Coco

Poche volte mi capita di parlare di cinema messicano, per questo non ho mai voluto aprire una rubrica specifica, ma è arrivata una di quelle occasioni e chiaramente parlerò del film che è ora nelle sale, Coco. Non voglio spiegare tutta la storia né rivelare i colpi di scena né il finale, quindi se volete solo farvi un’idea potete leggere. In cambio, se volete che il film sia una sorpresa completa, smettere ORA di leggere.
SPOILER

SPOILER 

SPOILER

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Bene, rieccomi con i sopravvissuti. Allora, è un film della Pixar, azienda che ha sfornato autentici capolavori. Per fare Coco, hanno realizzato un esperimento, è infatti il primo film che è dedicato interamente ad una solo cultura nazionale esistente. Le ricerche sono state profonde, ci sono stati ben sei anni di preparazione e devo dire che ne è uscito un capolavoro. È già ora il film con il record al botteghino per il Messico. 

Il film ruota attorno al dia de muertos, e ne è una celebrazione colorita e rispettosa. Varie credenze tipiche di questa data vengono passate allo spettatore mentre si dipana la storia, come il cammino di cempasuchil fatto con i petali per collegare la casa alla tomba del defunto, gli elementi indispensabili dell’altare (si vedono tutti), il carattere festivo dell’evento e l’aria emozionante quando tutto è pronto. Attorno a questo tema centrale, altri caratteri culturali vengono mostrati.

IL CIBO: Con frequenza voleranno tamales, i saccottini di mais, pollo e salsa con tante varianti, confezionati in una foglia di mais. Compaiono anche churros, in mano ai morti o direttamente sulla tomba, e un piatto di mole farà una brutta fine in un’ofrenda. Il mole soprattutto mi ha sorpreso. Credo sia un cibo estremamente messicano e paradossalmente sconosciuto a livello mondiale, perciò dimostra la qualità della scelta.

DETTI E TRADIZIONI: Il film è costellato di frasi, usanze e modi di dire messicani. Quello che più mi ha fatto ridere è il chanclazo. Tutte le mamme del mondo hanno minacciato di usare (o hanno usato) una ciabatta per mettere ordine o per castigare, ma in Messico la chancla ha un posto speciale nell’universo mentale del cittadino medio con il complesso di Edipo.

MUSICA: Vera e propria protagonista della storia. Dopo i primi dieci minuti di film capirete subito quanto sarà cruciale la scelta di lasciarsi avviluppare dalla musica o cercare inutilmente di scacciarla, sarà proprio questo che creerà un conflitto familiare e generazionale che darà movimento a tutta la vicenda. In un film sul Messico non potevano mancare i mariachi, che si presentano come sono sempre, in piazza e alla ricerca di clienti. Ascolterete canzoni famosissime come La llorona e vedrete gruppi oggi scomparsi. Il coprotagonista sarà un sosia di Jorge Negrete e canterà con il suo stile.

PERSONAGGI CELEBRI: durante il film riconoscerete senz’altro alcune leggende messicane come Jorge Negrete e Pedro Infante. Comparirà pure il Santo, simbolo vivente della lucha libre. Un cameo rapidissimo lo avrà anche Cantinflas, che vedrete in una scena di cinque secondi, si riconoscerà per i baffetti e il suo costume tipico.

FRIDA KAHLO: stupenda. L’hanno rappresentata esattamente come me la immaginavo io, pomposa, egolatra ma fondamentalmente un’anima sensibile. Potrete vedere come viene mostrata con le fattezze di una maschera, una sorta di “costume vivente” che infatti useranno anche i personaggi della storia. 

LA GEOGRAFIA: il villaggio in cui si svolge la storia rappresenta tutti i paesini della nazione e nessuno in particolare, allo stesso tempo. Le viuzze, il cimitero, il chiosco nella zona centrale su cui si esibiscono gli artisti, il monumento all’eroe nazionale, le bancarelle, i negozietti semiaperti e semipubblici. Non è una macchietta o una fasulla imitazione, sembra davvero di vedere un paese della provincia messicana. Per alcuni scorci, sembra di vedere Guanajuato, e nella parte finale del film apparirà un cenote, una grotta con apertura in alto, tipico della penisola di Yucatàn.

IL TEQUILA: celebrativo e al tempo stesso elemento inquietante, potrebbe essere divertente cercare di vederne un qualche messaggio segreto, ma non voglio insistere finché non avrete visto il film, perciò se volete che ne parliamo scrivetemi in privato.

GLI ALEBRIJES: da semplici souvenir, gli alebrijes sono stati rappresentati come guide spirituali, bestie magiche che aiutano e difendono i vivi e i morti. Coloratissimi e zoomorfi, aggiungeranno un’altra sferzata cromatica a un film che già di per sé è un’orgia di colori.

IL PASSATO AZTECA: il film è ambientato in epoca quasi moderna, non compaiono cellulari e il protagonista usa vhs quindi dovrebbero essere gli anni ’80-’90. È il Messico dei nostri giorni, ma alcuni elementi del passato precolombiano si possono vedere nell’oltretomba, come alcune formazioni piramidali nello sfondo e il tema dei teschi onnipresenti. 
Consigliatissimo, chiaro.

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La Lucha libre

Nella lista di cosa da fare in Messico prima di morire, ho potuto spuntare una cosa questa settimana, andare a vedere la lucha libre. Se una persona non ha la minima idea di cosa sia, posso anticipare che è il wrestling messicano, anche se sarebbe meglio dire che il wrestling è la lucha libre in versione gringa.

Un amico mio aveva deciso di cominciare la serata in una pulqueria tipica del centro. Io non avrei saputo dove parcheggiare quindi all’inizio pensavo di non poterci andare, poi io con altri due amici abbiamo scoperto che era a soli venti minuti dall’arena Mexico, quindi ci siamo arrivati camminando dall’Arena Mexico, a prezzo di passare per delle zone non tanto “sicure sicure”. Ma eravamo tre omaccioni o almeno fingevamo bene di esserlo quindi non ci è successo nulla. A me piace tantissimo il pulque e la pulqueria è un posto proprio particolare, io ne conoscevo solo una a Xochimilco ma ho avuto la conferma che l’esperienza è sempre uguale: tanto caldo, pulque e curados a prezzi ridicolmente bassi (1-3 euro dipendendo dalla quantità, si arriva al litro) e un sacco di ubriachelli con voglia di fare amicizia.
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Il nostro amico (arrivato prima) era già in buone relazioni con tutta una tavolata di gente. Tempo due minuti e un ciccione ha voluto fare una selfie con l’italiano. Magari mi troverete in Facebook cercando hashtag come #selfieconguero. Dopo un po’ siamo tornati all’arena mexico per assistere allo spettacolo, era un evento speciale organizzato per il dia de muertos. Subito fuori vendono un sacco di gadget e io compro l’oggetto probabilmente più “tipico” per un profano come me, la maschera del Santo. Per tutti i non messicani, il Santo è il un lottatore famosissimo, forse il più antico e di sicuro il più celebrato, protagonista di decine di film. Entriamo e ci accomodiamo sulle seggiole e alle otto e mezza comincia lo spettacolo. Il pubblico è composto per quasi la metà da stranieri, venuti a vedere il “vero Messico”.
Un presentatore dipinto di calavera annuncia i vari sfidanti, dai nomi roboanti come Tigre, Puma, Virus, Sfinge, usando sempre le stesse frasi “Abbiamo la presenza di…” o “si manifesta…”.
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Il personaggio compare in alto di una pedana e scende una scalinata facendo gesti mentre alle sue spalle c’è un video dei suoi incontri precedenti, con le sue “mosse tipiche”. Il pubblico non resta indifferente e lo loda o lo insulta, dipendendo se il personaggio fa la parte di un buono, un cattivo, uno stupido, un fifone.
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In questo senso, sono molto simili alle maschere italiane della Commedia dell’arte: Arlecchino DEVE essere allegro, Pulcinella furbo, Pantalone attrae l’astio del pubblico e così via. Il profilo tipico del lottatore è un messicano muscolosissimo e lucido di sudore (o olio?), ha una maschera che serve per identificarlo fra il mucchio di gente che sta per spaccarsi la testa per finta. Ci sono però delle eccezioni, tipo i ciccioni brutti senza maschera come Virus, amati dal pubblico e che provocano l’entusiasmo generale quando si tolgono la maglietta, neanche fossimo in un locale gay a buon mercato. Gli atleti arrivano al quadrilatero e cominciano le lotte che hanno molte varietà, uno contro uno, due a due, tutti contro tutti, tutti contro uno…con “colpi di scena” tipo il luchador che esce dal campo per evitare la lotta, o un collega che salta dentro per aiutare “illegalmente” il compagno di squadra.

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I colpi sono chiaramente tutti falsi, ma le acrobazie sono reali. Al contrario, sono incredibili. Provate voi a saltare da tre metri di altezza, ruotando, fingendo di spaccare la testa del nemico con un pugno, cercando di convincere tutti che lo state realmente facendo e nel frattempo riuscendo a uscire entrambi senza un graffio. Sono dei veri e proprio atleti attori, che mettono a rischio la propria salute a ogni incontro. Le prese più fighe le fanno con le gambe, rovesciano il nemico, o contraccambiando il colpo.
Per quanto possano essere spettacolari, comunque, lentamente lo show diventa noioso. Visto uno, visti tutti. Quello che cambia è la “storia” dietro l’incontro e soprattutto la simpatia che il lottatore riesce a ispirare o a evitare. La gente impazzisce e comincia a gridare “MATALOOOOO”…signora, si calmi! Per aggiungere varierà, la cornice è stata data da alcuni personaggi che dovrebbero rappresentare divinità azteche e guerrieri dell’oltretomba. Ogni volta che un luchador perde, viene trasportato a peso agli Inferi. Che sono dietro le scalinate.
Verso la fine c’è stato anche un incontro femminile fra la campionessa in carica e una sfidante cicciottella.  Chiaramente è già tutto deciso a tavolino e ogni mossa è stata studiata e imparata a memoria come le battute di un film, ma cercano davvero di mostrare che ci sono cose “impreviste”.
In poche parole l’evento è bello, particolare e lo consiglio a tutti, almeno per fare un’esperienza differente, poi decidete voi se ripeterla o no. I prezzi sono super abbordabili, dai 100 ai 700 pesos, dipendendo dal posto a sedere e dall’anticipo con cui li comprate!
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Spiriti, spiritelli e “li mortacci tua”

Come già detto varie volte, il Messico moderno è un luogo ancora profondamente spirituale, ma questo non significa che sia profondamente cattolico. Le manifestazioni religiose o in senso più largo “mistiche” sono frequenti in tutti gli strati sociali, quello che cambia sarà il santone o il rituale a cui il messicano fa riferimento. 

Così, potreste trovare la persona che compie rituali per scongiurare la jettatura (malocchio), altri che mettono borsette con grani di sette piante, altri che piantano un coltello nel giardino per evitare che diluvi durante una festa, altre ancora che pagano uno sciamano per togliere la “mala vibra” dalla sua attività commerciale. Magari dopo aver anche contattato un prete cattolico. Giusto per essere sicuri, è meglio chiamare tutti. 

L’altro ieri è venuto a casa mia un amico di famiglia con cui quasi non abbiamo relazioni. È un personaggio abbastanza…folcloristico. Nelle tre o quattro occasioni che ho avuto la possibilità di stare a tavola con lui, se ne è sempre uscito con storie che il pinche Giacobbo avrebbe usato per fare almeno 20 puntate.  

Come l’Ufo in autostrada, che lo rincorreva di notte. All’inizio lo aveva scambiato per una macchina che gli stava dietro. Dopo vari minuti l’Ufo ha accelerato, le luci si sono divise (!!!) passando una a destra a l’altra a sinistra della macchina, per poi innalzarsi verso i cieli notturni. 

O l’edificio con uno spirito dentro, e il tizio che sale fino al piano 20 (el piso embrujado) per poi veder che le luci si spengono appena mette piede su quel pianerottolo. Allora il tizio chiede il permesso di fare un giro per poi togliere il disturbo, e questo riesce a fare, e proprio quando ritorna all’ascensore le luci si spengono di nuovo. Successivamente gli avrebbero detto che aveva proprio fatto bene, perché se chiedi il permesso gli spiriti non ti attaccano. Alla replica di mio cognato, che ha detto che l’amministratore del condominio che lo aveva sfidato a visitare il piano embrujado è lo stesso disgraziato che lo ha fatto cagare sotto spegnendo le luci del piano, non ha saputo rispondere. 

Comunque anche l’ultima che ha raccontato è proprio interessante. È un rituale chiamato “la monta del morto”. Praticamente alcune persone possono essere “invase” o possedute dagli spiriti. Lo sappiamo tutti, sono i medium, l’abbiamo visto in decine di film o telefilm. Ci ha detto che ci sono stati casi di uomini che sono andati in un motel con una donna che aveva ancora “il morto dentro” e che la situazione è diventata complicata quando hanno scoperto che erano con un fantasma. La prostituta infestata. Uuuuuuuuhuuuu…

Lui si è interessato perché nella sua famiglia ci sono state morti abbastanza dolorose da digerire. Il padre è deceduto all’improvviso mentre il fratello è stato ammazzato dalla mafia perché aveva un passato da spacciatore (ricordate che siamo comunque in Messico). Poco fa lui aveva saputo che un suo collega aveva la moglie medium. Gli si era offerta la possibilità di mettersi in contatto con i suoi familiari persi violentemente, e lui ne è abbastanza entusiasta, e dice che farà delle domande che solo suo padre e suo fratello potrebbero rispondere. Ora, mi sarebbe piaciuto che mi avesse offerto pure a me questa possibilità. Avrei provato a contattare mia prozia recentemente scomparsa. Ma avrei parlato in Veneto con la medium. Se mi rispondeva in cantadito chilango, poteva solo significare una cosa: i corsi di lingua nell’aldilà sono a toda madre. 

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Frutti dell’altro mondo…infatti sono del terzo

Oggi ho proprio poco tempo però voglio parlarvi di tre robe strane, frutti che ho trovato qui. Il primo lo chiamano cuajinicuil. L’ho visto solo due volte da quando vivo qui. La prima quattro anni fa, una studentessa me l’ha regalato come curiosità da un suo viaggio in Yucatàn. L’altra volta è stata mia moglie a passarmelo, glielo avevano regalato in Morelos dove era andata con alcuni colleghi ad aiutare i terremotati. Il frutto è proprio strano, e come vedete sembra una tega (baccello).


Una volta aperto diventa ancora più strano, alla vista e al tatto sembra lana, ed effettivamente è una lanugine un po’ umida. Si può separare in pezzettini e ogni pezzetto ha un seme dentro.


Il gusto è un po’ dolciastro ma niente di speciale, forse per quello non è diventato un frutto internazionale.
Il secondo frutto strano è la carambola. È bellissimo! Ha una forma di stella, e se lo tagliate anche la sezione è bellissima. Risulta che non è di questo continente, infatti è originario dell’Indonesia e dell’India ma per il clima tropicale si è installato bene anche in America Latina. Non mi è sembrato nulla di speciale ma fa un figurone nel portafrutta.


Ultima bestia: il zapote negro! È un frutto fragile, come il nostro caco, se lo comprate dovete fare molta attenzione a non spappolarlo. È un frutto fantastico, infatti è un budino portatile. Se lo aprite lo potete mettere in una tazza e aggiungere un po’ di limone e zucchero, ed è fatto! Un budino, realmente! Ed è anche buonissimo.

Questo sì, provatelo se passate in Messico!

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Una serie di sfortunati eventi

Piccolo capitolo di sfighe quotidiane. Come altre volte in cui il tema principale è il chisme, se volete un articolo sulla cultura civiltà cucina o storia del Messico, ci vediamo la settimana prossima, se invece volete solo essere sadici potete tranquillamente continuare con la lettura.


Dicevamo, stavo per descrivere un giorno particolarmente sfigato. Nel caso attuale, è stato un venerdì. Per una misteriosa combinazione astrale, avevo le prime tre ore della giornata libere. Se considerate che mi sveglio alle cinque, potete calcolare quando era la prima lezione. Ne approfitto per avanzare un po’ con Civilization, un videogioco che è già una mania da più di dieci anni. Quindi, mi programmo qualche ora di gioco in vestaglia e pigiama. Mia moglie uscendo di casa non riesce a trovare il suo mazzo di chiavi, quindi prende le chiavi di sicurezza che sono vicino alla porta (NOTA BENE). Dopo un po’ di tempo il sole decide di alzarsi ma non voglio aprire le tende, perché poi i cani si emozionano e abbaiano a ogni foglia che si muove. Passano i minuti e i cani cominciano a latrare in maniera furiosa. Muovo le tende e vedo che il cane del vicino sta pisciando su tutto, e ti credo che quelli miei non sono d’accordo. Poi comincia a scagazzare vicino alla mia macchina, e quello non mi va. Quasi quasi esco e richiamo il vicino…poi miracolo, eccolo che arriva! Normalmente se hace guey. Apro la finestra per avvisargli dove raccogliere la cacca, ma proprio in quel momento il suo cane comincia a rispondere ai miei. La cagnara non permette di farci capire, allora decido di avvicinarmi. Cerco le mie chiavi, non le trovo, prendo quelle di sicurezza…no, neppure. Corro il rischio, apro la porta e con la mano la mantengo aperta, ma quasi appoggiata. Finalmente riesco a parlare col vicino, ma i cani hanno cominciato a essere furibondi per quello spiraglio di libertà che gli permetteva di annusare senza uscire. Spingono con la testa per aprire ancora più la porta. Io spingo in risposta per mantenerla aperta, poi i cani smettono di fare da rinoceronti…e la porta si chiude. MERDA. Sono fuori in vestaglia e pigiama. Il vicino vede la mia espressione e gli confermo che mi sono appena chiuso fuori. Allora comincio ad analizzare le possibilità. Aspetto il ritorno di mia moglie. 10 ore. No. Vado in un caffè. In vestaglia per dieci ore. No.

Vado alla scuola, do lezione in pigiama, ci facciamo quattro risate. Cioè, arrivo e torno camminando e in bus? Senza soldi? Potreste sorprendervi per quando ho soppesato questa possibilità, ma se sapeste che sono abbastanza avaro…comunque, no. Tutto questo mi è costato solo pochi secondi, poi chiedo al vicino se per favore mi presta il cellulare. L’unico numero che so a memoria è quello di casa di mia suocera. Sono le sette, sicuramente sta dormendo…ni modo, Lazzaro alzati e cammina. Comincio a chiamare e continuo a farlo, alla quinta telefonata mi risponde, così comincia la frase assurda:

“Ciao, per favore mi sono chiuso fuori, sì, sì, per favore potrebbe chiamare mia moglie e dirle che deve chiamare la colf e dirle che per favore passi per aprirmi la porta? Sì, si, grazie. Sì, la colf ha le chiavi di casa. Se riesce, per favore richiami questo numero, è il cellulare del vicino, va bene? Sì, grazie, hasta luego, hasta luego”. Detto questo, ritorno verso casa. 

Passano un po’ di minuti e io sono fuori dalla porta di casa, aspettando se il vicino mi chiama per dirmi che gli è entrata una chiamata. I cani mi guardano da dentro casa (ho la porta a vetri). Che cazzo volete? Colpa vostra, ebeti. Poi, parte un ronzio. Controllo e vedo che sopra la tavola della cucina sta suonando il cellulare. È mia suocera. Porca troia, non ha capito. Suona, suona, tipo tre volte. Torno dal vicino, gli chiedo il telefono e la chiamo, risponde e mi dice che la colf sta per uscire per venire a “rescatarme”, usa proprio questo verbo, come se fossi un terremotato. Ringrazio ancora il vicino, e torno verso casa. Ricordo che il giorno prima si è cucinato qualcosa di fritto, e quando succede lasciamo sempre le finestre aperte…bingo! Le finestre hanno le inferriate ma riesco a spingere e a mettere dentro il braccio. I cani ne approfittano per leccare la mano. Ebeti. Escogito un piano alla Tom Cruise. Prendo la scopa che abbiamo fuori e cerco di usarla per spingere il chiavistello e aprire la porta. Faccio tipo venti tentativi, con un braccio solo per fare il tutto, do uno splendido spettacolo per i cani, che intanto continuano a osservarmi con grande interesse. Niente. Allora cerco almeno di prendere il cellulare che è sulla tavola. Escogito un altro piano. Con la scopa allontano una sedia dalla tavola, poi la posiziono dove sta il cellulare. In testa ho la musica di Macgyver. Tatatatatata, tata taaaa, tatata…fatto.

 Ora, devo far cadere il cellulare sulla sedia, poi avvicinare la sedia alla finestra e così raccoglierlo. Faccio cadere il cellulare che rimbalza sul cuscino della sedia e cade a terra. Pinche, pinchissima comodità deretanica. Niente. Comincio ad aver freddo e mi avvicino sconsolato alla macchina. Che fortuna, l’ho lasciata aperta! Così apro e entro. Dopo pochi minuti comincio a scaldarmi. Un’altra vicina esce di casa e cammina verso il portone. Io fingo di cercare qualcosa sul cruscotto, per evitarne lo sguardo. Già mi immagino le chiacchierate della tipa con il fidanzato: “il vicino era in pigiama in macchina. Staranno divorziando, credo che lei stia vincendo, poraccio, dorme in macchina. Ora gli lascio una scatoletta di tonno sul cofano, si sa mai”. 

Passa più di un’ora, non avendo proprio nulla da fare e non amando mangiarmi le unghie mi resta solo il tempo per pensare (sarebbe molto più di moda dire che meditavo ma io sono nato fuori moda) e l’unica epifania che ho è che sono un mona. Finalmente arriva la colf, apro, ringrazio, entro. I cani fanno festa, ‘sti disgraziati. Dieci minuti e sono pronto a partire per la lezione. Alla scuola si svolge un rituale buddista che si chiama puja, ne parlerò un’altra volta. 

La giornata prosegue normale. Finisco l’ultima lezione, e c’è un traffico terribile. Il checador mi dà una mano e comincia a farmi segni per uscire in strada, con la retro. Indietreggio, vedo che la macchina si ferma per lasciarmi passare…e mi scontro con quella davanti, che non era avanzata abbastanza, per colpa del traffico. MERDA (2). Niente, mi calmo. Parcheggio ancora, scende una signora dall’altra macchina e le dico subito che è meglio se chiamiamo le assicurazioni. La tipa acconsente, comincio a ravanare fra i documenti e trovo tutto, chiamo, comunico i dati, mi dicono di aspettare. Nel frattempo esce anche la studentessa che si avvicina alla signora con un’aria da complotto, poi torna da me. Dice che la signora sarebbe d’accordo di andarsene se gli do subito 200 euro. Tu puta madre, ti ho appena toccato la macchina. Non rispondo così, solo dico che ho già chiamato l’assicurazione. Tempo 30 minuti e mi arriva un tipo giovane e simpatico che mi mette subito a mio agio. Mi calma e mi dice che quel giorno stavano succedendo un sacco di incidenti e che gli arriva una chiamata ogni due minuti. Proprio in quel momento lo chiamano ma lui dice di essere già occupato con un cliente. Prende i dati, va dall’altro assicuratore che nel frattempo era arrivato, foto foto, firma, e mi dice che posso andarmene. Torno dalla signora e mi scuso del tempo che le ho fatto perdere, lei risponde molto civilmente, tutto molto bene, vedendo la situazione. Torno a casa e bevo due tequila per terminare la giornataccia. Ah, due giorni dopo faccio lavare la macchina e dove ho sbattuto non si vede proprio nulla. WINNER. 

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Occhio malocchio prezzemolo e nopales. 

Quello che oggi vi scriverò è la chiacchierata realmente accaduta fra me e la bidella della scuola. A volte le mie lezioni finiscono proprio quando lei finisce di lavorare. Lei torna a casa in bus e io devo andare in macchina a dare altre lezioni. Il percorso che faccio la avvicina un po’ a casa, quindi è già capitato varie volte che gli do un passaggio, così abbiamo più o meno dieci minuti per parlare. Quello che scrivo qui non ha l’obbiettivo di screditarla o burlarmi delle sue credenze, solo penso possa essere interessante mostrare quali sono i riti e i rimedi di una persona che in Messico si definisce “cattolica”. Per comodità chiaramente scrivo tutto in italiano!

Io: Come va? 

Lei: Bene dai, sto tempo finalmente si è calmato.

Io: Sì infatti.

Lei: Y usted profe?

Io: Bene, anche se ho avuto un periodo un po’ nero, ho perso due libri, ho graffiato la macchina…

Lei: mmm…

Io: E dopo l’operazione all’ernia, una ciste che il medico mi aveva aperto ha fatto infezione. 

Lei: Uff…

Io: Eh sì, ma adesso si è quasi sanata. 

Lei: Profe, ma non mi aveva detto che tempo fa le erano morte tutte le piante in casa?

Io: Sì sì, sono proprio pessimo. Pensa che sono morti anche due cactus! No manches, quelle piante sono eterne e in casa mia muoiono! Pensa che adesso non…

Lei: Potrebbe essere il mal de ojo (malocchio)

Io: Como??

Lei: Sì, se varie cose vanno male e pure le piante che ha intorno muoiono, è probabile che le abbiano lanciato il malocchio.

Io: …..

Lei: Però basta mettere dei fiocchi.

Io: Che?

Lei: Sì profe, mette dei fiocchi rossi alle piante, e questo le protegge, così non muoiono più. 

Io: Ah ok,…rossi?

Lei: Sì, sono i nastri che si comprano in cartoleria, ha presente? Quelli che poi si arricciano e li mette sui pacchi regalo.

Io: Ah! Quelli?

Lei: Sì! Così la prossima pianta non muore. E chiaro, darle acqua non farebbe male.

Io: Eh, ma mi sa che sono morte per troppa acqua. Le ho annegate.

Lei: Ah, quello, o il mal de ojo.

Io: Eh sì.

Lei: Però li metta i fiocchi, che quello non costa niente! E sono belli.

Io: Sì, hai ragione.

Immagine da internet, buon esempio no?

Sono appena tornato a casa e mia moglie mi ha detto che il nastrino rosso normalmente si usava con i bambini, i neonati specialmente. Questo per difenderli dal malocchio della “zia invidiosa”. Non fate gli innocenti, ogni famiglia ne ha una di amargada, e se non ce l’avete siete voi. 

Ojo de venado, l’amuleto per i bambini

Ah, mia moglie ha aggiunto: “Ya entiendo porque empecé a ver árboles con moñitos rojos. Pinche gente”.

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Pozole, una minestra all’ennesima potenza

Stavolta vi parlerò di un piatto fondamentale per il mese patrio (settembre) che è appena passato, il pozole.
In parole poverissssssime, il pozole è un brodo molto pesante. La prima volta che l’ho mangiato è stato al secondo giorno qui in Messico, nel ristorante “casa de Toño”, che dovrebbe essere proprio bravo nel prepararlo. Be’, quella volta mi sono concentrato molto di più sui totopos che erano gratis e infiniti. Praticamente, se mi permettete la metafora, i grissini mi sono piaciuti più della pizza. Detto questo, vi potrà sembrare incredibile tutto l’entusiasmo che i messicani sentono quando è il momento di mangiarne una porzione. In realtà questo brodo è così pieno di altre cose che perde molto presto la propria mediocrità di minestrina! 

Pozole “bianco”, di pollo

Il suo nome deriva dalla parola nahuatl che indicava il bollito o la schiuma, il piatto infatti può diventare “spumoso” mentre si prepara con il mais. Le due versioni più frequenti sono con brodo di pollo o di carne di maiale. A questo si aggiungono “un chingo” di ingredienti, che ne fanno il sapore reale: salsa piccante a piacimento, ravanelli, insalata sminuzzata, cipolla, origano, limone. Il piatto si mangia accompagnato da tostadas, che sono delle tortillas fritte fino a diventare croccanti. Si cospargono di crema (panna da cucina) e ci si mette anche del formaggio sbriciolato. Ora, immaginate di mangiare il pozole intervallandolo da tostadas farcite. Ci si riempie subito, ma è proprio buono!

Pozole “rosso” di maiale


Ora andiamo alla nota macabra. Il pozole originalmente usava un altro tipo di carne, quella umana. Questo piatto veniva infatti servito all’imperatore, ai nobili e ai guerrieri accompagnandolo con la carne di una coscia (di persona). 


Personalmente preferisco il maiale. 

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