“agg., s.m. […] chi ha lasciato la patria per sempre o per lungo tempo”

Sono sicuro che una buona parte delle persone che leggono questo blog sono expat, parola supercool per indicare più modestamente gli espatriati. Troppo brutto usare la parola emigrati? Credo di sì, a rischio di essere espulso da Salvini perché (effettivamente) sto rubando il lavoro a degli onesti messicani. Sto divagando…dicevo che sono sicuro del fatto che molti lettori vivono o hanno vissuto in Italia o Messico, da stranieri. Perciò, a loro principalmente mi rivolgo. 

Non vi risulta mai difficile o doloroso tornare in patria? Se nel paese in cui siete emigrati, avete trovato lavoro, avete un tetto, una famiglia o almeno un criceto, possiamo dire che avete già “messo in moto il motore”, siete già indipendenti o comunque (burocrazia permettendo) siete liberi di rimanere lì tutto il tempo che volete. Quasi nessuno lascia il proprio paese tagliando i ponti (o bruciando le navi se preferite un’altra metafora) perciò rimane sempre aperto quel canale verso la famiglia, gli amici e il paese di origine. Non so voi, ma io ogni volta che torno devo rimettere i paletti a ogni convinzione perché tutto si spappola e non c’è più niente di sicuro. Nei videogiochi quando si arriva ad un punto forte o pericoloso, si salva la partita poi si va avanti, se il risultato non piace si carica il file di salvataggio e si fa qualcosa di alternativo, per vedere se finisce meglio. Tristemente qua non possiamo e ogni decisione che prendiamo esclude tutte le altre. 

Per quel che mi sembra di aver osservato, credo di aver creato due formae mentis o due routine, per poter stare in un paese o nell’altro. Quando vivo in Messico ho la mia vita lavorativa completa, economicamente sto bene, ho i miei ritmi che mantengono il passo con il tempo, insomma è un ingranaggio che non si inceppa quasi mai, l’unica cosa che (lo riconosco) mi sta moralmente ammazzando è il traffico mortale e l’onnipresenza della violenza nelle relazioni interpersonali appena ti metti in strada, sia tu pedone, utente del trasporto pubblico o automobilista (non vado in bicicletta). È una guerra continua e ogni battaglia ti sfianca, e i gesti di gentilezza sono oasi rare, apprezzabili proprio perché sono così diverse dal contesto generale. Sono sicurissimo che questa legge della giungla non dipenda dal carattere messicano ma semplicemente dal fatto che viviamo in una metropoli soffocata e soffocante, dove se non sgomiti non vai da nessuna parte. 

Poi torno nel mio paesello, nella campagna vicentina. Quello che là chiamano traffico mi fa ridere. Riscopro la tradizione del bar, autentica cultura italiana in cui se passi un’ora seduto a bere un caffè o con uno spritz nessuno ti guarda male, riscopro gli insetti (porca puttana, mi ero dimenticato che esistono le zanzare) e un sacco di espressioni che avevo lasciato nel dimenticatoio. Non è il paradiso, eh. Riscopro il razzismo, strisciante e onnipresente. Come quando, con tutta la famiglia in bus alla domenica, 25 persone, per strada incrociamo quattro africani che vanno in bicicletta e una parente parte con un “Eh ciò, vanno in gita con i soldi nostri, non hanno altro da fare”. Di domenica mattina, sono in bicicletta, dove vuoi che vadano? Che lavorino anche di domenica? Avrei voluto dirle che anche i messicani potrebbero dire lo stesso quando mi trovano in un ristorante la domenica. 

Rivedo anche la situazione lavorativa fragile, con amici disoccupati o mezzo occupati o sotto-occupati o con contratti a scadenza corta.

Ma anche così, è difficile capire bene cosa si vuole o cosa si deve fare, perché quello che sei in Messico non è quello che sei in Italia. Quando sono nel mio paese sento una nostalgia folle e ho il desiderio di tornare a vivere in Italia. E quando sono in Messico? Questa è la cosa strana. Tabula rasa e si torna a pedalare, risento una quiete che mi indica che la routine continua e che sono nel posto giusto. Allora risulta ancora più difficile fare il punto della situazione. Non fraintendete, amo sinceramente questo paese. Camminare alle 6 di mattina con la città che si sveglia e odore di caffè, atole e tamales è un’esperienza che l’Italia non mi può dare, e non sono un ingrato, so questo paese mi ha dato i mezzi e le opportunità per diventare quello che sono.

Aggiungete a tutto questo il fatto che mentre sono in Italia gli stessi italiani pensano che sono straniero. Parlo in italiano e in Veneto ma con l’accento di Città del Messico. Cioè, i tuoi stessi compatrioti hanno il dubbio sulla tua appartenenza, mentre quando sono in Messico, è sempre sicuro ed evidente che non sono di lì. Quindi, non sono né di qua né di là, potrebbe essere anche buffo o affascinante da pensarci, ma dopo un po’ demoralizza. 

Altri emigrati sentono lo stesso? O ci sarà una “sindrome vicentina” appena il mio caso psichiatrico verrà analizzato?

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Tlaloc for dummies, spiegato da un’antropologa

SORPRESAAA! Oggi un articolo in collaborazione con Elena Mazzetto, che oltre ad essere mia amica è anche la migliore antropologa del Mesoamerica che conosco (oltre ad essere l’unica). Il tema è abbastanza “forte”, il dio Tlaloc, comunemente conosciuto come “il dio della pioggia” degli aztechi. In realtà la situazione è un po’ più complessa, perciò “lascio la parola” ad Elena.

Elena Mazzetto, antropologa 


Tlaloc, dio della pioggia e degli spazi acquatici, è davvero una divinità fichissima…tanto per cominciare, si tratta di una delle entità soprannaturali più antiche della Mesoamerica, e capirne la ragione non è così difficile…riuscite a immaginare come potrebbero crescere le piante senza l’aiuto della pioggia? Ovviamente non sarebbe possibile…

Per questa ragione, Tlaloc è già presente con i suoi tratti caratteristici, nella metropoli di epoca classica Teotihuacan. Parlo di tratti caratteristici perché è davvero impossibile confonderlo con altri dei. Porta infatti una maschera, formata da due “occhiali” rotondi (anteojeras) e ha una bocca piena di zanne aguzze. A volte gli “occhiali” sono serpenti allacciati tra loro. Perché serpenti? Perché nella cosmovisione mesoamericana, i serpenti sono una delle grandi metafore della fertilità, per questo Tlaloc ne è ricoperto. Spesso appare con il corpo dipinto di nero, poiché, oltre ad essere il dio della pioggia e delle tempeste, era anche il dio tutelare dei sacerdoti, che si coprivano il corpo con una pittura nera. Come spesso succede, i campi d’azione degli dei mesoamericani sono estremamente relazionati tra loro. Tlaloc non è solo un dio acquatico: per quanto possa sembrare paradossale per chi appartiene ad una visione del mondo cartesiana come la nostra, egli era anche il dio della terra. In effetti, il suo nome significa precisamente “pieno di terra” o “nel luogo pieno di terra”. Se si osservano le sue rappresentazioni nei codici del Messico centrale, cioè quei manoscritti dipinti su pelle di cervo o di carta amate, si noterà che il suo corpo è decorato con la stessa testuradelle montagne e della milpa. Perché? Perché nel pensiero dualista mesoamericano, pioggia, acqua e terra appartengono allo stesso campo d’azione: è la metà oscura, notturna, femminile e umida del cosmo. Per questo le montagne si consideravano enormi recipienti cavi, pieni d’acqua. Da lì scendevano i ruscelli e la loro cima appariva sempre circondata da nubi. Quale migliore dimora per una divinità antica, alla quale occorreva portare rispetto se si volevano veder crescere i propri campi di mais? Si diceva che vivesse in un palazzo formato da quattro stanze attorno ad un patio centrale. In ogni stanza c’era una tinozza di pioggia, una diversa dall’altra in base al tipo di esigenza: grandine, pioggia benefica, acquazzone, etc. I suoi piccoli aiutanti, chiamati Tlaloque, molto simili allo stesso Tlaloc ma di bassa statura, colpivano queste grandi tinozze con i loro bastoni a forma di serpente – metafora del fulmine – e provocavano i tuoni e l’arrivo della pioggia. Era precisamente a questi piccoli aiutanti del dio che si ispirarono gli Aztechi per scegliere le vittime destinate al potente Tlaloc. In effetti, questa divinità prediligeva il sacrificio di bambini. Questi venivano scelti in base a varie caratteristiche: ciuffi ribelli di capelli ricci – fenomeno davvero raro per l’epoca –, la nascita sotto un segno particolarmente propizio per Tlaloc, o una predisposizione per il pianto molto pronunciata. Questi piccoli potevano avere due-tre anni e fino a sette-otto anni. Venivano vestiti come le piccole divinità dell’acqua, poi condotti in luoghi di comunicazione con l’universo acquatico di Tlaloc, come il vortice Pantitlan situato nella laguna del lago Texcoco, o la cima delle montagne. Qui venivano uccisi per estrazione del cuore o annegamento, e i loro corpicini offerti al dio affinché concedesse le tanto desiderate piogge. Ovviamente più piangevano e più l’effetto sarebbe stato positivo sui raccolti. Gli scavi del ProyectoTemplo Mayor hanno dimostrato l’esattezza di questi riti descritti nelle cronache del XVI secolo. Nella metà della Grande Piramide dedicata a Tlaloc, si è scoperta una offerta con molti resti di ossa e crani appartenenti a individui di giovane età. Le analisi hanno dimostrato che tutti questi bambini soffrivano di patologie, come malnutrizione, ascessi ai denti, etc. Questo spiegherebbe la ragione di tante lacrime in bambini affetti da queste malattie. 

Per concludere, si può dire che Tlaloc era così potente da disporre di un intero aldilà. Si chiamava Tlalocan, il luogo di Tlaloc, e si descrive come uno spazio verdeggiante e piovoso, pieno di qualsiasi tipo di fiore o frutto. Ma non pensiate che fosse sufficiente desiderarlo per entrare in questo paradiso naturale. Innanzi tutto, secondo gli Aztechi non era come vivevi, ma come morivi, che decretava quale aldilà si sarebbe aperto. Nel caso del Tlalocan, gli eletti erano coloro che morivano sacrificati per il dio, o gli annegati, o coloro che morivano per qualche malattia relazionata con l’acqua (in generale malattie con grande ritenzione idrica…poiché era come se il corpo si riempisse d’acqua). Anche coloro che morivano folgorati o che rubavano delle pietre verdi chalchihuites finivano nel Tlalocan, poiché queste pietre erano considerate l’anima dei Tlaloque. In secondo luogo, nel mondo mesoamericano non esisteva un concetto di “riposo eterno”: anche nell’aldilà i defunti collaboravano per il buon funzionamento dell’intero cosmo. Per questo, i defunti di Tlaloc divenivano a loro volta Tlaloque, aiutando nella crescita delle piante e a spargere le piogge sul mondo.

Spero che questo piccolo articolo vi abbia ispirato e trasmesso la voglia di correre a visitare la joyadel centro storico di Città del Messico: il meraviglioso Templo Mayor!

Denis, il Mona di sempre

Ora, il Tlaloc più famoso di tutti è il monolito che si trova all’entrata del museo Antropologico di Città del Messico. Questo monolito si trovava originalmente nel pueblo di San Miguel Coatlinchan, nell’attuale municipio di Texcoco, a poco più di 30 km da Città del Messico. 

La comunità era molto affezionata al loro Tlaloc, e quando il governo decise di “spostarlo” nell’appena inaugurato Museo di antropologia, nel 1964, diedero quasi origine a una battaglia. Le autorità si accordarono con il villaggio per potersi portare via il monumento ma al momento di trasportarlo gli ingegneri e gli operai dovettero affrontare l’ostilità degli abitanti. Al momento di liberare la pietra dalla propria sede, l’ostilità divenne fisica e quando i macchinari che trascinavano la pietra si bloccarono, alcuni studenti attaccarono gli ingegneri con pietre e cactus, liberarono la pietra e riempirono di terra i serbatoi di benzina dei macchinari che la stavano tirando. Una maniera abbastanza esplicita di dire “non siamo d’accordo”. Come sempre accade, arrivò l’esercito ma stranamente l’intervento non sboccò in una strage. Si costruirono una scuola e un centro medico probabilmente per “ripagare” il villaggio e il 16 aprile di quell’anno riprese finalmente il trasporto. La logistica dovette risolvere alcuni problemi, come l’ampliamento di alcune strade e il taglio momentaneo di fili elettrici per permetterne il passaggio. Dovete sapere che pesa 167 tonnellate ed è alto 7 metri perciò non è facile da spostare. La popolazione della capitale lo festeggiò e, per colmo, esplose un enorme acquazzone per salutare il dio della pioggia. Ora lo potete ammirare come enorme benvenuto in pietra quando vi avvicinerete al museo di antropologia. 


Un piccolo commento, prima di lasciarvi. Elena ha dedicato la sua vita allo studio della civiltà mesoamericana, è una vera e propria specialista di fama internazionale. Frasi come “Mioccuggino Ciuccio che è commercialista dice che gli aztechi non facevano sacrifici” non sono gradite. 
Altro commentino…vado in vacanza, torno in patria! Per due settimane non potrò pubblicare articoli, e se l’aereo non precipiterà ci vedremo a metà settembre 🙂 

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Mole, perché il cioccolato va bene anche con la carne

Uno dei piatti nazionali più celebrati in Messico è il mole (o i moles). Stranamente è anche uno dei più sconosciuti a livello mondiale. Nessun ristorante “messicano” in Italia serve mole, solo si buttano su tacos (???) e più facilmente burritos. 

Il mole è tutto e niente, perché significa semplicemente salsa o pesto in lingua nahuatl. Molli infatti indicava una “mescolanza” di ingredienti. Capite quindi come rappresenti un nome generico per indicare le salse, che infatti si presentano a decine. 


Il mole in assoluto più famoso è quello poblano, di color marrone e spesso. È appunto originario della città di Puebla e ho letto almeno tre differenti leggende sulla sua origine. I punti in comune: un viceré (o nobile locale) passa in visita alla città (o monastero) e una suora (o cuoco) prepara un piatto nuovo con tantissimi ingredienti fra cui vari tipi di peperoncino, cioccolato, mandorle, altri semi e servendolo con carne di tacchino e l’ospite è strepitosamente meravigliato dal gusto dolce e piccante della strana salsa. 

Per uno straniero non è sempre facile apprezzare il mole, perché mescolare carne e cioccolato è considerato blasfemia in quasi tutto il mondo, ma fidatevi di me, è un sapore a cui ci si deve abituare prima di scandalizzarsi o lanciare anatemi, con il tempo vi piacerà sempre di più, al punto da arrivare a chiederlo al ristorante. Un po’ come la birra e il vino per i bambini, se li provano fanno schifo ma è perché non hanno ancora il palato abituato. 

Se avrete la fortuna di visitare vari stati messicani scoprirete un’infinità di moles differenti, di vari colori. Il mole che meno mi piace è quello di olla (pentola) che in realtà è solo una zuppa di manzo con verdure. 

L’importantissima città di Oaxaca si fregia di avere sette moles: nero, rosso, colorato, giallo, verde, chichilo, manchamanteles (macchia tovaglie).

Se volete preparare un mole dall’inizio, è una procedura lunga e difficile, non per nulla è considerato un piatto raffinato. La maggior parte dei messicani compra il mole in polvere o “in barra” al mercato. Sembra un enorme Toblerone, per via del cioccolato, e si scioglie al brodo per renderlo utilizzabile con il pollo o il tacchino. 

Il mole si trova anche in confezione industriale, in alcuni brick ma chiaramente il sapore non è il massimo. 
Altri utilizzi del mole sono nei tamales, nei pastes (una cosa buonissima che avrà un articolo a parte), con le enchiladas che in questo caso vengono ribattezzate enmoladas.

Ci sono due detti popolari in cui compare il mole: eres ajonjolí de todos los moles, sei il sesamo di tutti i moli, ti metti in tutte le iniziative, è una cosa positiva, non si fa riferimento a un impiccione.

A darle que es mole de olla, forza che è mole de olla, cioè bisogna fare l’azione con entusiasmo, lo stesso che si ha mangiando questo piatto (bueno, i messicani, non io).
Ultima curiosità: se ricordate, aguacate (avocado) si chiama così da una parola nahuatl che indicava il testicolo. Quindi, guacamole (l’unico mole famoso a livello mondiale) è “salsa di testicoli”. Buon appetito.

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Coerenza o convenienza?

Molte volte, anche nel corso di una stessa giornata, ci troviamo di fronte a dei dilemmi etici che rispondiamo istintivamente e che (se non siamo un abisso di disumana indifferenza, ossia un tassista di Città del Messico) dovrebbero farci sentire bene o male. Una cosa è conveniente, l’altra è sincera e/o giusta. Sono cose stupide, tipo tagliare la strada o no, mangiare l’ultimo dolce rimasto in sala dei professori, “farsi güey” su un tema difficile per poterlo spiegare un altro giorno che c’avro più palle, niente alla Schindler’s list. Generalmente ci giustifichiamo con un me lo merito, non è importante, sono di fretta… l’importante è sentire quella puntina fastidiosa che ti avvisa che possibilmente stai facendo qualcosa di male. 

Due settimane fa ho cominciato una serie di colloqui per una scuola rinomata della zona. La mia direttrice ha passato il mio contatto al coordinatore di questa scuola che aveva chiesto un buon professore di francese. Il pagamento offerto era buono ma quello che più attirava erano i privilegi connessi, come ferie pagate, tredicesima, borse di studio per l’università, un sacco di robe incredibili, perciò mi sono impegnato per approfittare bene dell’opportunità, e quindi ce l’ho messa tutta nel colloquio col capo del personale, con la direttrice, con la psicologa, con l’esame di lingua francese, con la classe-mostra, la simulazione di una lezione per vedere come te la cavi. Alla fine, mi è toccato un test psico-metrico di tre ore da fare a casa al computer. E lì è sorto il mio dilemma. 

Durante le varie prove mi è stato ripetuto più volte (tre) che quella era una scuola cattolica. Mi è stato spiegato che erano previste varie messe durante l’orario di lezione e che si organizzavano ritiri spirituali. Insomma, pacchetto completo, non “crocifisso in aula e nei porti della patria” come chiede qualcuno. 

È un tema che non ho mai voluto né potuto affrontare in questo blog, ma ho una spiritualità abbastanza contorta. Sono partito come ragazzino fervente cattolico, e alle domande che la logica mi faceva sorgere ho ricevuto risposte patetiche e impreparate dalle catechiste. Mi ha sempre dato fastidio la bestemmia e l’insulto alla religione (in particolare alla mia) e quando un idiota al secondo anno delle medie ha strappato una bibbia ci sono rimasto di sasso. Durante le estati, lavorando in fabbrica, sono entrato a contatto con un ambiente ad altissimo tasso di bestemmie. Anche così, ci è voluto un sacco prima che cominciassi a “tirare i porchi” anch’io. Ma a differenza degli altri della mia età, io non bestemmiavo con noia, con voglia di farsi ammirare o per divertimento. Io bestemmiavo con rabbia. E sapevo benissimo chi stavo cercando di colpire. Sono passato per un breve periodo ateo (Dio non esiste), poi agnostico (non so se dio esiste) per poi scoprire che se bestemmiavo con furia, le poche volte che lo facevo, significava che credevo nell’esistenza di qualcuno che questi colpi li potesse ricevere. Dopo la laurea in storia ho scelto la magistrale in religioni, proprio perché il fenomeno della spiritualità mi è sempre interessato. A differenza di molti miei colleghi, (catapultati verso la vera fede che stavano studiando, sette casi fra quelli che io conosco, più una tizia che si è sposata con il suo sacerdote dopo averlo convinto ad abbandonare la tonaca) non ho subìto una conversione durante lo studio, o comunque l’ho sfiorata ma senza danni, perdonatemi la battuta cinica. Perciò, sono uscito dalla magistrale più istruito e più confuso di prima. E in quella fase ci sguazzo da un sacco, anche se sento il potere dei templi ogni volta che ci entro, e dico templi perché è qualcosa che si sente non solo nelle chiese cattoliche.

Tornando all’esame psico-metrico: alcune domande erano volutamente state scritte per captare il pensiero religioso dell’intervistato. Alcune molto sottili, come: se fossi politico, dove cercheresti di ottenere uno sviluppo fra i tuoi concittadini, fra produzione economica, diminuzione della criminalità, appoggio di una coscienza religiosa altruista o sviluppo di un’etica laica di collaborazione. Altre, spaventosamente chiare. Una in particolare mi ha bloccato:
Riconosco l’importanza della Bibbia…

A) per il suo valore religioso e di guida verso la salvezza

B) per la mitologia antica ivi presente e l’altissimo livello letterario.
Punto. Scegli. Giuro, mi sono bloccato e ho letto le domande a mia moglie e chiesto “Devo essere sincero? O ottenere il lavoro?” Perché più avanzavo nelle domande, più capivo che non era solo un profilo psicologico quello che stavano ottenendo ma anche la mappatura della credenza (o la sua mancanza). In ogni edificio pubblico e negozio messicano troverete la scritta “Non si discrimina nessun utente o cliente per ragioni di sesso, razza, religione, ceto sociale”. 

Facile a dirlo, in realtà l’appartenenza religiosa te la chiedono anche quando vai a donare il sangue. E se fai un colloquio per una scuola cattolica, il “giocare nella stessa squadra” probabilmente ti aggiunge qualche punticino. 

Per chi mi conosce, indovinate cosa ho scelto e risposto. 

PS: se qualcuno di voi non segue la pagina Facebook, un’amica ha scritto un articolo intervistandomi in quanto italiano che vive in Messico e che conosce bene il paese, e dico anche qualche parola sulla “grande assente” di questo blog, Frida Kahlo! Leggetelo, Francesca è proprio brava alla scrittura: https://alaspavolarsite.wordpress.com/2018/08/14/una-vita-da-blogger-la-storia-di-denis-e-del-suo-blog-con-sabor-a-mexico/

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Lo stemma nazionale messicano (El escudo)

Lo stemma nazionale messicano è bellissimo, colorito e grintoso. Lo potete vedere al centro della bandiera messicana. Questo articolo serve per spiegarne i simboli. 

Partiamo dalla parte centrale: vi si trovano tre mega protagonisti, l’Aquila, il serpente e il cactus. Aquila e serpente sono animali potenti in quasi tutti gli universi simbolici, rappresentando forza e intelligenza. Il cactus è una delle prime cose a cui una persona pensa quando si immagina il Messico. Perché sono insieme? Si deve a una leggenda precolombiana. 


La leggenda

Gli aztechi, o Mexica, popolo egemone in questa terra quando ci arrivarono gli spagnoli, non era stanziati lì “da sempre”. Vi erano arrivati solo 200 anni prima. Il popolo azteca o Mexica ha vagato per dei decenni da una parte all’altra del Messico, in attesa di trovate un simbolo che li convincesse di fermarsi. Venivano da una terra mitica chiamata Atztlan, nome che a me dà sempre i brividi perché coincide spaventosamente con il suono di Atlantide, altra terra mitica che i greci posizionavano aldilà delle colonne d’Ercole. Tornando al tema, giunti nella laguna che oggi è Città del Messico, videro un’aquila che aveva catturato un serpente, posati entrambi su un cactus, e giudicandolo un potente segnale, costruirono quella che sarebbe diventata la capitale messicana, il 20 giugno 1325. 


I dati

La realtà è molto più umile, gli aztechi erano dei reietti e venivano sballottati da una regione all’altra dai popoli autoctoni che non gli permettevano di stanziarsi. Fondarono la loro città nella zona più miserabile che rimaneva, lasciata libera dagli altri, ma la loro industriosità (e aggressività) li trasformerà in un popolo pieno di gloria, che dovette cancellare e ricreare la propria umile origine. TUTTI gli imperi fanno così. Chi ha studiato un po’ di storia greca e romana lo sa benissimo. La storia azteca è quasi uguale a quella Veneziana, la città lagunare è stata infatti fondata da profughi che scappavano dall’invasione di Attila e il primo periodo della città si riduce a un’affannata lotta per la sopravvivenza, in quel territorio malsano, vivendo di pesce e della vendita del sale, prima e importantissima industria veneziana. 


Gli ignorati

Vi faccio notare che ci sono altri protagonisti di questo stemma! Se cercate in basso, vedrete tre lumache nell’acqua. A creare una mezzaluna in basso di sono anche un ramo di quercia e uno di alloro, rappresentando la forza e la vittoria.

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Pedos de monja o scorregge di suora

Camminando per San Miguel de Allende ho trovato un negozio che diceva “si vendono scorregge di suora”. Incuriosito sono entrato e ho chiesto informazioni, e mi hanno raccontato una mezza storia sgrammaticata. Per rimediare, vi racconto quello che ho incontrato su internet.

Tutto parte con un pasticcere italiano che si trasferisce a Barcellona all’inizio del secolo scorso. Qui crea un tipo di biscotti leggerissimi che chiama petti di monaca. La sfortuna volle che in catalano pets siano le scorregge quindi la gente cominciò a chiamarli…flatulenze monacali. 

A Queretaro (quindi qui in Messico) si dice abbiano reinterpretato la ricetta, mantenendo il nome originale, pedos de monja. Ora, malgrado tutte le pagine che ho letto dicano che si è “reinventata la ricetta”, io non ci vedo proprio una rielaborazione, sono due prodotti completamente diversi. I pedos de monja catalani sono biscotti con farina, uova e limone, quelli messicani sono cioccolatini, buoni ma nulla di straordinario. Una sola somiglianza ho trovato, ed è la forma tondeggiante, però anche questa è proprio parziale perché i dolci di Barcellona sono più appiattiti e quelli di Queretaro hanno l’apparenza di Baci Perugina. 


Quindi, l’unica cosa eccezionale è il mega furto del nome, applicato ad un dolce differente. Applauso solo per lo slogan, mejor adentro que afuera! con riferimento contrario a quel che si dice normalmente per i peti, meglio fuori che dentro.

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San Miguel de Allende, un tesoro messicano

Un mese fa ho avuto l’occasione di visitare un’altra perla di questa terra, San Miguel de Allende. Per quanto completamente sconosciuta in Europa, in Messico è un must, una città super famosa, ora vedremo il perché. Si trova nello stato di Guanajuato, a poche ore a nord della capitale, quindi se passate qui almeno due settimane, vale la pena toccarla. Come sempre, partiamo con un po’ di storia!


Questa regione era popolata da vari gruppi tribali, comunemente raggruppati col nome di chichimecas, “stirpe del cane”, così erano chiamati dagli aztechi, che li denominavano come barbari aggressivi. Queste tribù nomadi erano estesamente aggressive e anche gli spagnoli dovettero lottare per molto tempo per conquistare questa regione. Nel 1542 alcuni coloni otomí e taraschi arrivarono per colonizzare guidati dal frate Juan de San Miguel. Dopo vari attriti, i francescani e i chichimecas contribuirono alla fondazione di San Miguel el Grande, o San Miguel de los Chichimecas. Un primo sito di fondazione fu abbandonata perché aveva poca acqua. Dice la leggenda che i francescani videro arrivare dei cani tutti bagnati e li seguirono, scoprendo così una sorgente dove rifondarono la città. 
Durante la guerra di indipendenza, all’inizio del 1800, la città guadagnò la seconda parte del suo nome attuale. Qui infatti nacque Ignacio Allende, uno dei primi autori materiali dell’inizio dell’indipendenza messicana. Un altro nativo famoso sarebbe il Pipila…chiaro, se fosse esistito. Per gli italiani che non lo conoscono, ci scriverò un articolo sopra.
Andiamo all’epoca moderna. San Miguel de Allende è bella città, tranquilla e sicura. Raccoglie tutto il bene del Messico, e niente del male. La città ha stradine strette e colorate, molto spesso ripide dato che è una zona collinare. 

È una raccolta di ville coloniali, chiese e ristoranti di qualità. È proprio bella. Il punto più spettacolare è la Parrocchia di San Miguel de Allende, spettacolare e “sproporzionata” come ogni buona chiesa mastodontica che si rispetti. 

Di fronte troverete il classico parco alla messicana con il classico chioschetto.

 Il paesino si esplora velocemente, in 4-5 ore, e se salite fino al punto più alto avrete un mirador, un punto panoramico per apprezzare la città. 

C’è anche la casa museo di Allende ma purtroppo non ho avuto l’occasione di visitarlo. 😦
Se la città è “solo questo”, perché è un punto di attrazione così forte? Be’, sembra un parco di divertimenti a tema messicani. Leggendo la guida ho scoperto che quasi tutte le settimane ci solo feste e celebrazioni, e infatti ne ho beccata una appena arrivato. 

Una gran quantità degli abitanti sono stranieri, principalmente statunitensi, che l’hanno scelta come propria dimora per la tranquillità e il carattere folklorico. Anche per questo, comprare una casa qui è carissimo. Come destinazione turistica, la rivista Travel + Leisure, l’ha scelta come la migliore al mondo, con questa giustificazione:

A lo largo de los años hemos descubierto más grandes restaurantes y actividades, pero la ciudad todavía mantiene su herencia mexicana, su cultura y su encanto”, destaca la Revista Travel +Leisure sobre la ciudad Patrimonio Mundial de la Humanidad de la UNESCO.
Questi sono stati altri premi che ha vinto:
2016 – Tercer Mejor Destino del Mundo por la Revista Travel + Leisure

2016 – Mejor destino de México, Centro y Sudamérica por Travel + Leisure

2013 – ‘Ciudad No. 1 del Mundo’ por la Revista Conde Nast Traveler 

Detto questo, è una città bella ma non “incredibile” secondo me. Ne vedrete molte altre di questo tipo, e vale la pena visitarla di passaggio, andando verso Leon o Guanajuato. Capisco comunque perché molti stranieri l’hanno scelto come posto dove spendere i soldi della propria pensione, è sicura, tranquilla e luminosa.

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