Incendio nel metro, el gusano naranja se para :-(

Mi affascina il metro di Città del Messico, con lo stesso fascino che si prova al vedere qualcosa di caotico e che ti dà ansia, come vedere un alveare pieno di vita mentre si sa di essere allergici alle punture d’api. Ci ho scritto già vari articoli. I primi sei anni in Messico mi muovevo tutti i giorni col metro e in pieno orario di punta, era un macello ma mi ha temprato ad ogni odore e ansia da contatto immaginabile. È pure bello se uno si concentra solo sul folklore, un po’ mi manca il venditore di cd pirata con le casse sparate a bomba dallo zaino. O i cacahuates japoneses.

Dieci giorni fa, il sabato 9 gennaio si è incendiato un ufficio del Metro, uno dei punti da dove si controlla tutta la circolazione. I treni stavano per partire (erano le 5:48, i treni danno servizio a partire dalle 6) quando un cortocircuito ha provocato il disastro.

Se siete morbosi, l’incidente ha lasciato una trentina di intossicati e solo un decesso, il triste caso di una 20enne che lavorava nella polizia privata e che per un attacco di panico si è lanciata dal quinto piano, probabilmente disperata dall’incendio e dalla possibilità di morire calcinata. Ragazzi, se ci penso mi fa star malissimo, se siete in una situazione del genere, continuate a sperare, i soccorsi potrebbero essere vicini.

Le linee dall’1 alla 6 non hanno potuto dare servizio perché erano “cieche”, era impossibile avanzare senza essere sicuri di non sbattere contro il treno seguente. Passavano i minuti e nelle stazioni la gente si accumulava, finché è arrivata la comunicazione dell’incidente e la chiusura fino a tempo indeterminato. Sul momento sono arrivati furgoni della polizia a trasportare (a forza) le persone che erano accalcate sui binari. Nei giorni successivi, varie compagnie di autobus e imprese private di trasporto furono contrattate per sostituire il metro nei primi incasinatissimi giorni. Immaginate il macello. Aggiungeteci la Sana distancia, che obbligava gli autobus a non andare completamente pieni (stavo per scrivere hasta la madre). Mentre leggevo le notizie, benedicevo la sfiga di essere in Home Office. Le linee 4 5 e 6 sono già state riaperte, ma le ultime tre saranno riaperte a scaglioni fino a metà febbraio. Comunque, come sempre, ora si cercano i responsabili. Le macchine che si sono incendiate sono degli antichissimi apparati da film degli anni 70, e potrebbe essere stato un miracolo vederli resistere fino al 2021. Si sta spingendo per un cambiamento completo dell’alimentazione e gestione dei flussi, e non una semplice riparazione, ma insomma, l’ottimismo l’ho esaurito da un toco.

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Se nos cayó el héroe

Buon anno a tutti! Sperando che questo 2021 ci sia meno…doloroso, anche se poche ore fa stavo leggendo il tentativo di golpe a Washington. Jaja, pinche año qlero, empieza bien.

Sul fronte messicano, un’unica, terribile notizia: il cavaliere del Quédense en casa, l’eroe di Susana Distancia, il patriota della guerra contro il Covid, è caduto in disgrazia. Gatell era il volto della campagna messicana per arginare il Covid. È stato ben accettato dalla popolazione, che l’ha trasformato in un personaggio ammantato di eroismo e sex symbol (più o meno la stessa miscela di cultura e attrazione che suscita il nostrano Alberto Angela). Bene, sta settimana l’hanno beccato al mare a Zipolite, nello stato di Oaxaca, in vacanza. Come tutti i vacanzieri, la spensieratezza del mare l’ha portato a non rispettare le norme che da mesi sventolava, mantenere la distanza, portare la maschera…ciavà, come dicono a casa mia.

La gente l’ha presa un po’ sul ridere e un po’ si è arrabbiata, ma insomma, è comprensibile sentirsi irritati. L’unica cosa splendida che sempre ne esce sono i meme.

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Cierra la Villa, cada uno en su silla

Per chi non lo sapesse, in Messico c’è il detto “el que se fue a la villa perdió su silla”, ricalcato dall’originale iberico che usava Sevilla e simile al nostrano chi va a Roma perde la poltrona.

Il 12 dicembre è un giorno speciale per il Messico perché si celebra la madonna del Tepeyac, patrona del paese e uno dei simboli religiosi più forti (insieme a San Judas e la Santa Muerte). In quei giorni, 10 milioni di pellegrini si riversano alla Basilica della Guadalupe, comunemente chiamata La Villa, arrivando in pellegrinaggio da tutta la regione e a volte da tutto il paese. Formano gruppi di decina di persone e con statue e quadri sacri arrivano camminando, percorrendo anche l’autostrada e causando inevitabili morti per investimento. Questa manifestazione di fede ha sempre i soliti “effetti secondari” nella zona attorno alla Villa: è un buon affare per chi ci vive perché può guadagnare qualcosa vendendo cibo o souvenir o più semplicemente offrendo a 5 pesos l’uso del bagno e provoca un macello di spazzatura e cani abbandonati, animali che avevano accompagnato i pii Pellegrini fino al cospetto della madonna e che vengono premiati con il privilegio di restarsene là, da soli.

Quest’anno no. La pandemia è stata così forte in Messico che si è deciso di chiudere la basilica dal 10 al 13 di dicembre e bloccare anche le entrate stradali e del metro. Le quattro entrate autostradali sono state controllate dalla polizia e le carovane di pellegrini provenienti dai vari stati che arrivavano ai caselli venivano rimandate indietro. E si è raccomandato ai fedeli di non venire.

È servito? Certo che no, come si poteva immaginare. I Pellegrini sono arrivati fino alla zona della Villa, a tre strade di distanza, dove la polizia aveva creato un cordone sanitario. E lì sono rimasti. Aspettando la venuta della Vergine, perché la polizia non aveva nessuna intenzione di lasciarli passare. Risultato, l’evento di massa c’è stato, ma la popolazione era assiepata attorno all’area della Villa, non dentro, quindi è stata una raccomandazione inutile. Non pensiate che i laici siamo migliori. Aeroporti e spiagge sono pieni.

Comunque, la Basilica è stata chiusa solo in quattro occasioni nel passato: durante la guerra cristera, nel 74 e 76 per la costruzione della nuova Basilica…e nel marzo di quest’anno, sempre per il Covid.

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Regreso al pueblo

Queste settimane siamo dovuti andare varie volte in farmacia. Per chi non conoscesse il Messico, dovete sapere che in questo paese le farmacie sono diffusissime, quasi sempre economiche e per nulla professionali. Per essere farmacista, non devi “studiare” (paroloni) basta che tu abbia la licenza di scuola media, perché devi solo passare le medicine che il cliente chiede, e sapere quali richiedono la ricetta. A lato di quasi tutte le farmacie c’è un piccolo studio medico che ti visita per 50-60 pesos (2 euro). Sono medici reali, con laurea e tutto, ma chiaramente non guadagnano molto. Alcune catene farmaceutiche sono diventate famose per le campagne pubblicitarie o i pupazzi (vedi il dottor Simi). Comunque, tutto questo per dirvi che intorno a casa abbiamo cinque farmacie del pueblo e scendendo in macchina a dieci minuti ne abbiamo quattro più “borghesi”. Così per andare in farmacia basta camminare pochi minuti. Questo mi ha permesso di ficcare il naso in paese, cosa che non facevo da marzo. Non ricordo più quando è stata l’ultima volta che sono andato a mangiare barbacoa e consomé in piazza (sigh, sob).

Sembra tutto uguale. Più o meno la metà della gente porta mascherina ma se camminano lato a lato per chiacchierare l’abbassano. Di fronte a casa ho l’associazione Anonima alcolisti, per questo bevo tranquillamente perché so che il rimedio è vicino. Ogni sera gridano, bestemmiano e si sfogano, ma non oso pensare quante persone ci siano lì dentro perché parlano a turno, poi gridare non è esattamente un’attività sterile.

Comunque, malinconia e quejas a parte, abbiamo anche potuto rifornirci di tacos de la calle. I tacos sono buonissimi sempre, ma quelli fatti in casa non sono buoni come quelli di strada perché non sono sporchi. È come in Italia, il paninaro onto, quello che prepara i panini di notte, gocciolando grasso. Sono buoni perché hanno l’olio di cottura già usato, quindi hanno un sapore “intenso”. Ne sentivo proprio la mancanza. Ma anche lì, ti girano le palle. La taqueria è una stanzetta (sarà un 4×6) e ci sono tre tavoli quasi sempre pieni e gli unici mona con mascherina siamo noi. Tornando a casa mettiamo i tacos (ancora caldi) al microonde per sterilizzarli completamente. Siamo tornati nella pole position dei paesini con più numeri di contagiati. Non so quando potrò tornare in piazza a bere il pulque.

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Chirimoya

Nonostante viva in Messico da quasi un decennio, alcuni frutti ancora non li conosco. Avete presente quando in Italia si compra un succo che dice “gusto tropicale”? Ecco, non vuol dire niente. Papaya, mango, guayaba, mamey, hanno gusti differenti. Ho già fatto degli articoli sul tema (qui e con la sua parente, la guanabana). Questa settimana ci è toccata un’altra bestia rara. Mia moglie era al mercato e ha visto una cosa aliena, l’ha indicata e ha chiesto cosa fosse. Detto fatto, il fruttivendolo ne prende una e la apre, regalandone una metà. Porca troia, quando fanno così ti prendono per la gentilezza, non si può comprargli niente. Costava 70 pesos (2 euro e cinquanta) al chilo, quindi ne ha presa una. Ecco il bestione. È grande come un pompelmo, per darvi la proporzione.

Al cercare di tagliare, mi aspettavo di fermarmi al toccare il seme dentro (il vicentino che ho in me stava per scrivere “l’osso”), come quando tagli una pesca. Invece no, ha ceduto completamente e da questa foto vedete il perché.

Per i messicani, è come tagliare un aguacate, ha la stessa consistenza. Per gli italiani, è come tagliare il burro. Per mangiarla basta un cucchiaio perché la polpa è cedevole, come si può fare con un kiwi. È molto, molto buona, chiederò a Silvia di comprarla ancora se la trova. Molto dolce ma non chiedetemi di descriverne il gusto. Dato che sono curioso come un macaco, ho cercato più informazioni e come sempre ci sono state delle sorprese. Non viene da Marte ma da questo continente, dovrebbe essere originaria di un’area fra Perù ed Ecuador. Il suo nome viene dal quechua e dovrebbe significare seme freddo, perché si coltiva in altura. Ma è schizzinosa. Quindi freddo sì, ma non tanto, sino te chingas, anche per questo non è così diffusa quanto potrebbe. Una cosa simpatica è che quel che stavo mangiando non è un frutto ma un insieme di frutti! Il singolo frutto è questo:

Quindi la chirimoya è una bomba composta da 100-200 frutti. Madonna, una macedonia.

Ha molte vitamine, minerali e proteine vegetali, ma principalmente compratela perché è buona, le caratteristiche nutrizionali servono solo a mettervi in pace l’anima con la dieta.

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El Cerro de las Campanas

Queretaro è una città medio-grande ma la sua importanza storica per il paese non corrisponde alle sue dimensioni. È stata centro di momenti storici per il Messico, e oggi ve ne racconto uno.

Poco fuori dal centro c’è una piccola collina, el Cerro de las Campanas, letteralmente il colle delle campane. Il nome deriva da una pietra particolare che vi si trova, o almeno così ci ha detto la guida locale: se colpisci questa pietra con un altro sasso, produce un rumore come di campana, questo è dovuto all’alto contenuto di ferro. Comunque, non è per questo che è famoso.

È qui che si è svolta la parte finale della vita di Massimiliano d’Asburgo, imperatore del Messico. Quando ormai aveva perso il controllo del paese, con i brandelli di esercito francese che gli rimaneva cercava di salvarsi mentre l’esercito messicano lo inseguiva. Proprio su un versante del cerro de las campanas venne catturato e consegnò la spada, in segno di sconfitta. Venne poi processato da un tribunale militare nel teatro di Queretaro, altro luogo importantissimo per essere stato scenario di eventi storici (si merita un altro articolo) e fu condannato a morte per fucilazione.

La mattina del 19 giugno del 1867, Massimiliano e i suoi generali Miguel Miramón e Tomas Mejía si trovavano di fronte al plotone di esecuzione. A quel punto Massimiliano si trovava al centro e i generali ai lati, ma decide di lasciare il posto d’onore a Miramón, dicendogli: “General, un valiente merece tener honores de soberano a la hora de la muerte, permítame que le ceda mi lugar”. Poi si avvicina a Mejía, lo abbraccia e gli dice : “General, lo que no se recompensa en la tierra, lo hará en el cielo”. A quel punto distribuisce una moneta d’oro ad ogni soldato che l’avrebbe fucilato. Una cosa simile era successa quando avevano giustiziato Miguel Hidalgo solo che lui stava distribuendo dei dolci fra i soldati perché lui non li avrebbe potuti più mangiare (sigh, sob). Ultima richiesta, quella di avere una buona mira e di evitare di sparare alla faccia, perché si preoccupava per sua madre a Vienna, che non avrebbe potuto riconoscere la salma. Poi furono giustiziati.

Morto l’imperatore, c’era un altro problema: era molto alto, molto di più della media nazionale messicana. E non ci stava nella bara. Così dovettero rompergli le gambe (o i piedi? Non ricordo) per poter farcelo entrare.

In qualche momento del trattamento del cadavere, probabilmente mentre lo stavano imbalsamando, avvenne un commercio dei vari pezzi, incluse le trippe. All’arrivo a Vienna, alcuni mesi dopo, la madre vide il corpo del figlio ed esclamò “Figlio mio, che ti hanno fatto quei barbari”. Ora si trova nella cripta imperiale della capitale austriaca.

Nella foto di inizio articolo vedete la cappella che è stata costruita quando si sono ristabilite le relazioni diplomatiche fra il Messico e l’Austria, quest’ultima aveva regalato un quadro che fu rubato e poi restituito.

Vi piace la Storia? Sto dando dei corsi usando Zoom. Le lezioni si possono vedere dal vivo o le posso mandare come video. Sono in italiano (sabato) e spagnolo (martedì), per maggiori informazioni scrivetemi pure o aprite la scheda a destra. Ho anche iniziato una pagina su Facebook con notizie e meme di storia: https://www.facebook.com/Historia-103234254773770/

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La zucca

Conosciuta in tutto il mondo, la zucca è una delle protagoniste di questo periodo dell’anno, tanto come cibo che come decorazione. È uno degli alimenti di origine messicana che poi si sono distribuiti globalmente, sembra infatti che le prime tracce storiche di zucca siano dei semi trovati qui in Messico, ma se anche non fosse proprio qui, la sua origine è comunque del nord-centro America. Faceva parte degli alimenti fondamentali dei popoli amerindi: mais, fagioli, chile e…zucca. Per fare dei paragoni, la sacra triade mediterranea era grano, olivo e vite. Quindi se volete mangiare alla mediterranea, fatevi un piatto di pasta all’olio con un mezzo litro di rosso. Se volete mangiare “all’americana”, tacos di fiori di zucca accompagnato da fagiolini! Super hipster. E pulque per farli scendere.

Comunque, vi lascio la ricetta del dulce de calabaza per poterla mangiare con gusto. La zucca bollita si mangia anche in Italia ma non è tanto dolce, mentre qui la cucinano fino a renderla accettabile anche ai bambini.

Si cucina comprando il piloncillo, un cono di zucchero non raffinato che si trova in tutta America Latina anche se con nomi differenti. Forse è l’unico ingrediente difficile da trovare in Italia, potreste provare a usare zucchero non raffinato ma non ha lo stesso sapore.

Questo piloncillo si mette nell’acqua e si bolle per farlo sciogliere, con l’aggiunta di cannella e noi ci mettiamo pure chiodi di garofano. Una volta creata questa melassa, si mettono i pezzi di zucca e si riaccende per cuocerla.

Come saprete, la zucca diventa più scura e morbida, normalmente due ore sono sufficienti ma potete anche controllare con una forchetta per vedere quanto sono morbide. È buonissima.

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Cochinita pibil

Articolo culinario, parlando di questa specialità Yucateca. Cochinita significa maialino e pibil deriva da pib, il forno tradizionale Maya. Il pib si fa scavando un buco nel terreno dove si brucia della legna per ottenere delle braci. Al di sopra si mettono lastre di pietra e sopra ancora il cibo da cuocere, poi si copre tutto con dei rami o, in tempi più moderni, una lamina di zinco, e si chiude il tutto con della terra per non far uscire il calore.

Come vedete il procedimento è simile a quello usato per la barbacoa. Certamente, se non siete a digiuno di Storia, saprete che i Maya non mangiavano maiale, animale che viene dall’Eurasia, ma cucinavano cacciagione con questo metodo.

La cochinita si prepara con un colorante naturale chiamato achiote, conosciuto sin dall’epoca precolombiana.

Si raccoglie a rischio di mille perigli, attraversando millemila valli di sangue e dolore, o lo trovate al supermercato.

La carne di maiale si condisce con l’achiote, poi si avvolge con foglie di banano e si mettono questi “cuscinetti” nel forno pib. Una volta cotta, la carne è morbidissima e si sfibra. Si mangia accompagnata con cipolle “viola”, cebolla morada, condita con arancia aspra e Chile habanero.

È BUONISSIMO e si mangia in tacos.

Mi precisa Dario che vive in Yucatán che è il desayuno quasi obbligatorio dello yucateco medio la domenica mattina (ma anche il sabato), con la variante “lechón” che però si fa alla fiamma nel forno tradizionale. Oltre ai tacos, molto comune anche la “torta”. Sabato e domenica mattina, praticamente ogni ambulante di ogni angolo di Mérida lo vende. Sui $10 il taco, sui $20 la torta.

Nella versione Cochinita 2.0 noi l’abbiamo fatta nella pentola multifunzione che ho comprato in dicembre, per fortuna.

O m’immaginavate scavando in giardino e depositando un maiale dipinto di rosso? A metà del tentativo di fare la fossa, mi sarei visto inutile come sempre e mi sarei seduto piangendo. Avrei pranzato con un sandwich, bevendo troppa tequila, per digerire la mia mancanza di autostima condita con gli scarsi risultati ottenuti ogni volta che svolgo qualche attività fisica. En fin, era buonissimo.

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EXCESO DE VERDAD

Quando si fa la spesa è facile autoingannarsi, dicendo “ma sì, li mangio a colazione, gli zuccheri si smaltiscono la mattina” o “lo mangio solo una volta alla settimana, non mi fa niente”. Qui come in tutto il mondo, si sa che alcune cose che mangiamo non sono esattamente salutari. Però tienen un chingo de sabor. Il Messico deve fare dell’alimentazione dei cittadini una delle sue battaglie più importanti, perché è sul podio mondiale per obesità adulta e infantile e malattie collegate come diabete e patologie cardiovascolari. Sul serio, quando uno si immagina una “morte messicana” fantastica con una sparatoria fra bande di narcos o magari come Willy il coyote, sbattere contro un cactus. Invece no, per morire da messicano si deve soffrire di infarto o per complicazioni legate al diabete. Cause di morte fra gli adulti (2017):

Malattie cardiache (20.1%), conseguenze del diabete (15.2%), tumori maligni (12%), malattie del fegato (5.5%) e incidenti (5.2%). (Dati della Segreteria de Salud)

Come potete vedere, quasi tutte le cause sono legate all’alimentazione. Ecco perché migliorando quest’ultima si spera di provocare un innalzamento della speranza e della qualità di vita.

Per far ciò, alcuni stati hanno proibito direttamente alcuni tipi di cibi, come in Oaxaca e Tabasco dove è illegale vendere bibite gassate e merendine o comida chatarra ai minorenni. Quest’iniziativa ha avuto un’approvazione generale al punto che si pensa di estenderla a livello federale.

Altro intervento è il cambiamento dell’etichetta. Da quando ho memoria, gli alimenti ti dicono quali sono i nutrienti che li compongono e danno una percentuale sul consumo giornaliero per farti sapere quanto ti stai facendo male. Ma sono piccoli e facilmente ignorabili, così possiamo tragar come Dio comanda. Ora non più. In Messico, a partire del primo di ottobre, tutti i prodotti poco sani avranno dei begli ottagoni neri per spaventarti. Sono in totale sei nutrienti che si devono mantenere sotto controllo, così puoi vedere da quanti rombi hai quanto è grave quel putazo alla salute che ti stai per mangiare. Così abbiamo scoperto che non si può mangiare UN CAZZO.

Come potete vedere, gli oreo sono più nocivi della Nutella. Ma anche prodotti pseudo-salutari risultano massacrati dai rombi, cracker, barrette di cereali, polvere per fare i frappè dietetici, NON MANGIATE UN CAZZO.

Chiaramente il segreto come sempre è limitarsi e dosare bene, ma ora sarà più facile tenere sotto controllo i veleni.

Vi lascio come sempre con una badilata di memes:

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“Questo bancomat non s’ha da fare”, tragicommedia in troppi atti

2019, un’oscura filiale di Banorte, un giorno di tempesta.
Il prossimo
Si chiama Denis Tolfo
Che minchia hai detto?
DENNISSS TOOLFOOO
Come si scrive?
Fa’ come cazzo ti pare
Una o due N?
Facciamo due, meglio abbondare
Quante S?
Mettine una, non se ne merita altre, già ha due N.
Vabbuò, vabbuò…cognome paterno?
Tolfo.
Materno?
Nun ce sta.
Come nun ce sta?
eeeeh, che vuoi che ti dica?
E io come cazzo faccio a iscriverlo stu fetente?
Eh tu mettice un’altra volta Tolfo, a me che mme ne frega?
Ok. Indirizzo?
Pure???
Eh, così sta scritto, Nome, cognome paterno, cognome materno, indirizzo
Mettice Nogales 220
Sicuro?
Sì sì, punto, firma e punto.
[situazione ovviamente drammatizzata ma il cui risultato è lo stesso, mi scuso per l’allusione partenopea degli impiegati di Banorte ma mi sembrava una situazione alla Totò…e fu così che nacque un mostro chiamato Dennis Tolfo Tolfo residente in via Nogales 220]
***
Marzo 2020, inizio pandemia
Mi avvicino con precauzione al bancomat, mi guardo attorno come vecchietta 80enne ritirando la pensione, oscuro il bancomat col braccio, controllo il saldo, do CANCEL per uscire e lo sportello ingoia il mio bancomat. Sono quasi sicuro di aver sentito un rutto. Erano le 7:05, la banca apriva alle 8 ma io alle 8 avevo la prima lezione. Così torno a casa, chiamo la banca e dichiaro di aver perso il bancomat.
***
Il giorno seguente, Banorte vicino a casa
Buongiorno, lo sportello si è mangiato il mio bancomat, vorrei chiederne un altro.
Certo, ha telefonato per cancellare il precedente?
Sì.
Molto bene, i suoi documenti per favore…grazie.
C’è un problema, lei non corrisponde ai dati che abbiamo collegati a questo conto.
Come?
Il suo nome è differente.
Ma io sono il proprietario del conto.
Certo, ma…come posso dirlo…sì e no. È chiaro che lei è lei, ma questo conto non è a suo nome.
E ora che faccio?
Deve correggerlo.
Va bene!
….
Ma non qui, deve andare alla filiale sorgente, dove lei ha richiesto l’apertura del conto.
Ma non l’ho aperto io, l’ha fatto la mia scuola per pagarmi.
Non ci arrisulta.
Ok, dove l’hanno fatto?
Su Insurgentes [30 minuti in macchina, Ndr]
Ok, quindi, devo andare lì per correggerlo?
Sì, ma si sbrighi, sa com’è, con questa quarantena varie succursali chiuderanno.
***
Scrivo alla commercialista della scuola, in teoria responsabile di aver aperto tutti i conti dei professori e la grandissima figlia di puttana legge il messaggio e non risponde. Tre giorni dopo, vado io stesso alla banca.
***
Buongiorno, mi hanno mandato qui per correggere il nome del mio conto.
Va bene, mi passi i suoi documenti…ok, Denis Tolfo. Corretto?
Sì.
La doppia N?
Sì, solo ce ne deve essere una.
Secondo cognome, lo tolgo?
Per favore.
Bene. Fatto!
Grazie, ora posso avere il bancomat?
No, deve aspettare, il sistema deve aggiornarsi, normalmente richiede 24 ore ma vedendo l’emergenza Covid, dovrà aspettare almeno 48 ore, ci scusiamo del disagio.
Non fa niente. Quindi torno fra tre o quattro giorni e posso chiedere il nuovo bancomat?
Certamente. Ma non qui, sa com’è, domani chiudiamo. Il Covid è tutto il resto.
Va bene, gracias y hasta luego
Hasta luego (e sorride sotto la mascherina, la grandissima figlia di troia)
***
10 giorno dopo, filiale vicino a casa
Buongiorno, vorrei chiedere il mio nuovo bancomat. Mi avevano parlato di qualche giorno per aggiornare il sistema…
…non ci arrisulta, dovrebbe tornare più avanti.
Eh ma avevano detto 24 ore, insomma, ne sono già passate 240.
Eeeeh, lo so, ma il Covid…
Va bene, grazie.
***
Nei seguenti 4 mesi, torno altre volte, senza risultato.
***
Settembre 2020
Buongiorno, vorrei parlare con la Responsabile di questa filiale.
Sono io, mi dica.
Sono quasi 6 mesi che non ho accesso al mio conto in banca, mi dovevano correggere il nome in 24 ore ed è una situazione ridicola.
Mi lasci controllare…ah sì, effettivamente l’hanno corretto.
Bene!
Ma ha una N in più.
Come?
Sì, hanno tolto il secondo cognome ma hanno mantenuto due N.
E quindi?
Deve tornare alla filiale di Insurgentes e richiedere la correzione.
Ma ci sono stato apposta e l’ho fatta fare!
Mi spiace.
***
Torno a casa e lascio tutto in mano alla scuola. Risulta poi che la correzione del nome si può fare in ogni filiale, non solo in quella in cui si è aperto il conto, ma la procedura è quella di mandare i clienti alla loro filiale per non appesantire le pratiche della filiale più vicina. Cazzate, insomma. Torno all’inizio di ottobre e faccio la correzione (per la seconda volta) nella banca vicino a casa. Mi dicono di tornare in 72 ore.
***
Ieri
Buongiorno, vorrei avere il mio nuovo bancomat, l’avevo richiesto da un’altra parte, me l’avete fatto rifare, ho corretto la settimana scorsa…
Sì sì, mi ricordo molto bene del suo caso
[e vorrei vedere, testa di cazzo]
Ok, procediamo con la consegna del nuovo bancomat, solo devo confermare i suoi dati. Per favore mi passi i suoi documenti.
Ecco.
[15 minuti di ticchettio alla tastiera]
Nogales 220, è corretto?
Come?
È il suo indirizzo vero?
No, il mio indirizzo è ***
[si ferma per cinque secondi, poi fa spallucce e continua]
Ecco a lei.
Totale ore perse: 10-12
Viaggi inutili in banca: 7
Totale soldi persi: 45-50 euro di lezioni cancellate per poter andare in banca, cercavo sempre di andarci quando gli studenti mi cancellavano la lezione ma a volte stavo in fila per molto tempo, invadendo la lezione dello studente seguente.
Riassunto: la criminale indifferenza della mia scuola che ha passato dei dati sbagliati per aprire un conto in banca e la becera incapacità della banca sono una miscela terribile.
Se vuoi aprire un conto in banca in Messico, evita Banorte come la peste.
Se sei straniero, con un solo cognome, avrai la vita difficile in America Latina. Banamex per esempio non permette di depositare soldi nel mio conto perché hanno la necessità di inserire il secondo cognome, quindi gli studenti che hanno un conto in Banamex pagano tutto a mia moglie.
Se hai un nome minimamente differente da Juan José o Jesus, copate.
Mail priva di virus. www.avg.com
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