Mario l’autista, ovvero il microbusero gentile

Due settimane fa sono andato a scuola camminando quindi al ritorno pensavo di poter tornare a casa in bus. Per chi fosse capitato per la prima volta in questo blog (bienvenido amigo!) devo dire una cosa: i bus di questa città sono chiamato pesero o microbus e sono una pazzia istituzionalizzata. L’autista è padrone e re del bus, tutto è molto informale e quasi sempre trasporta anche amici e la morosa, sembra di stare nel suo salotto ma si muove. È un microclima incredibile, fonte infinita di ispirazione. Ho perfino assistito a una battaglia. O due? Sono scenari da paranormale e mi hanno pure ispirato un racconto sul tema.


Be’, dicevo: avevo con me solo una banconota da 100 pesos (5 euro) e bisogna pagare direttamente all’autista. E per quanto vi sembri incredibile, questo è un problema. Tante volte se hai una banconota di 200 pesos neanche ti fanno salire perché non possono darti il resto. Con una di 100 storcono il naso. Allora chiedo al checador se ha soldi da cambiare ma non ne ha. Il checador è una persona che dice agli autisti quanto tempo c’è fra un bus e l’altro, così sanno se e quanto correre, vive della mancia che gli danno. Ok, il checador non ha resto però dice che parlerà con il microbusero. Arriva il bus e in effetti gli dice che non ho nessuna moneta piccola. Così do la banconota da 100 e lui mi dice “Fra un po’ ti do il resto”.

Merda. Quando fanno così non mi piace perché subito penso male. Tu li paghi e dopo 40 minuti, prima di scendere, devi ricordargli che ti deve dei soldi. A volte penso che lo facciamo con la speranza che la gente se ne dimentichi e quindi gli lasci un sacco di denaro (rispetto al prezzo del passaggio). Vabbè, non c’è alternativa. Quando già sto per arrivare, mi alzo e chiedo il mio resto. Lui cerca ma non ne ha. Così mi ridà i 100 pesos. Allora mi volto e chiedo ai passeggeri se qualcuno mi può cambiare i soldi. Teste che si girano dall’altra parte, gente che guarda in basso, altri che scuotono la testa. Una signora tira fuori il porta monete quindi mi avvicino a lei. Fa la faccia schifata e mi dà sei pesos dicendo “Tieni”. Gli dico che no, che cercavo di cambiare i soldi, non volevo elemosina, ma mi guarda con rabbia e mi dice “Toma y YA”. Va bene, stronza. Torno dal chofer e gli do i soldi. “Sono della signora?” Mi chiede. “Allora era meglio se non li prendevi”. Sono in un cul de sac etico, intrappolato fra una vecchia acida che mi ha dato soldi con disprezzo e un autista che li merita ma non li vuole accettare. Torno dall’acida e le dico “mil, mil, mil gracias” e glieli rimetto in mano. Dice: “Come, non li ha accettati?” Quasi gridando. “No signora, grazie ancora” e mi allontano per evitare ancora la sua elemosina forzata. Torno dall’autista per parlargli:

– Come ti chiami?

– Io?

– Sì

– Mario

– Hola Mario, grazie per il passaggio. Mi chiamo Denis, prendo sempre i bus in questa linea quindi appena ti becco mi puoi chiedere il doppio, va bene?

– Sì, ok! 

– Allora a presto.

Scendo e mi sento in colpa per pensare male e grato per la fiducia. Dopo tre giorni lascio i soldi al checador che si chiama Sergio, incaricandolo di darli a “Mario che va a Chamontoya, ruta 43”. Compie la missione e mi dice che Mario ringrazia. 

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Tequila, la produzione, il villaggio e il tour

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Riprendiamo il discorso interrotto la settimana scorsa! Dicevamo che la pianta dell’agave è quella che, una volta lavorata, ci dà mezcal e tequila. Ogni cinque chili di pigna di agave avremo un litro di liquore. È tantissimo, come rendimento! L’agave passa per una fase di riscaldamento con vapore. Nell’antichità questa fase avveniva in forni sotterranei. Il succo passa poi per varie raffinazioni, creando varianti di tequila. Esistono due categorie, 100% succo d’agave e tequila solamente, e cinque tipi: añejo, blanco, reposado, extra añejo e joven/oro. Sono classificazioni industriali, no chinguen. Per poter velocizzare la distillazione, i lavoratori alla fine della giornata nei campi saltavano dentro le vasche di fermentazione ed era il sudore ad aiutare il processo chimico. Potete vederlo in questa immagine del mural e in questa foto.

 

 

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Nel villaggio di Tequila ci sono varie distillerie, le più forti sono Jose Cuervo, Herradura e Sauza.

 

Queste famiglie sono da sempre nel villaggio. A metà dell’800 il villaggio fu attaccato da un gruppo di fuorilegge, sì, esattamente come si vede nei film di cowboy. Le famiglie del villaggio si prepararono e respinsero l’attacco dei cattivi (yeeeee). Guardate il monumento che commemora l’evento, le famiglie sono già presenti:

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Solo all’inizio degli anni 2000 si è pensato di potenziare il turismo della zona di produzione. La camera di commercio di Jalisco ha progettato un primo Tequila Tour e visto il successo lo hanno reso disponibile tutto l’anno, con delle differenti opzioni. Jose Cuervo e Herradura hanno un treno e si dividono le carrozze, mentre Sauza ha un servizio di bus. In ogni caso, i camerieri vi serviranno tequila dalle 10 del mattino fino alle 5. Farete una “balla fotonica”, come si dice nella mia regione. Il tour vi porterà a vedere le varie fasi della produzione, dal campo alla distilleria alla degustazione nel centro di vendita della casa madre.
Noi abbiamo fatto il tour Sauza perché era l’unico che faceva il giro di giovedì, e al buffet di cibo regionale c’erano i mariachi (il gruppo Estrella de Mexico di Jalisco), un corpo di ballo e un charro che ha fatto spettacolo con il lazo.

 

Il villaggio di Tequila è molto piccolo e “coloniale” come dire che sembra proprio messicano. Potete anche visitare il museo del tequila, anche se non ha tante cose interessanti. Il palazzo del municipio è un ex carcere e ogni cella ora è un ufficio. Potrei sprecare varie metafore e battute ma preferisco non farlo. Questo è il mural che potrete vedere all’interno.

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Quindi, il giro è bello e ve lo straconsiglio, ma è davvero importante comprarlo con grande anticipo, se volete visitare Jalisco e comprare tutto pochi giorni prima, non troverete proprio nulla. Nella piazza principale di Guadalajara ci sono delle guide turistiche di pessimo livello che vi offriranno dei giri in distillerie molto più piccole e/o scadenti e nessun tequila incluso. Il chiste del giro è ubriacarsi e mangiare bene, prendetevi il tempo necessario e organizzatevi bene.

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Il divino Tequila (NO, nessun errore)

Mentre ho la memoria fresca, affronterò un tema doveroso, TEQUILA!

Parto con qualcosa di basico, un conflitto grammaticale. Tequila in italiano è femminile, ma in Messico e nello spagnolo in generale è maschile. Per rispetto della sua origine e perché il blog si chiama Estoy Messicando, userò la variante maschile che ora mi risulta molto più comprensibile e decente. Quindi, il tequila.

Il tequila è un liquore forte, quanto la grappa. Ha infatti gli stessi gradi alcolici, si aggirano sui 40. Se potete bere la grappa potete tranquillamente bere il tequila. Ho notato però che quando gli italiani bevono il tequila e i messicani la grappa, soffrono. Probabilmente è per l’abitudine, o più che altro l’estraneità del gusto. Però no sean pinches nenas, quando bevete il tequila non fate boccacce o fingete di bruciare. È una grappa messicana.

Il tequila e il parente mezcal si ricavano da una pianta, l’agave. Pianta meravigliosa. In Italia la vedevo usata solo come decorativa, invece è utilissima. Nell’America precolombiana si usavano le spine come strumento o fibbia, le fibre per tessere o lavorazioni artigianali, e la pigna, cioè il cuore centrale, per produrre il liquore. Per distinguere tequila e mezcal bisogna vedere quale pianta viene lavorata. Il tequila è il più difeso e conosciuto, autentico DOCP messicano: nasce solo dall’agave azul (azzurra), nome completo Agave tequilana Weber Variedad Azul. L’agave è effettivamente di colore azzurrognolo e vederlo in una distesa è bellissimo.

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Non solo, si può produrre SOLO in determinati municipi messicani (181): Jalisco con tutti i suoi 125 municipi, Nayarit con 8, Guanajuato con 7, Tamaulipas con 11 e Michoacán con 30. Il mezcal si produce con altri tipi di agave e non ha le ristrettezze geografiche del parente più snob.

Come sempre, c’è un’origine leggendaria: un fulmine avrebbe colpito un’agave e i locali si sarebbero avvicinati quando le fiamme erano già spente.

20180329_134830Notarono che dal centro della pianta stava sgorgando un succo e questo sarebbe stato un regalo del cielo. Ho chiesto alla guida ufficiale in Jalisco se aveva qualche informazione per confermare l’esistenza di una produzione semi-industriale di tequila in epoca preispanica. Mi ha detto “Sì, sì da da milioni di anni”. Coglione, milioni di anni fa c’erano i dinosauri, non le distillerie azteche.

Vabbè. Cominciamo con la pianta. L’agave si riproduce per via spontanea quando raggiunge i dieci anni. Diventa enorme e i pipistrelli si occupano della riproduzione, la stessa funzione ecologica svolta dalle api con la maggior parte delle piante. Sfortunatamente questa riproduzione è anti-economica, primo per il tempo necessario (10 anni), secondo perché si perde il controllo completo della genetica della pianta. Tutti sanno che i pipistrelli non sono bravi nella selezione delle piante per distillare liquori. Inutili pipistrelli. Così, la riproduzione avviene in maniera più precisa e rapida. Ogni agave al terzo anno comincia a produrre hijuelos, cioè figlioletti, sono 8-10 micro-agavi che crescono attorno alla pianta madre.

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Gli operai tagliano gli hijuelos e li piantano per dare origine ad una nuova generazione di piante. Solo si usa la prima generazione di hijuelos, perché negli anni successivi le agavi sviluppano delle varianti genetiche non utili dal punto di vista industriale. Tutti gli hijuelos degli anni seguenti vendono tagliati, per evitare che la pianta sprechi energia e alimenti in questa prole inutile. Gli hijuelos vengono sminuzzati e usati come concime. Chiudiamo questo orribile e raccapricciante capitolo.

Dicevo: il Jornalero, il lavoratore a cottimo, si occupa della piantagione degli hijuelos. Con una zappa apre la terra, appoggia l’agave, lo raddrizza con un po’ di terra intorno e calpesta per fissare la pianta nel terreno. Un “giornaliero” può piantare da 800 a 1200 hijuelos al giorno. La piantagione non è mai meccanica.

Quando un’agave è adulta e pronta per la raccolta, si estrae dal terreno e a quel punto è morta. Entra in azione un’altra leggendaria figura: El jimador. Jimar è un verbo che viene dal nahuatl e significa tagliare. Il jimador usa una strana accetta rotonda alla fine di un palo. Con quella e con una grande maestria, taglia la pianta e la rende una pigna enorme, poi la apre per controllare che non ci siano difetti o malattie.

Anche la Jima è una fase completamente manuale, non esiste alcuna macchina che possa riprodurre questo procedimento perché ogni agave è di dimensione differente, come ogni umano. Possono pesare da 25 a 120 chili, solo l’occhio e la mano umana possono lavorarle nelle loro enorme varietà.

Porca vacca! Il discorso è asffascinante ma molto più lungo del previsto. Continuerò la seguente settimana 😉 resistete il cliffhanger!

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La torta ahogada (panino affogato) di Guadalajara

Ciao gente! Sono in vacanza ma vi lascio un piccolo articoletto a tema, sto visitando lo stato di Jalisco quindi i prossimi articoli saranno a carattere tapatio (per chi non sapesse il significato del termine, lo spiegherò nelle prossime settimane).
Apriamo quindi la parentesi tapatia con una nota culinaria, la torta ahogada!

Il suo nome si traduce come “torta affogata”. È un panino tipico di questo Stato, fatto con il “bolillo salado”, che si produce e si trova solo qui (grazie al ca*zo). A differenza del bolillo normale (la pagnotta di base), il bolillo salado è appunto più salato e meno impermeabile, e l’interno è un po’ più acido perché ha una fermentazione più lunga. Il bolillo si taglia a metà e si sommerge in una salda di pomodoro e peperoncino, poi si spalma di purè di fagioli l’interno e si riempie di carne di maiale a pezzettoni. Si accompagna con cipolla viola cruda. 

Come sempre, c’è un racconto leggendario all’origine: si dice che un poveraccio della città era tornato a casa con un chingo di fame e si è fatto una cena con quel che gli restava in dispensa, un pezzo piccolo di carne di maiale, sugo di pomodoro annacquato, un po’ di fagioli e una pagnotta. La commercializzazione del prodotto si deve a un epoca subito successiva all’invenzione di questo piatto, ad opera di un fantomatico “Güerito” di Guadalajara. 

Il gusto? Devo essere sincero, è buono ma non mi è sembrato nulla di eccezionale. Ti riempie subito e dopo un po’ ti stanca, preferisco il pambazo di Città del Messico o le buonissime Cemitas di Puebla. 

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Insegnare francese a un’italiana in Messico, ovvero: le glorie della globalizzazione

Da qualche anno insegno italiano e francese a vari studenti, un universo variegato e incredibilmente arricchente dal mio egoistico punto di vista…con un unico punto in comune: sono tutti messicani. Le poche volte che insegno spagnolo (due ore per settimana) ho per forza di cose studenti stranieri. Senza volerlo, questa situazione ha sclerotizzato la mia maniera di insegnare. So già i punti di forza e di debolezza di ogni tema, prevedo gli errori, anticipo le risate nel trovare alcune parole (i messicani amano “rimarranno”). A volte mi sono ritrovato a pensare ad un possibile rientro in Italia, e alla maniera in cui la mia didattica si sarebbe dovuta adeguare ad un pubblico “differente”. Fortunatamente, questa situazione si è materializzata qui in Messico e ho già potuto sperimentare il cambio. Due settimane fa ho conosciuto M., una friulana che era momentaneamente in Messico per un’esperienza di lavoro e che avrebbe raggiunto Parigi in pochi giorni. Aveva urgenza di imparare più francese possibile, quindi è stato bello poter insegnare questa lingua a una connazionale. 

Dal punto di vista fonetico, il francese è “alieno” per un italiano esattamente come lo è per un ispanofono. Pochissimi segni fonetici coincidono, come la gn e l’istinto italiano di pronunciare alcune parole “bene” semplicemente perché sono già entrate nella dialettica nazionale. Esempio, champagne, tapis roulant, frac, gilet, bidet. Si pronunciano la s e la t finali? No. Perché? Bo. 
Molto più facile sarebbe risultato il discorso degli articoli e delle coniugazioni, oltre che alle traduzioni in generali. Avevo la fortuna di avere come studentessa M, che oltre all’italiano parlava anche spagnolo e giapponese, quindi potevamo “triangolare” la lingua. 

La triangolazione è un processo mentale in cui puoi “prevedere” l’esistenza di una parola o di un verbo, dato che esiste una forma simile in una lingua che conosci. Questo giochino è proprio bello e funzionale fra italiano, spagnolo, francese e portoghese. Poche volte si rivela “utile” l’inglese. Esempio, manger si ricorda grazie a mangiare, travailler è trabajar in spagnolo (lavorare), anche le coniugazioni “brutte” hanno dei punti in comune, per esempio il verbo andare, la terza persona è “va” nelle tre lingue. Il verbo venire dittonga (la vocale si rompe, la e diventa ie) in tu e in lui (vieni, vienes, viens, viene, viene, vient). 

Nel lessico, quando qualcosa non mi suona in spagnolo, provo con l’italiano poi uso il dizionario per confermare. Zampa si dice pata (spa) o patte (fra). Utilissimo si rivela il giochetto dell’accento circonflesso. Alcune parole francesi hanno questa cosa: ^. Esempio: hôtel, fenêtre, pâte, fête…se uno conosce spagnolo e italiano, può facilmente arrivare alla traduzione. Questo perché nel francese antico, dopo la lettera con ^ c’era una s, e quell’accento l’ha sostituita. Basta rimettergliela. Esempio, fenêtre è chiaramente…finestra. Ho notato anche una stranissima affinità tra francese e dialetto toscano. Forse dovuto alla dinastia Lorena-Medici? O alla presenza di Caterina de Medici a Parigi, che ha reso di moda nella propria città natale alcuni francesismi? Momento chisme: ho avuto per quattro anni la morosa toscana e questo mi ha avvicinato un po’ a quel dialetto. Quel che mi ricordo ancora mi è d’aiuto per tradurre certe parole. Sortire, sortir, uscire. Crespelle, crêpe (notate la s fantasma dell’^). Sovente, souvent, spesso. Desinare, dîner (s fantasma), cenare. 
In riassunto, se dovete insegnare francese a un italiano, è un casino come insegnarlo a un messicano. Ma se lo studente parla almeno tre lingue, il lavoro sarà molto più liscio e divertente! 

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Il payasito del camion

Sono le 12 e sono già stanco. D’altronde per cominciare alle 7 mi sono dovuto alzare presto e alle 5:50 ero già in un bus che come un disperato cadeva dalla collina, per arrivare “in città”, nella zona bassa dove iniziano le arterie principali che sboccano al nord, come Insurgentes e Revolución. Cade dalla collina, perché come altro potrei definire un movimento lungo una discesa naturale, accelerato dall’autista che aumenta la velocità per volontà propria? Ogni curva mi fa trattenere il fiato, timoroso di sentire (più che vedere) che l’autobus si sta rovesciando su un lato. 

Sei anni e ancora non mi sono abituato alla velocità dei peseros quando il traffico non li blocca. D’altronde l’alternativa sarebbe guidare con la mia macchina, lottando contro queste balene della strada, e tornare a risalire la collina alla fine della lezione con il traffico della città già sveglia. No grazie. Piuttosto che scontrarmi con la balena, preferisco essere ingoiato in anticipo e che sia lei a trasportarmi, pur violentemente. 

Esco dal metro e salgo sul bus. Metto le cuffie, ma dopo pochi secondi la canzone viene disturbata da uno che parla da un altoparlante. Alzo gli occhi ed è un pagliaccio. Odio i payasos. Abbasso gli occhi e lui dice “lo so che ora guardate fuori o in basso per evitare di incrociare il mio sguardo, ma lasciatemi solo tre minuti della vostra giornata”. Porca puttana. Ha un discorso di inizio proprio azzeccato. Di solito a questo segue un monologo o trito e ritrito, ascoltato già una decina di volte, con un finto dialogo svolto con i passeggeri. In ogni bus c’è una chica, una doña, un güero, una parejita, un intelectual (è sufficiente avere un libro o un giornale aperto per esserlo, poco importa se è il libro vaquero)…vi lascio indovinare quale parte recito io. Invece no, stavolta dice solo due battute, poi spegne l’altoparlante e mette della musica, ritmata, dà spettacolo. Il pagliaccio diventa prestigiatore. Il primo numero è abbastanza conosciuto, fa scomparire e riapparire dei fazzoletti di stoffa. Poi ne mette in bocca uno e lo estrae ma in forma di bacchetta, lunga un metro. Il secondo numero non l’avevo mai visto: davanti a tutti strappa un fazzoletto di carta e se lo mangia, a pezzi. Poi apre una bottiglia di aranciata, la bottiglia perde liquido perché è nuova e l’ha sbattuta abbastanza, beve. Strappa un secondo fazzoletto bianco, lo ingoia, poi finge di avere dei conati e comincia a tirare fuori un filo bianco dalla bocca. Tira, tira, tira. Dopo quattro metri, il filo diventa arancione, e sembra lunghissimo. Alla fine ha una matassa per terra. Simpatico, e per i due minuti di esibizione non ho staccato gli occhi da lui. C’è una regola che ho visto varie volte su internet, se un artista di strada ti invoglia a fermarti, lo devi ripagare. È il primo pagliaccio che becco che non offende, non annoia e non sembra idiota. Gli lascio venti pesos. 

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Studenti da incubo (3): la zoticona

Altro articolo-sfogo a tema insegnare all’estero! Era da un po’ che non (s)parlavo delle mie esperienze. 


Ci sono certi rapporti di lavoro che partono male già dall’inizio e questo si dovrebbe leggere come un segno premonitore. Il contatto di questa ragazza è uno dei tanti che mi arrivano per il passaparola: ex studenti super contenti che mi raccomandano all’entourage. Mi piacerebbe un giorno poterli ascoltare, per sapere se dicono “è bravissimo” o “è uno straccione, super economico”. Vabbè, comunque mi ha raccomandato il suo istruttore della palestra, quindi ambienti super culturali. Già da un inizio potete notare il tono sclerato, per comodità traduco all’italiano.

– Sono interessata al corso di italiano, e sono libera qualsiasi orario dopo le 12, tutti i giorni.

– Fantastico! Che ne pensi di martedì e giovedì dopo le 2?

– No, quell’orario no.

– …

– È che sono a dieta.

Giuro che volevo scrivergli una bestemmia.

– Come? Non capisco.

– È che devo mangiare delle cose ben precise in orari precisi, non posso sforare. 

– Ah ok. Ma se vuoi puoi mangiare durante la classe.

– Bene! Allora sì. 

– Guarda, non ho tanto tempo quindi sarebbe meglio che ci trovassimo nel caffè [SUPERFAMOSO] vicino al supermercato [SUPERCHIC].

– Mmm non si potrebbe fare a casa mia? Vivo giusto in fronte, a due minuti dal caffè.

– Ah va bene. Per favore, mi mandi l’ubicazione precisa?

Me la manda, il gps indica che casa sua è distante 15 minuti in macchina dal caffè. Seconda bestemmia ingoiata a fatica.

– No guarda, non è proprio di fronte…magari vieni giù tu, ci troviamo al parco [SUPERNUOVO] e lì puoi mangiare e facciamo la lezione, c’è sempre sole in questo periodo.

– No, ti ho detto che sono a dieta, il salmone va mangiato fresco.

Ma DioTlaloc, te lo devono mandare dalla Norvegia direttamente al parco? Ma che cazzo vuoi?

– …e poi è un’emergenza, per favore per favore, ho solo un mese prima di andare in italia.

– Va bene, se prendi lezione tutti i giorni il prezzo sarebbe [SUPERECONOMICO].

– Ottimo, grazie mille!

Cominciano le lezioni e mi rendo conto che è una persona abbastanza sgradevole. È ignorante come una zappa, ma questo non è un difetto insopportabile. Il problema è che se ne frega ed è impermeabile a qualsiasi tentativo di crescere e migliorare. Le ho mostrato la mappa dell’Italia, la uso sempre per fare leggere alcune città e farle pronunciare bene, per vedere se hanno capito la fonetica (la più difficile è Caltanissetta, sapevatelo). Le chiedo come domanda di routine: “Che nazione vedi?” “Tante!” “No guarda, mi interessa solo una, quella che vedi occupare tutta la pagina” “Ah non lo so, pensavo fosse un corso di italiano, non di geografia”. E così via, perle di una beota. 

È figlia di papà, e neanche quello sarebbe un disastro, ho conosciuto tanti rampolli di famiglie ricche da far schifo che comunque sono splendide persone. Ma questa no, insulta e denigra tutto e tutti, credendosi una dea dall’alto del suo piedistallo, fornitole alla nascita per essere arrivata al mondo in un ceto sociale agiato, con relazioni con la politica. 

È razzista e non ne fa mistero. Una delle prime domande che mi ha fatto è cose ne pensi delle merde del New Jersey. Esatto, chi sono? Risulta che lei ne era esperta. Secondo lei, sono degli italiani di terza e quarta generazione che si comportano come burini. Voleva sapere se li odiavamo anche noi. Praticamente si stava preparando il terreno per sapere come essere razzista anche una volta arrivata in Italia. Oro benon.

Per farvi capire il genere di gente di cui si circondava vi basti conoscere un episodio. All’arrivo al quartiere chiuso e vigilato dove abita, ci sono dei controlli che durano meno di un minuto. La macchina a lato è guidata da un coglione che perde la pazienza, scende dalla macchina, punta il dito in faccia al guardiano e gli grida “Respeto, ok? Respeto! Por si no lo sabes, tu y yo no somos iguales, pinche gato”. Poi rimonta in macchina, ordina di lasciarlo passare ed entra sgommando. 

La tizia ha preso lezione meno di un mese. Ogni settimana diminuiva la frequenza, la prima settimana ha preso tre volte, poi due, poi una. Non ha imparato un cazzo, perché neanche faceva i compiti. Il prezzo che le avevo dato era ingiusto perché la frequenza non era quella concordata. Alla fine mi ha detto che è partita per l’Italia, vediamo cosa dice quando torna, se mi vuole ricontrattare le chiederò tempo, luogo e orari più dignitosi per il prof. Ah, ho fatto amicizia col suo cane.

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