistadores con i propri alleati eliminarono la resistenza azteca e diedero inizio al periodo coloniale che formò il Messico attuale. 
Tornando all’attualità, il 2 ottobre del 1968 le manifestazioni percorsero tutta la città e finirono nella piazza di Tlatelolco dove vari studenti e cittadini si accamparono. L’esercito chiuse la piazza e con armi automatiche e la presenza dei carri armati cominciò a massacrare tutti i presenti, inclusi i passanti. La piazza si trasformò in un lago di sangue. Come potete ben immaginare, il governo indorò la pillola e parlò di 30-40 morti, ma le stime indicano più di trecento caduti. 
Nella storia nazionale, il governo varie volte si è macchiato di violenze imperdonabili e impossibili da nascondere, l’ultima celebre è stata la sparizione di 43 studenti di Ayotzinapa per mano dell’esercito. Sembra che nonostante il mutare dei governi e l’onnipresenza della tecnologia, ancora chi è al potere si senta abbastanza sicuro di poter compiere una strage di connazionali rimanendo nell’impunità.

La famiglia da parte materna di mia moglie viveva non lontano da lì. La sera, i quattro fratelli (tutti nella scuola superiore o nell’università, includendo mia suocera) volevano andare alla piazza di Tlatelolco per “fare numero” e dimostrare la propria partecipazione alle proteste. La madre li ha bloccati, dicendo che aveva una brutta sensazione e che gli proibiva di uscire. Per fortuna che, 68 a parte, i figli avevano ancora rispetto dell’opinione materna e riuscirono a salvarsi. 

Fra i protagonisti di quella strage, l’Italia aveva una testimone illustre, Oriana Fallaci. Messicani, so che la maggior parte di voi non la conosce, ma la Fallaci era una giornalista e scrittrice che ha fatto storia, dura e schietta, molte volte in prima fila a difendere le proprie idee, di cui alcune si sono rivelate vere e proprie profezie. Normalmente i giornalisti sono degli osservatori. Perché ho usato le parole testimone e protagonista? Perché in quella piazza Oriana Fallaci era in un piano alto di un edificio e un elicottero ha cominciato a spararle. Quando l’hanno trovata, i soccorsi l’hanno giudicata morta e solo all’obitorio (morgue) un sacerdote ha riconosciuto che ancora non lo era. Ecco una video intervista:

Lascio quindi, per finire, la sua testimonianza completa a agghiacciante. Il testo è lungo ma molto preciso:

http://www.oriana-fallaci.com/numero-42-1968/articolo.html

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Napoli, la città più chilanga d’Italia

Nella mia ultima visita in Italia, ho avuto modo di visitare una città bellissima, Napoli. Non la conoscevo ed era una mancanza che mi pesava perché è una delle città che più causano curiosità fra gli studenti, ed ero stufo di dire “credo che…ma non la conosco”. 

Riconfermo, Napoli è proprio bella, una città che ci ha lasciato un buon sapore in bocca. Visitandola però ho notato qualcosa di strano: in molti casi, avevo un qualche déjà-vu del Messico, e della capitale in particolare. Alla fine, ho capito il perché, ci sono effettivamente molti punti in comune fra la città partenopea e quella chilanga. Per chi avesse appena scoperto questo blog (benvenuto, per qui si va per la perduta gente) chilango è un aggettivo che in Messico indica una persona proveniente dalla capitale, Città del Messico. Con questa definizione, Napoli si merita il premio di città più chilanga d’Italia. Eccone alcune ragioni.

Vulcano: Napoli ha per sfondo uno splendido vulcano, terribilmente famoso per aver causato la fine di Pompei ed Ercolano. 

Pure Città del Messico ha il suo mostro sacro, il Popocatepetl, ma ancora non ha potuto seppellire città in epoca storica (ternurita, denle tiempo).

Scaramanzia: i napoletani sono generalmente scaramantici, credono nella fortuna e nella jella, non per nulla la lotteria è nata proprio a Napoli e i giochi d’azzardo sono super gettonati, ci sono ricevitorie Snai ovunque. Pure i messicani credono en la suerte y la mala suerte e hanno una serie di rituali pseudo-religiosi per attirare l’una e allontanare l’altra, insomma il piano materiale e quello della religione classica non sono sufficienti all’universo mentale del messicano o il napoletano medio. Il talismano delle corna troverebbe benissimo posto in un microbus chilango. 

Archeologia fondante: entrambe le realtà cittadine hanno alle proprie spalle un punto di origine ben visibile e “visitabile”. L’archeologia ha regalato alle due città un’anima in pietra. Sicuramente avrete capito che sto parlando di Pompei e Teotihuacan. 


Posizionate a meno di un’ora dal centro cittadino, ne narrano le influenze e le origini, e sono splendidamente conservate. Chiaro, Pompei non è Napoli e Teotihuacan non era Tenochtitlan, ma sono delle cugine che rendono ancor più famose le metropoli e ne influenzano la storia attuale. 
Mafia e microcriminalità: c’è poco da scherzare e da nascondere. Le due città sono flagellate dalla micro e macrocriminalita, anche quando la violenza non è visibile. Lo dicono le indagini poliziesche e i fatti di cronaca. Questo causa un’aura nera che ha copertura mondiale. Provate a dire che andrete a Napoli o a Città del Messico. Otterrete la stessa frase “Sta’ attento”. Così, uno arriva già terrorizzato per poi scoprire che non gli succede nulla. La presenza di malavita non deve far immaginare scene da far west, in realtà la maggior parte delle attività illecite avvengono in silenzio e nell’ombra, e diventano visibili e quasi “pornografiche” solo al momento di voler lasciare un messaggio alla polizia o l’opinione pubblica.

Polizia e esercito: come conseguenza del punto precedente, c’è una presenza costante delle forze dell’ordine e un’anomala visibilità dell’esercito. La prima volta che ho visto passare qui nella capitale un furgone dell’esercito con le mitragliette a livello delle macchine, mi ha fatto impressione. Lo stesso fanno i mezzi dell’esercito lungo Spaccanapoli. Da una parte rassicurano, dall’altra fanno pensare che se sono sempre lì, un motivo ci sarà.

I cliché: i messicani/napoletani sono pigri. Cliché, appunto.

Cibo: Il Messico e Napoli rappresentano delle glorie della cucina mondiale. In entrambe le realtà il cibo è onnipresente, buonissimo ed economico. Anche il cibo di strada, per quanto umile sia, vi farà impazzire. Pizze come quesadillas, tamales come babà, ingrasserete, ve lo prometto. 

Simbolismo culinario-nazionale: tutte le capitali del mondo hanno almeno un ristorante messicano e uno italiano, che servono tacos e pizza. Le due città sono culle di questi cibi, elevati a metafore commestibili delle relative nazioni. La storia del taco è un po’ complicata perché i tacos precolombiani erano con ripieni che oggi si considerano “rari” mentre i tacos comuni sono tutti con elementi forniti dagli spagnoli al loro arrivo. Perdonate Cortez, senza di lui non avremmo taquiza. 

Peperoncino: simbolicamente è un vegetale potentissimo. Rosso, a Napoli rappresenta un talismano, un porta fortuna. In Messico, è l’ingrediente onnipresente, e la prima cosa che vi creerà dipendenza se vi trasferite nel paese. 

Ceramica: Napoli ha Capodimonte e Città del Messico ha la talavera poblana. La relazione non è assolutamente casuale: come ho letto nel museo Amparo di Puebla, la talavera moderna è frutto di influssi mondiali, preispanici, cinesi e…napoletani. 

La gente: molte volte si dice di un popolo “sono riservati ma appena guadagni la loro fiducia ti aprono la porta di casa”. In Messico e a Napoli questa regola non vale un CAZZO. Messicani e napoletani sono gentili a priori e senza conoscerti. L’amabilità e la simpatia sono caratteristiche generali, rendendo più luminosa la terra che abitano e rubano il cuore del turista. 

Il valore relativo del codice della strada: attraversare la strada e passeggiare distratti può essere fatale ovunque ma a Napoli e Città del Messico in particolare. Il codice della strada e i semafori sono qualcosa di leggendario e puramente folcloristico, non tanto una regola. Motorini saettano senza casco e con un carico (umano o materiale) che sfida le leggi della gravità (e del codice penale). Questa volta sì, non sono cliché, state attenti.

L’influenza (dominio) della Spagna: Napoli è stata dominata dalla spagna dal 1559 al 1713. Il Messico dal 1525 al 1821. Cioè, per duecento anni Napoli e il Messico sono appetente allo stesso impero. La facilità di contaminazione culturale, commerciale e linguistica è comprensibile, e in vari siti si trovano liste di parole del napoletano arrivate direttamente dallo spagnolo.
Insomma, come potete notare il déjà-vu era più che giustificato!

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“agg., s.m. […] chi ha lasciato la patria per sempre o per lungo tempo”

Sono sicuro che una buona parte delle persone che leggono questo blog sono expat, parola supercool per indicare più modestamente gli espatriati. Troppo brutto usare la parola emigrati? Credo di sì, a rischio di essere espulso da Salvini perché (effettivamente) sto rubando il lavoro a degli onesti messicani. Sto divagando…dicevo che sono sicuro del fatto che molti lettori vivono o hanno vissuto in Italia o Messico, da stranieri. Perciò, a loro principalmente mi rivolgo. 

Non vi risulta mai difficile o doloroso tornare in patria? Se nel paese in cui siete emigrati, avete trovato lavoro, avete un tetto, una famiglia o almeno un criceto, possiamo dire che avete già “messo in moto il motore”, siete già indipendenti o comunque (burocrazia permettendo) siete liberi di rimanere lì tutto il tempo che volete. Quasi nessuno lascia il proprio paese tagliando i ponti (o bruciando le navi se preferite un’altra metafora) perciò rimane sempre aperto quel canale verso la famiglia, gli amici e il paese di origine. Non so voi, ma io ogni volta che torno devo rimettere i paletti a ogni convinzione perché tutto si spappola e non c’è più niente di sicuro. Nei videogiochi quando si arriva ad un punto forte o pericoloso, si salva la partita poi si va avanti, se il risultato non piace si carica il file di salvataggio e si fa qualcosa di alternativo, per vedere se finisce meglio. Tristemente qua non possiamo e ogni decisione che prendiamo esclude tutte le altre. 

Per quel che mi sembra di aver osservato, credo di aver creato due formae mentis o due routine, per poter stare in un paese o nell’altro. Quando vivo in Messico ho la mia vita lavorativa completa, economicamente sto bene, ho i miei ritmi che mantengono il passo con il tempo, insomma è un ingranaggio che non si inceppa quasi mai, l’unica cosa che (lo riconosco) mi sta moralmente ammazzando è il traffico mortale e l’onnipresenza della violenza nelle relazioni interpersonali appena ti metti in strada, sia tu pedone, utente del trasporto pubblico o automobilista (non vado in bicicletta). È una guerra continua e ogni battaglia ti sfianca, e i gesti di gentilezza sono oasi rare, apprezzabili proprio perché sono così diverse dal contesto generale. Sono sicurissimo che questa legge della giungla non dipenda dal carattere messicano ma semplicemente dal fatto che viviamo in una metropoli soffocata e soffocante, dove se non sgomiti non vai da nessuna parte. 

Poi torno nel mio paesello, nella campagna vicentina. Quello che là chiamano traffico mi fa ridere. Riscopro la tradizione del bar, autentica cultura italiana in cui se passi un’ora seduto a bere un caffè o con uno spritz nessuno ti guarda male, riscopro gli insetti (porca puttana, mi ero dimenticato che esistono le zanzare) e un sacco di espressioni che avevo lasciato nel dimenticatoio. Non è il paradiso, eh. Riscopro il razzismo, strisciante e onnipresente. Come quando, con tutta la famiglia in bus alla domenica, 25 persone, per strada incrociamo quattro africani che vanno in bicicletta e una parente parte con un “Eh ciò, vanno in gita con i soldi nostri, non hanno altro da fare”. Di domenica mattina, sono in bicicletta, dove vuoi che vadano? Che lavorino anche di domenica? Avrei voluto dirle che anche i messicani potrebbero dire lo stesso quando mi trovano in un ristorante la domenica. 

Rivedo anche la situazione lavorativa fragile, con amici disoccupati o mezzo occupati o sotto-occupati o con contratti a scadenza corta.

Ma anche così, è difficile capire bene cosa si vuole o cosa si deve fare, perché quello che sei in Messico non è quello che sei in Italia. Quando sono nel mio paese sento una nostalgia folle e ho il desiderio di tornare a vivere in Italia. E quando sono in Messico? Questa è la cosa strana. Tabula rasa e si torna a pedalare, risento una quiete che mi indica che la routine continua e che sono nel posto giusto. Allora risulta ancora più difficile fare il punto della situazione. Non fraintendete, amo sinceramente questo paese. Camminare alle 6 di mattina con la città che si sveglia e odore di caffè, atole e tamales è un’esperienza che l’Italia non mi può dare, e non sono un ingrato, so questo paese mi ha dato i mezzi e le opportunità per diventare quello che sono.

Aggiungete a tutto questo il fatto che mentre sono in Italia gli stessi italiani pensano che sono straniero. Parlo in italiano e in Veneto ma con l’accento di Città del Messico. Cioè, i tuoi stessi compatrioti hanno il dubbio sulla tua appartenenza, mentre quando sono in Messico, è sempre sicuro ed evidente che non sono di lì. Quindi, non sono né di qua né di là, potrebbe essere anche buffo o affascinante da pensarci, ma dopo un po’ demoralizza. 

Altri emigrati sentono lo stesso? O ci sarà una “sindrome vicentina” appena il mio caso psichiatrico verrà analizzato?

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Tlaloc for dummies, spiegato da un’antropologa

SORPRESAAA! Oggi un articolo in collaborazione con Elena Mazzetto, che oltre ad essere mia amica è anche la migliore antropologa del Mesoamerica che conosco (oltre ad essere l’unica). Il tema è abbastanza “forte”, il dio Tlaloc, comunemente conosciuto come “il dio della pioggia” degli aztechi. In realtà la situazione è un po’ più complessa, perciò “lascio la parola” ad Elena.

Elena Mazzetto, antropologa 


Tlaloc, dio della pioggia e degli spazi acquatici, è davvero una divinità fichissima…tanto per cominciare, si tratta di una delle entità soprannaturali più antiche della Mesoamerica, e capirne la ragione non è così difficile…riuscite a immaginare come potrebbero crescere le piante senza l’aiuto della pioggia? Ovviamente non sarebbe possibile…

Per questa ragione, Tlaloc è già presente con i suoi tratti caratteristici, nella metropoli di epoca classica Teotihuacan. Parlo di tratti caratteristici perché è davvero impossibile confonderlo con altri dei. Porta infatti una maschera, formata da due “occhiali” rotondi (anteojeras) e ha una bocca piena di zanne aguzze. A volte gli “occhiali” sono serpenti allacciati tra loro. Perché serpenti? Perché nella cosmovisione mesoamericana, i serpenti sono una delle grandi metafore della fertilità, per questo Tlaloc ne è ricoperto. Spesso appare con il corpo dipinto di nero, poiché, oltre ad essere il dio della pioggia e delle tempeste, era anche il dio tutelare dei sacerdoti, che si coprivano il corpo con una pittura nera. Come spesso succede, i campi d’azione degli dei mesoamericani sono estremamente relazionati tra loro. Tlaloc non è solo un dio acquatico: per quanto possa sembrare paradossale per chi appartiene ad una visione del mondo cartesiana come la nostra, egli era anche il dio della terra. In effetti, il suo nome significa precisamente “pieno di terra” o “nel luogo pieno di terra”. Se si osservano le sue rappresentazioni nei codici del Messico centrale, cioè quei manoscritti dipinti su pelle di cervo o di carta amate, si noterà che il suo corpo è decorato con la stessa testuradelle montagne e della milpa. Perché? Perché nel pensiero dualista mesoamericano, pioggia, acqua e terra appartengono allo stesso campo d’azione: è la metà oscura, notturna, femminile e umida del cosmo. Per questo le montagne si consideravano enormi recipienti cavi, pieni d’acqua. Da lì scendevano i ruscelli e la loro cima appariva sempre circondata da nubi. Quale migliore dimora per una divinità antica, alla quale occorreva portare rispetto se si volevano veder crescere i propri campi di mais? Si diceva che vivesse in un palazzo formato da quattro stanze attorno ad un patio centrale. In ogni stanza c’era una tinozza di pioggia, una diversa dall’altra in base al tipo di esigenza: grandine, pioggia benefica, acquazzone, etc. I suoi piccoli aiutanti, chiamati Tlaloque, molto simili allo stesso Tlaloc ma di bassa statura, colpivano queste grandi tinozze con i loro bastoni a forma di serpente – metafora del fulmine – e provocavano i tuoni e l’arrivo della pioggia. Era precisamente a questi piccoli aiutanti del dio che si ispirarono gli Aztechi per scegliere le vittime destinate al potente Tlaloc. In effetti, questa divinità prediligeva il sacrificio di bambini. Questi venivano scelti in base a varie caratteristiche: ciuffi ribelli di capelli ricci – fenomeno davvero raro per l’epoca –, la nascita sotto un segno particolarmente propizio per Tlaloc, o una predisposizione per il pianto molto pronunciata. Questi piccoli potevano avere due-tre anni e fino a sette-otto anni. Venivano vestiti come le piccole divinità dell’acqua, poi condotti in luoghi di comunicazione con l’universo acquatico di Tlaloc, come il vortice Pantitlan situato nella laguna del lago Texcoco, o la cima delle montagne. Qui venivano uccisi per estrazione del cuore o annegamento, e i loro corpicini offerti al dio affinché concedesse le tanto desiderate piogge. Ovviamente più piangevano e più l’effetto sarebbe stato positivo sui raccolti. Gli scavi del ProyectoTemplo Mayor hanno dimostrato l’esattezza di questi riti descritti nelle cronache del XVI secolo. Nella metà della Grande Piramide dedicata a Tlaloc, si è scoperta una offerta con molti resti di ossa e crani appartenenti a individui di giovane età. Le analisi hanno dimostrato che tutti questi bambini soffrivano di patologie, come malnutrizione, ascessi ai denti, etc. Questo spiegherebbe la ragione di tante lacrime in bambini affetti da queste malattie. 

Per concludere, si può dire che Tlaloc era così potente da disporre di un intero aldilà. Si chiamava Tlalocan, il luogo di Tlaloc, e si descrive come uno spazio verdeggiante e piovoso, pieno di qualsiasi tipo di fiore o frutto. Ma non pensiate che fosse sufficiente desiderarlo per entrare in questo paradiso naturale. Innanzi tutto, secondo gli Aztechi non era come vivevi, ma come morivi, che decretava quale aldilà si sarebbe aperto. Nel caso del Tlalocan, gli eletti erano coloro che morivano sacrificati per il dio, o gli annegati, o coloro che morivano per qualche malattia relazionata con l’acqua (in generale malattie con grande ritenzione idrica…poiché era come se il corpo si riempisse d’acqua). Anche coloro che morivano folgorati o che rubavano delle pietre verdi chalchihuites finivano nel Tlalocan, poiché queste pietre erano considerate l’anima dei Tlaloque. In secondo luogo, nel mondo mesoamericano non esisteva un concetto di “riposo eterno”: anche nell’aldilà i defunti collaboravano per il buon funzionamento dell’intero cosmo. Per questo, i defunti di Tlaloc divenivano a loro volta Tlaloque, aiutando nella crescita delle piante e a spargere le piogge sul mondo.

Spero che questo piccolo articolo vi abbia ispirato e trasmesso la voglia di correre a visitare la joyadel centro storico di Città del Messico: il meraviglioso Templo Mayor!

Denis, il Mona di sempre

Ora, il Tlaloc più famoso di tutti è il monolito che si trova all’entrata del museo Antropologico di Città del Messico. Questo monolito si trovava originalmente nel pueblo di San Miguel Coatlinchan, nell’attuale municipio di Texcoco, a poco più di 30 km da Città del Messico. 

La comunità era molto affezionata al loro Tlaloc, e quando il governo decise di “spostarlo” nell’appena inaugurato Museo di antropologia, nel 1964, diedero quasi origine a una battaglia. Le autorità si accordarono con il villaggio per potersi portare via il monumento ma al momento di trasportarlo gli ingegneri e gli operai dovettero affrontare l’ostilità degli abitanti. Al momento di liberare la pietra dalla propria sede, l’ostilità divenne fisica e quando i macchinari che trascinavano la pietra si bloccarono, alcuni studenti attaccarono gli ingegneri con pietre e cactus, liberarono la pietra e riempirono di terra i serbatoi di benzina dei macchinari che la stavano tirando. Una maniera abbastanza esplicita di dire “non siamo d’accordo”. Come sempre accade, arrivò l’esercito ma stranamente l’intervento non sboccò in una strage. Si costruirono una scuola e un centro medico probabilmente per “ripagare” il villaggio e il 16 aprile di quell’anno riprese finalmente il trasporto. La logistica dovette risolvere alcuni problemi, come l’ampliamento di alcune strade e il taglio momentaneo di fili elettrici per permetterne il passaggio. Dovete sapere che pesa 167 tonnellate ed è alto 7 metri perciò non è facile da spostare. La popolazione della capitale lo festeggiò e, per colmo, esplose un enorme acquazzone per salutare il dio della pioggia. Ora lo potete ammirare come enorme benvenuto in pietra quando vi avvicinerete al museo di antropologia. 


Un piccolo commento, prima di lasciarvi. Elena ha dedicato la sua vita allo studio della civiltà mesoamericana, è una vera e propria specialista di fama internazionale. Frasi come “Mioccuggino Ciuccio che è commercialista dice che gli aztechi non facevano sacrifici” non sono gradite. 
Altro commentino…vado in vacanza, torno in patria! Per due settimane non potrò pubblicare articoli, e se l’aereo non precipiterà ci vedremo a metà settembre 🙂 

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Mole, perché il cioccolato va bene anche con la carne

Uno dei piatti nazionali più celebrati in Messico è il mole (o i moles). Stranamente è anche uno dei più sconosciuti a livello mondiale. Nessun ristorante “messicano” in Italia serve mole, solo si buttano su tacos (???) e più facilmente burritos. 

Il mole è tutto e niente, perché significa semplicemente salsa o pesto in lingua nahuatl. Molli infatti indicava una “mescolanza” di ingredienti. Capite quindi come rappresenti un nome generico per indicare le salse, che infatti si presentano a decine. 


Il mole in assoluto più famoso è quello poblano, di color marrone e spesso. È appunto originario della città di Puebla e ho letto almeno tre differenti leggende sulla sua origine. I punti in comune: un viceré (o nobile locale) passa in visita alla città (o monastero) e una suora (o cuoco) prepara un piatto nuovo con tantissimi ingredienti fra cui vari tipi di peperoncino, cioccolato, mandorle, altri semi e servendolo con carne di tacchino e l’ospite è strepitosamente meravigliato dal gusto dolce e piccante della strana salsa. 

Per uno straniero non è sempre facile apprezzare il mole, perché mescolare carne e cioccolato è considerato blasfemia in quasi tutto il mondo, ma fidatevi di me, è un sapore a cui ci si deve abituare prima di scandalizzarsi o lanciare anatemi, con il tempo vi piacerà sempre di più, al punto da arrivare a chiederlo al ristorante. Un po’ come la birra e il vino per i bambini, se li provano fanno schifo ma è perché non hanno ancora il palato abituato. 

Se avrete la fortuna di visitare vari stati messicani scoprirete un’infinità di moles differenti, di vari colori. Il mole che meno mi piace è quello di olla (pentola) che in realtà è solo una zuppa di manzo con verdure. 

L’importantissima città di Oaxaca si fregia di avere sette moles: nero, rosso, colorato, giallo, verde, chichilo, manchamanteles (macchia tovaglie).

Se volete preparare un mole dall’inizio, è una procedura lunga e difficile, non per nulla è considerato un piatto raffinato. La maggior parte dei messicani compra il mole in polvere o “in barra” al mercato. Sembra un enorme Toblerone, per via del cioccolato, e si scioglie al brodo per renderlo utilizzabile con il pollo o il tacchino. 

Il mole si trova anche in confezione industriale, in alcuni brick ma chiaramente il sapore non è il massimo. 
Altri utilizzi del mole sono nei tamales, nei pastes (una cosa buonissima che avrà un articolo a parte), con le enchiladas che in questo caso vengono ribattezzate enmoladas.

Ci sono due detti popolari in cui compare il mole: eres ajonjolí de todos los moles, sei il sesamo di tutti i moli, ti metti in tutte le iniziative, è una cosa positiva, non si fa riferimento a un impiccione.

A darle que es mole de olla, forza che è mole de olla, cioè bisogna fare l’azione con entusiasmo, lo stesso che si ha mangiando questo piatto (bueno, i messicani, non io).
Ultima curiosità: se ricordate, aguacate (avocado) si chiama così da una parola nahuatl che indicava il testicolo. Quindi, guacamole (l’unico mole famoso a livello mondiale) è “salsa di testicoli”. Buon appetito.

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Coerenza o convenienza?

Molte volte, anche nel corso di una stessa giornata, ci troviamo di fronte a dei dilemmi etici che rispondiamo istintivamente e che (se non siamo un abisso di disumana indifferenza, ossia un tassista di Città del Messico) dovrebbero farci sentire bene o male. Una cosa è conveniente, l’altra è sincera e/o giusta. Sono cose stupide, tipo tagliare la strada o no, mangiare l’ultimo dolce rimasto in sala dei professori, “farsi güey” su un tema difficile per poterlo spiegare un altro giorno che c’avro più palle, niente alla Schindler’s list. Generalmente ci giustifichiamo con un me lo merito, non è importante, sono di fretta… l’importante è sentire quella puntina fastidiosa che ti avvisa che possibilmente stai facendo qualcosa di male. 

Due settimane fa ho cominciato una serie di colloqui per una scuola rinomata della zona. La mia direttrice ha passato il mio contatto al coordinatore di questa scuola che aveva chiesto un buon professore di francese. Il pagamento offerto era buono ma quello che più attirava erano i privilegi connessi, come ferie pagate, tredicesima, borse di studio per l’università, un sacco di robe incredibili, perciò mi sono impegnato per approfittare bene dell’opportunità, e quindi ce l’ho messa tutta nel colloquio col capo del personale, con la direttrice, con la psicologa, con l’esame di lingua francese, con la classe-mostra, la simulazione di una lezione per vedere come te la cavi. Alla fine, mi è toccato un test psico-metrico di tre ore da fare a casa al computer. E lì è sorto il mio dilemma. 

Durante le varie prove mi è stato ripetuto più volte (tre) che quella era una scuola cattolica. Mi è stato spiegato che erano previste varie messe durante l’orario di lezione e che si organizzavano ritiri spirituali. Insomma, pacchetto completo, non “crocifisso in aula e nei porti della patria” come chiede qualcuno. 

È un tema che non ho mai voluto né potuto affrontare in questo blog, ma ho una spiritualità abbastanza contorta. Sono partito come ragazzino fervente cattolico, e alle domande che la logica mi faceva sorgere ho ricevuto risposte patetiche e impreparate dalle catechiste. Mi ha sempre dato fastidio la bestemmia e l’insulto alla religione (in particolare alla mia) e quando un idiota al secondo anno delle medie ha strappato una bibbia ci sono rimasto di sasso. Durante le estati, lavorando in fabbrica, sono entrato a contatto con un ambiente ad altissimo tasso di bestemmie. Anche così, ci è voluto un sacco prima che cominciassi a “tirare i porchi” anch’io. Ma a differenza degli altri della mia età, io non bestemmiavo con noia, con voglia di farsi ammirare o per divertimento. Io bestemmiavo con rabbia. E sapevo benissimo chi stavo cercando di colpire. Sono passato per un breve periodo ateo (Dio non esiste), poi agnostico (non so se dio esiste) per poi scoprire che se bestemmiavo con furia, le poche volte che lo facevo, significava che credevo nell’esistenza di qualcuno che questi colpi li potesse ricevere. Dopo la laurea in storia ho scelto la magistrale in religioni, proprio perché il fenomeno della spiritualità mi è sempre interessato. A differenza di molti miei colleghi, (catapultati verso la vera fede che stavano studiando, sette casi fra quelli che io conosco, più una tizia che si è sposata con il suo sacerdote dopo averlo convinto ad abbandonare la tonaca) non ho subìto una conversione durante lo studio, o comunque l’ho sfiorata ma senza danni, perdonatemi la battuta cinica. Perciò, sono uscito dalla magistrale più istruito e più confuso di prima. E in quella fase ci sguazzo da un sacco, anche se sento il potere dei templi ogni volta che ci entro, e dico templi perché è qualcosa che si sente non solo nelle chiese cattoliche.

Tornando all’esame psico-metrico: alcune domande erano volutamente state scritte per captare il pensiero religioso dell’intervistato. Alcune molto sottili, come: se fossi politico, dove cercheresti di ottenere uno sviluppo fra i tuoi concittadini, fra produzione economica, diminuzione della criminalità, appoggio di una coscienza religiosa altruista o sviluppo di un’etica laica di collaborazione. Altre, spaventosamente chiare. Una in particolare mi ha bloccato:
Riconosco l’importanza della Bibbia…

A) per il suo valore religioso e di guida verso la salvezza

B) per la mitologia antica ivi presente e l’altissimo livello letterario.
Punto. Scegli. Giuro, mi sono bloccato e ho letto le domande a mia moglie e chiesto “Devo essere sincero? O ottenere il lavoro?” Perché più avanzavo nelle domande, più capivo che non era solo un profilo psicologico quello che stavano ottenendo ma anche la mappatura della credenza (o la sua mancanza). In ogni edificio pubblico e negozio messicano troverete la scritta “Non si discrimina nessun utente o cliente per ragioni di sesso, razza, religione, ceto sociale”. 

Facile a dirlo, in realtà l’appartenenza religiosa te la chiedono anche quando vai a donare il sangue. E se fai un colloquio per una scuola cattolica, il “giocare nella stessa squadra” probabilmente ti aggiunge qualche punticino. 

Per chi mi conosce, indovinate cosa ho scelto e risposto. 

PS: se qualcuno di voi non segue la pagina Facebook, un’amica ha scritto un articolo intervistandomi in quanto italiano che vive in Messico e che conosce bene il paese, e dico anche qualche parola sulla “grande assente” di questo blog, Frida Kahlo! Leggetelo, Francesca è proprio brava alla scrittura: https://alaspavolarsite.wordpress.com/2018/08/14/una-vita-da-blogger-la-storia-di-denis-e-del-suo-blog-con-sabor-a-mexico/

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