Il ponche messicano

Con dicembre partono i suoni, gli odori e i gusti del Natale. Che vi piaccia o no. Per fortuna, a me piace. Uno dei profumi tipici del periodo qui in Messico è quello del ponche. 

In Italia conoscevo questa parola con la variante ponch, ed era una bibita più o meno alcolica che nei film statunitensi si serviva sempre nelle feste studentesche. Punto, non ne sapevo altro. 
Il ponche messicano si prepara e si compra quasi ovunque, dai caffè alla strada alle case delle famiglie. Anche i caffè “nice” si piegano a questa tradizione e potreste trovare il ponche in vendita anche in locali che normalmente schifano la tradizione messicana. Eh, se vuoi vendere, ti abbassi, cagone. 

Due minuti di ricerca Google e ho scoperto che questa bibita è di origine Indiana e deriva dalla parola pãc, che significa cinque, dal numero di ingredienti originali necessari per farlo (acquavite di palma, tè, zucchero, limone, acqua). Spargendosi per il mondo, la ricetta ha subito drastiche modifiche, acquisendo ingredienti e gusti diversi dalle varie regioni. 
Nella versione messicana, si mette Jamaica (cioè Karkadè o Ibiscus), guayaba (Guabas), uva passa, canna da zucchero tagliata a pezzi grossi, mela a pezzi, tejocotes, tamarindo. Si addolcisce con piloncillo. Si bolle in un enorme pentolone e si beve per quasi una settimana, fino a esaurirlo. Nella tazza ti servono la frutta e un po’ del succo, bollente. Ah, giusto perché non facciate figuracce, il tamarindo e la Jamaica non si mangiano, si tirano fuori discretamente dalla tazza, o le lasciate dentro e con un cucchiaio lotterete per 40 minuti contro i pinches fiori di Jamaica che chiedono disperatamente di essere divorati. Se vi danno una tazza con solo tamarindo, significa che vi odiano. Le striscioline di canna da zucchero si masticano e poi si sputano, come fossero radici di liquirizia. NON INGOIATELE se non volete morire strozzati. Potete mangiare la frutta cotta mentre bevete il ponche, non è necessario finire la bibita per poter cominciare a pescare la frutta. La frutta più chafa è il tejocote, che non sa quasi di niente, quasi inutile quanto la jicama. Sì, se ve lo state domandando, non mi piace la jicama. 

Se volete averne una versione più “adulta” potete aggiungere tequila al ponche, cioè farlo con piquete. Quando abbiamo una riunione familiare io faccio “il mio ponche”, cioè il vin brûlé. Dato che la dignità l’ho persa in alcuna data remota, mi piace campechanear cioè fare un po’ di tutti e due. Se mescolate ponche e vin brûlé otterrete un obbrobrio mostruoso, rampollo demoniaco e irrispettoso di due tradizioni culinarie, ma buonissimo. 

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Il nuovissimo parco La Mexicana

Questa volta buonissima notizia! Hanno inaugurato un nuovo parco a Città del Messico. Se già di per sé questa è una cosa positiva, lo è ancora di più per la posizione in cui l’hanno autorizzato. Si trova infatti a Santa fe, il quartiere commerciale e di uffici, immenso polo popolato da impiegati e colletti bianchi indaffarati, i cosiddetti Godinez. Gente che mangia in un’ora magari pagando un occhio della testa per poi tornare subito in ufficio. Qui infatti i ristoranti sono tutti sul medio caro, uniche alternative sono i tacos di canasta, e gli hamburger. Non ci sono fondas, trattorie. 

Be’, dopo mangiato è tipico fare una passeggiata, cioè beccarsi un chingo di smog camminando avanti e indietro per le lunghe e noiose vie tutte dritte costellate di grattacieli. Sembra che tutto questo sia finito, perché a due minuti camminando da dove io lavoro c’è l’entrata di questo nuovo parco che si chiama La Mexicana. Ieri ci ho fatto un giro e ho fatto le foto che qui potete ammirare. Non sembravo strano perché TUTTI stavano facendo foto e selfie. 

Il parco è proprio grande, e la sensazione è aumentata dal fatto che è oblungo, perciò per percorrerlo tutto ti fai una bella scampagnata, e non noti che nel senso della larghezza non è proprio eccezionale. Ci sono guardie e addetti alla cura del parco in ogni angolo, e questo ti dimostra che 1 è proprio nuovo, 2 non è ancora completato al 100%. Alcune parti sono ancora in costruzione, altre non sembrano completamente realizzate. Sono stati creati due laghetti artificiali, e la struttura permette di passarci a lato fino ad un punto in cui il pelo dell’acqua della vasca è al livello dei tuoi occhi, è bellissimo. 

Ci sono due piste da skate, un circuito per la corsa con una corsia per le biciclette e i pattini, una zona picnic, una zona infantile, altalene e una tirolese, un punto panoramico e delle attività che apriranno presto, chiaramente uno Starbucks (ósea, güey), un ristorante bistrot (no nos mezclamos con los jodidos) un altro caffè cagone e un negozio per gli animali domestici. Io solo spero che lascino entrare qualche signore dei tacos di canasta o qualche Lupita che venda quesadillas. 

Camminando ieri ci ho messo un’ora a fare tutto il giro e tornare al punto di partenza. Il paesaggio è proprio originale perché i grattacieli moderni fanno un piacevole contrasto agli alberelli freschi di impianto. 

E da un lato si vede la collina che stava crollando qualche tempo fa. 


Unica pecca, mi sembra tutto un po’ brullo, pelato. Gli articoli di giornale qui parlavano di un nuovo polmone verde per la città, ma al massimo è un bronco. Gli alberi sono pochi e ben distanziati l’uno dall’altro, magari questa è l’ultima moda per i parchi degli uffici, ma a me sembra una cagata. Mi piacerebbe più una zona boschiva, perché attirerebbe uccelli e piccoli mammiferi e aumenterebbe di molto l’appeal e l’idea di distacco dal mondo stressante dell’ufficio. Una Chapultepec nel tumore commerciale di Santa fe? Forse è troppo chiedere. 

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Distanze professore-alunni

Mi risulta sempre molto difficile mantenere la distanza con gli alunni. So che in linea teorica il rapporto fra studenti e professori dovrebbe essere ben codificato anche se a volte non vengono fatte firmare carte che precisino bene i limiti. Ho fatto tre colloqui per una scuola che poi si è rivelata un buco nell’acqua. Unica cosa interessante era che in quell’istituto ti facevano firmare un documento in cui confermavi che fra la tua uscita e l’uscita dell’alunno dovevano passare almeno dieci minuti. Mi hanno poi spiegato, come un chisme, che questo si deve al fatto che c’era stata una relazione clandestina fra una studentessa sposata e il professore francese, e che quando il prof le dava un passaggio per tornare a casa, in realtà andavano a imboscarsi. Dico io, dove cazzo trovi un posto per imboscarti lungo Avenida Palmas?? 

Ritornando dal particolare al generale, credo che la relazione dipenda molto anche dalla differenza di età fra l’insegnante e lo studente. Se si è quasi coetanei, è molto difficile non fare amicizia, dato che si condividono tante cose, interessi, tempo libero. Lentamente le lezioni di lingua diventano chiacchierate in lingua con qualche sprazzo di grammatica a separare le cazzate che si dicono. E a chi dice “Che poco professionale”, andate affanculo. Lo studente impara ridendo e lascia il corso solo per causa di forza maggiore. Chiaramente il limite da mantenere ad ogni costo è quello delle relazioni sentimentali. Una mia studentessa si è sposata col suo professore. Solo un paio di volte ho percepito che un’alunna si stava comportando in maniera “strana” ma in quel caso è bastato fare varie frasi grammaticali usando la moglie come esempio. 

Alcune volte ho visto che la lezione diventa in realtà una scusa per parlare dei propri problemi personali, in lingua (francese e italiano). Chiaramente dopo il terremoto ognuno aveva bisogno di sfogarsi e mi sono sentito in una seduta di terapia di gruppo. Credo comunque che parlare per 7-10 ore al giorno con tanta gente sia terapeutico anche per me. Anche se non mi trovo quasi mai con gli amici il fine settimana, non soffro mai di solitudine, anzi, arrivano dei momenti che l’unica cosa che voglio fare è allontanarmi dall’umana genia e rimanere sul divano in silenzio con una birra. Poi mi rendo conto che se non sento la necessità impellente di vedermi con gli amici, è perché in realtà li sto vedendo tutti i giorni, perché alcuni dei miei studenti sono a tutti gli effetti diventati degli amici, e ci si trova anche in situazioni meno accademiche come alla pizzeria o a bere un caffè per augurarsi buone feste, prima della pausa delle lezioni. O ti regalano liquori. Insomma, credo che se ho un indice di abbandono bassissimo dei miei corsi (e se gli studenti che provano a imparare con un altro professore poi chiedono disperatamente quali sono gli orari che mi restano liberi) questo dipenda anche dal fattore personale che inevitabilmente metto in ogni corso. Quella che potrebbe essere una mancanza di professionalità, la vedo invece come una grande risorsa umana e…finanziariamente conveniente. 

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Coco

Poche volte mi capita di parlare di cinema messicano, per questo non ho mai voluto aprire una rubrica specifica, ma è arrivata una di quelle occasioni e chiaramente parlerò del film che è ora nelle sale, Coco. Non voglio spiegare tutta la storia né rivelare i colpi di scena né il finale, quindi se volete solo farvi un’idea potete leggere. In cambio, se volete che il film sia una sorpresa completa, smettere ORA di leggere.
SPOILER

SPOILER 

SPOILER

SPOILER


Bene, rieccomi con i sopravvissuti. Allora, è un film della Pixar, azienda che ha sfornato autentici capolavori. Per fare Coco, hanno realizzato un esperimento, è infatti il primo film che è dedicato interamente ad una solo cultura nazionale esistente. Le ricerche sono state profonde, ci sono stati ben sei anni di preparazione e devo dire che ne è uscito un capolavoro. È già ora il film con il record al botteghino per il Messico. 

Il film ruota attorno al dia de muertos, e ne è una celebrazione colorita e rispettosa. Varie credenze tipiche di questa data vengono passate allo spettatore mentre si dipana la storia, come il cammino di cempasuchil fatto con i petali per collegare la casa alla tomba del defunto, gli elementi indispensabili dell’altare (si vedono tutti), il carattere festivo dell’evento e l’aria emozionante quando tutto è pronto. Attorno a questo tema centrale, altri caratteri culturali vengono mostrati.

IL CIBO: Con frequenza voleranno tamales, i saccottini di mais, pollo e salsa con tante varianti, confezionati in una foglia di mais. Compaiono anche churros, in mano ai morti o direttamente sulla tomba, e un piatto di mole farà una brutta fine in un’ofrenda. Il mole soprattutto mi ha sorpreso. Credo sia un cibo estremamente messicano e paradossalmente sconosciuto a livello mondiale, perciò dimostra la qualità della scelta.

DETTI E TRADIZIONI: Il film è costellato di frasi, usanze e modi di dire messicani. Quello che più mi ha fatto ridere è il chanclazo. Tutte le mamme del mondo hanno minacciato di usare (o hanno usato) una ciabatta per mettere ordine o per castigare, ma in Messico la chancla ha un posto speciale nell’universo mentale del cittadino medio con il complesso di Edipo.

MUSICA: Vera e propria protagonista della storia. Dopo i primi dieci minuti di film capirete subito quanto sarà cruciale la scelta di lasciarsi avviluppare dalla musica o cercare inutilmente di scacciarla, sarà proprio questo che creerà un conflitto familiare e generazionale che darà movimento a tutta la vicenda. In un film sul Messico non potevano mancare i mariachi, che si presentano come sono sempre, in piazza e alla ricerca di clienti. Ascolterete canzoni famosissime come La llorona e vedrete gruppi oggi scomparsi. Il coprotagonista sarà un sosia di Jorge Negrete e canterà con il suo stile.

PERSONAGGI CELEBRI: durante il film riconoscerete senz’altro alcune leggende messicane come Jorge Negrete e Pedro Infante. Comparirà pure il Santo, simbolo vivente della lucha libre. Un cameo rapidissimo lo avrà anche Cantinflas, che vedrete in una scena di cinque secondi, si riconoscerà per i baffetti e il suo costume tipico.

FRIDA KAHLO: stupenda. L’hanno rappresentata esattamente come me la immaginavo io, pomposa, egolatra ma fondamentalmente un’anima sensibile. Potrete vedere come viene mostrata con le fattezze di una maschera, una sorta di “costume vivente” che infatti useranno anche i personaggi della storia. 

LA GEOGRAFIA: il villaggio in cui si svolge la storia rappresenta tutti i paesini della nazione e nessuno in particolare, allo stesso tempo. Le viuzze, il cimitero, il chiosco nella zona centrale su cui si esibiscono gli artisti, il monumento all’eroe nazionale, le bancarelle, i negozietti semiaperti e semipubblici. Non è una macchietta o una fasulla imitazione, sembra davvero di vedere un paese della provincia messicana. Per alcuni scorci, sembra di vedere Guanajuato, e nella parte finale del film apparirà un cenote, una grotta con apertura in alto, tipico della penisola di Yucatàn.

IL TEQUILA: celebrativo e al tempo stesso elemento inquietante, potrebbe essere divertente cercare di vederne un qualche messaggio segreto, ma non voglio insistere finché non avrete visto il film, perciò se volete che ne parliamo scrivetemi in privato.

GLI ALEBRIJES: da semplici souvenir, gli alebrijes sono stati rappresentati come guide spirituali, bestie magiche che aiutano e difendono i vivi e i morti. Coloratissimi e zoomorfi, aggiungeranno un’altra sferzata cromatica a un film che già di per sé è un’orgia di colori.

IL PASSATO AZTECA: il film è ambientato in epoca quasi moderna, non compaiono cellulari e il protagonista usa vhs quindi dovrebbero essere gli anni ’80-’90. È il Messico dei nostri giorni, ma alcuni elementi del passato precolombiano si possono vedere nell’oltretomba, come alcune formazioni piramidali nello sfondo e il tema dei teschi onnipresenti. 
Consigliatissimo, chiaro.

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La Lucha libre

Nella lista di cosa da fare in Messico prima di morire, ho potuto spuntare una cosa questa settimana, andare a vedere la lucha libre. Se una persona non ha la minima idea di cosa sia, posso anticipare che è il wrestling messicano, anche se sarebbe meglio dire che il wrestling è la lucha libre in versione gringa.

Un amico mio aveva deciso di cominciare la serata in una pulqueria tipica del centro. Io non avrei saputo dove parcheggiare quindi all’inizio pensavo di non poterci andare, poi io con altri due amici abbiamo scoperto che era a soli venti minuti dall’arena Mexico, quindi ci siamo arrivati camminando dall’Arena Mexico, a prezzo di passare per delle zone non tanto “sicure sicure”. Ma eravamo tre omaccioni o almeno fingevamo bene di esserlo quindi non ci è successo nulla. A me piace tantissimo il pulque e la pulqueria è un posto proprio particolare, io ne conoscevo solo una a Xochimilco ma ho avuto la conferma che l’esperienza è sempre uguale: tanto caldo, pulque e curados a prezzi ridicolmente bassi (1-3 euro dipendendo dalla quantità, si arriva al litro) e un sacco di ubriachelli con voglia di fare amicizia.
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Il nostro amico (arrivato prima) era già in buone relazioni con tutta una tavolata di gente. Tempo due minuti e un ciccione ha voluto fare una selfie con l’italiano. Magari mi troverete in Facebook cercando hashtag come #selfieconguero. Dopo un po’ siamo tornati all’arena mexico per assistere allo spettacolo, era un evento speciale organizzato per il dia de muertos. Subito fuori vendono un sacco di gadget e io compro l’oggetto probabilmente più “tipico” per un profano come me, la maschera del Santo. Per tutti i non messicani, il Santo è il un lottatore famosissimo, forse il più antico e di sicuro il più celebrato, protagonista di decine di film. Entriamo e ci accomodiamo sulle seggiole e alle otto e mezza comincia lo spettacolo. Il pubblico è composto per quasi la metà da stranieri, venuti a vedere il “vero Messico”.
Un presentatore dipinto di calavera annuncia i vari sfidanti, dai nomi roboanti come Tigre, Puma, Virus, Sfinge, usando sempre le stesse frasi “Abbiamo la presenza di…” o “si manifesta…”.
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Il personaggio compare in alto di una pedana e scende una scalinata facendo gesti mentre alle sue spalle c’è un video dei suoi incontri precedenti, con le sue “mosse tipiche”. Il pubblico non resta indifferente e lo loda o lo insulta, dipendendo se il personaggio fa la parte di un buono, un cattivo, uno stupido, un fifone.
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In questo senso, sono molto simili alle maschere italiane della Commedia dell’arte: Arlecchino DEVE essere allegro, Pulcinella furbo, Pantalone attrae l’astio del pubblico e così via. Il profilo tipico del lottatore è un messicano muscolosissimo e lucido di sudore (o olio?), ha una maschera che serve per identificarlo fra il mucchio di gente che sta per spaccarsi la testa per finta. Ci sono però delle eccezioni, tipo i ciccioni brutti senza maschera come Virus, amati dal pubblico e che provocano l’entusiasmo generale quando si tolgono la maglietta, neanche fossimo in un locale gay a buon mercato. Gli atleti arrivano al quadrilatero e cominciano le lotte che hanno molte varietà, uno contro uno, due a due, tutti contro tutti, tutti contro uno…con “colpi di scena” tipo il luchador che esce dal campo per evitare la lotta, o un collega che salta dentro per aiutare “illegalmente” il compagno di squadra.

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I colpi sono chiaramente tutti falsi, ma le acrobazie sono reali. Al contrario, sono incredibili. Provate voi a saltare da tre metri di altezza, ruotando, fingendo di spaccare la testa del nemico con un pugno, cercando di convincere tutti che lo state realmente facendo e nel frattempo riuscendo a uscire entrambi senza un graffio. Sono dei veri e proprio atleti attori, che mettono a rischio la propria salute a ogni incontro. Le prese più fighe le fanno con le gambe, rovesciano il nemico, o contraccambiando il colpo.
Per quanto possano essere spettacolari, comunque, lentamente lo show diventa noioso. Visto uno, visti tutti. Quello che cambia è la “storia” dietro l’incontro e soprattutto la simpatia che il lottatore riesce a ispirare o a evitare. La gente impazzisce e comincia a gridare “MATALOOOOO”…signora, si calmi! Per aggiungere varierà, la cornice è stata data da alcuni personaggi che dovrebbero rappresentare divinità azteche e guerrieri dell’oltretomba. Ogni volta che un luchador perde, viene trasportato a peso agli Inferi. Che sono dietro le scalinate.
Verso la fine c’è stato anche un incontro femminile fra la campionessa in carica e una sfidante cicciottella.  Chiaramente è già tutto deciso a tavolino e ogni mossa è stata studiata e imparata a memoria come le battute di un film, ma cercano davvero di mostrare che ci sono cose “impreviste”.
In poche parole l’evento è bello, particolare e lo consiglio a tutti, almeno per fare un’esperienza differente, poi decidete voi se ripeterla o no. I prezzi sono super abbordabili, dai 100 ai 700 pesos, dipendendo dal posto a sedere e dall’anticipo con cui li comprate!
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Spiriti, spiritelli e “li mortacci tua”

Come già detto varie volte, il Messico moderno è un luogo ancora profondamente spirituale, ma questo non significa che sia profondamente cattolico. Le manifestazioni religiose o in senso più largo “mistiche” sono frequenti in tutti gli strati sociali, quello che cambia sarà il santone o il rituale a cui il messicano fa riferimento. 

Così, potreste trovare la persona che compie rituali per scongiurare la jettatura (malocchio), altri che mettono borsette con grani di sette piante, altri che piantano un coltello nel giardino per evitare che diluvi durante una festa, altre ancora che pagano uno sciamano per togliere la “mala vibra” dalla sua attività commerciale. Magari dopo aver anche contattato un prete cattolico. Giusto per essere sicuri, è meglio chiamare tutti. 

L’altro ieri è venuto a casa mia un amico di famiglia con cui quasi non abbiamo relazioni. È un personaggio abbastanza…folcloristico. Nelle tre o quattro occasioni che ho avuto la possibilità di stare a tavola con lui, se ne è sempre uscito con storie che il pinche Giacobbo avrebbe usato per fare almeno 20 puntate.  

Come l’Ufo in autostrada, che lo rincorreva di notte. All’inizio lo aveva scambiato per una macchina che gli stava dietro. Dopo vari minuti l’Ufo ha accelerato, le luci si sono divise (!!!) passando una a destra a l’altra a sinistra della macchina, per poi innalzarsi verso i cieli notturni. 

O l’edificio con uno spirito dentro, e il tizio che sale fino al piano 20 (el piso embrujado) per poi veder che le luci si spengono appena mette piede su quel pianerottolo. Allora il tizio chiede il permesso di fare un giro per poi togliere il disturbo, e questo riesce a fare, e proprio quando ritorna all’ascensore le luci si spengono di nuovo. Successivamente gli avrebbero detto che aveva proprio fatto bene, perché se chiedi il permesso gli spiriti non ti attaccano. Alla replica di mio cognato, che ha detto che l’amministratore del condominio che lo aveva sfidato a visitare il piano embrujado è lo stesso disgraziato che lo ha fatto cagare sotto spegnendo le luci del piano, non ha saputo rispondere. 

Comunque anche l’ultima che ha raccontato è proprio interessante. È un rituale chiamato “la monta del morto”. Praticamente alcune persone possono essere “invase” o possedute dagli spiriti. Lo sappiamo tutti, sono i medium, l’abbiamo visto in decine di film o telefilm. Ci ha detto che ci sono stati casi di uomini che sono andati in un motel con una donna che aveva ancora “il morto dentro” e che la situazione è diventata complicata quando hanno scoperto che erano con un fantasma. La prostituta infestata. Uuuuuuuuhuuuu…

Lui si è interessato perché nella sua famiglia ci sono state morti abbastanza dolorose da digerire. Il padre è deceduto all’improvviso mentre il fratello è stato ammazzato dalla mafia perché aveva un passato da spacciatore (ricordate che siamo comunque in Messico). Poco fa lui aveva saputo che un suo collega aveva la moglie medium. Gli si era offerta la possibilità di mettersi in contatto con i suoi familiari persi violentemente, e lui ne è abbastanza entusiasta, e dice che farà delle domande che solo suo padre e suo fratello potrebbero rispondere. Ora, mi sarebbe piaciuto che mi avesse offerto pure a me questa possibilità. Avrei provato a contattare mia prozia recentemente scomparsa. Ma avrei parlato in Veneto con la medium. Se mi rispondeva in cantadito chilango, poteva solo significare una cosa: i corsi di lingua nell’aldilà sono a toda madre. 

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Frutti dell’altro mondo…infatti sono del terzo

Oggi ho proprio poco tempo però voglio parlarvi di tre robe strane, frutti che ho trovato qui. Il primo lo chiamano cuajinicuil. L’ho visto solo due volte da quando vivo qui. La prima quattro anni fa, una studentessa me l’ha regalato come curiosità da un suo viaggio in Yucatàn. L’altra volta è stata mia moglie a passarmelo, glielo avevano regalato in Morelos dove era andata con alcuni colleghi ad aiutare i terremotati. Il frutto è proprio strano, e come vedete sembra una tega (baccello).


Una volta aperto diventa ancora più strano, alla vista e al tatto sembra lana, ed effettivamente è una lanugine un po’ umida. Si può separare in pezzettini e ogni pezzetto ha un seme dentro.


Il gusto è un po’ dolciastro ma niente di speciale, forse per quello non è diventato un frutto internazionale.
Il secondo frutto strano è la carambola. È bellissimo! Ha una forma di stella, e se lo tagliate anche la sezione è bellissima. Risulta che non è di questo continente, infatti è originario dell’Indonesia e dell’India ma per il clima tropicale si è installato bene anche in America Latina. Non mi è sembrato nulla di speciale ma fa un figurone nel portafrutta.


Ultima bestia: il zapote negro! È un frutto fragile, come il nostro caco, se lo comprate dovete fare molta attenzione a non spappolarlo. È un frutto fantastico, infatti è un budino portatile. Se lo aprite lo potete mettere in una tazza e aggiungere un po’ di limone e zucchero, ed è fatto! Un budino, realmente! Ed è anche buonissimo.

Questo sì, provatelo se passate in Messico!

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