Bruchi stravaganti

Sabato scorso abbiamo festeggiato il compleanno di mia moglie con la prima visita di famiglia da marzo. Anzi, con il primo incontro con gente non allo schermo da marzo. Sono arrivati alcuni parenti (5 in totale) per tragar juntos. A metà pomeriggio mio cognato mi fa notare una bestia fra lo zerbino e l’uscio di casa. È come un verme ciccione. I cani entravano e uscivano ma per qualche miracolo non l’avevamo notato. Così l’ho preso con un cartone e l’ho messo su un muretto che separa le case con un salone da festa, il muro è coperto da edera che lo mettono in collegamento con gli alberi quindi mi sembrava un posto decente. Una volta al sicuro ho potuto osservarlo bene. Vedete le macchie che sembrano occhietti sulla spalla?

Mentre lo trasportavo, il bruco (perché questo era) ha tirato fuori due antenne gialle, ma appena appoggiato le ha ritratte e ha cominciato a…ballare. Non mi vengono altre parole. Sembra che WordPress non permetta di pubblicare video, ma lo potete vedere in questo link perché l’ho pubblicato su Instagram.

https://www.instagram.com/p/CFDk0CsHca3/?igshid=6ibhfl63kb2z

Mio cugino Ernesto non è il classico “Miocuggino che c’ha la ferramenta in piazza dice che il Coviddi non esiste”. No, mio cugino “è studiato”, ha una laurea in Scienze Naturali e mi ha detto che potrebbe essere una sorta di mimetismo dinamico, per sembrare una foglia o un altro predatore, questo sarebbe confermato anche dalla presenza degli “occhietti” falsi sulla spalla.

Dato che sono curioso come una scimmia, il giorno dopo ho cercato il nome della bestia rara. Ma dato che sono anche pendejo come pochi, ho cominciato la ricerca con Oruga chilanga (bruco di Città del Messico). Incredibilmente ho fatto Bingo, e si chiama Gennaro. Scherzi a parte, una ragazza di Città del Messico tempo fa ha trovato la stessa bestia, un bruco per strada, e ha fatto un articolo nel suo blog di WordPress, esattamente come ho fatto io. Se volete fatevi un giro per il suo blog. Comunque, Genaro è come aveva battezzato lei il suo bruco, il nome reale è farfalla cometa Xochiquetzal, qua la vedete nella forma di bruco e nella forma adulta.

Ah, con questo articolo inizierò la sezione Flora e Fauna, la troverete fra le etichette degli articoli, qui a destra, così tutti quelli con questo tema saranno facilmente recuperati, datemi qualche ora e lo farò.

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Il reparto Jota, storia triste di un insulto

Il Messico è un paese omofobo, in continua lotta fra avanzamenti legislativi del governo dei vari stati e la massa retrograda che usa l’ironia per nascondere il disprezzo verso gli omosessuali. P*tos, maricas (coccinelle) maricones, mariposas (farfalle) sono le parole di disprezzo che si usano verso i gay. E “j o t o s” (la scrivo così perché ultimamente l’algoritmo di censura di Facebook sta lavorando anche troppo bene) Da cosa deriva questa termine? Da un carcere.

Nei primi anni del Novecento era in funzione la prigione di Lecumberri. Fu una prigione dal 1900 al 1976, e per il trattamento terribile dei carcerati fu ribattezzato dalla popolazione El palacio negro de Lecumberri. Fu qui che terminarono alcuni dei giovani arrestati durante le rivolte del movimento studentesco del ’68. Vennero torturati con colpi e scariche elettriche ai genitali. Cosa c’entra con i gay? Presto detto.

Il carcere era organizzato in varie parti ordinate alfabeticamente. Gli omosessuali e i travestiti che venivano arrestati per atti osceni in luogo pubblico e schiamazzi notturni venivano messi nell’ala J. In spagnolo, jota, i lunga. I carcerieri hanno cominciato a chiamare gli omosessuali Jo – tos, proprio per la lettera del reparto in cui erano imprigionanti.

Che ne è stato del carcere? Oggi è un archivio, dal 1976 è infatti l’Archivio Generale della Nazione.

(Foto da internet)

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Chicharrón en salsa verde

Uno dei cibi più impressionanti da vedere in questo paese è sicuramente il chicharrón. Non il piatto in sé, ma la sua preparazione. Vedrete una pentolona di metallo, alta più o meno un metro, con un signore che muove con una rete di metallo degli enormi fogli di…qualcosa. Quando lo estrae, rigido e croccante, viene appeso e parte con un altro.

Altre volte li vedete in vetrina illuminati, quasi fossero un’opera d’arte.

Il chicharrón messicano si fa con la pelle di maiale fritta, ecco il mistero del foglio enorme. Altre volte la pelle può avere ancora lo strato adiposo o della carne attaccata. Il risultato è straordinariamente leggero. La cosa più simile che ho provato, intendo come consistenza, sono delle nuvole di nonsoché mangiate al ristorante cinese. Si mangia così, secco, come antipasto accompagnato da salsa, formaggio fresco e guacamole (si son bien fresones) o si può preparare in taco, spezzandolo e con le classiche salse verde o rossa. Moto differente è il chicharrón preparado, un rettangolo che fa da base a verdura e formaggio (oltre all’immancabile salsa).

Perché differente? Perché è di farina, non si fa con la cotenna di maiale. Anche per questo è praticamente piatto. Non è un granché ma qui lo trattano come una leccornia. Bah, gente strana.

Tornando al signor maiale, una delle preparazioni più classiche è il chicharrón in salsa verde. Si prepara la salsa verde, quella di tomates, e si cuoce il chicharrón che diventa così morbido e un po’ chicloso. Poi si mangia come sempre con una tortilla accompagnata da formaggio fresco e fagioli. Non badate alla mia descrizione o alle foto: sembra orribile ma è buono, fidatevi. Comunque, è parte della cucina “povera”, la cucina tradizionale.

La settimana scorsa una signora con la mierda en el cerebro è stata bloccata fuori dal Walmart perché voleva entrare con una bambina ma per le misure di sicurezza è ancora proibito.

Così la pendeja ha pensato bene di sgridare il personale di sicurezza che la bloccava. Non contenta, ha sfoderato una delle armi più merdose di questo paese, il classismo. Ha detto che quell’impiegato che la stava bloccando guadagnava 3 pesos e al ritorno a casa avrebbe mangiato chicharron en salsa verde. Quindi, lo stava insultando per la povertà del suo stipendio e la sua alimentazione da jodido. Inutile dire che è diventata virale e, per grazia divina, è stata licenziata. Se volete vedere il video basta cercare lady 3 pesos in YouTube.

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Chile poblano

Articolo culinario, per variare! Un mio amico bolscevico dell’Università mi ha detto che non ho mai parlato del Chile poblano che ha visto in una foto del face così rimedio subito.

Il Chile Poblano ha questo nome perché si dice originario di Puebla (non so se sia vero o puro choro) ed è anche conosciuto come Chile ancho (largo) quando è secco, o chile corazón, ma meno spesso.

Si può cucinare abbrustolendolo, lo potete fare direttamente sui fornelli o sul comal, per togliere la buccia che è poco digeribile.

Una volta pronto, si può tagliare a striscioline e cuocere in padella con patate e cipolle, per poi preparare dei tacos de rajas. Questi si mangiano di solito con crema, che non è uguale alla panna da cucina che in Italia si usa per i tortellini.

Altra preparazione è la crema poblana, si fa al frullatore con Chile, cipolla, aglio e latte. Si può aggiungere mais nella crema al momento di cuocerla e mangiarla con crostini.

Altra preparazione è ripieno. Si tolgono i semi, responsabili del piccante, si mette formaggio blanco (quello fresco) o ragù o tonno dentro e si immerge in uovo sbattuto per poi friggerlo, e si serve in un brodo di pomodoro.

Non dimentichiamo che il Chile poblano è anche la base del Chile en nogada, uno dei piatti tipici messicani che si mangiano in settembre in onore delle feste patrie che stanno arrivando. Non sapere cosa sono? Cliccate sull’articolo!

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Estás mostrando mucha pierna

La settimana scorsa è arrivato un video di una coppia in quarantena. Ho visto l’immagine del video la mattina, lei bionda e lui castano, mangiando costolette a distanza. Burini ma niente di interessante quindi non l’ho guardato.

Mentre avanzava la giornata, l’ho visto ripubblicato varie volte, con gente arrabbiata. Finalmente l’ho visto, ed effettivamente è abbastanza fastidioso. Stanno cenando a distanza in un video in diretta perché lei è risultata positiva al Covid. Insomma, una nacada normal, finché succede L’INDICIBILE. La suripanta, laida corpivendola insegna le estremità inferiori ignude. La golfa de Babilonia sta mostrando tutto in diretta! SACRILEEEEEGIOOOO. Il baldo sposo, servo di Cristo e legionario del buon costume, la redarguisce GIUSTAMENTE, dicendo che sta mostrando troppa carne di peccatrice. La sozza peccatrice chiede scusa ma è troppo tardi, il loro onore è irrimediabilmente macchiato. I bambini hanno le lacrime agli occhi per il peccaminoso quadro di lussuria offerto dal video, e chiedono lamentevoli alle madri una spiegazione, che la genitrice non può fornire per non sciupare la loro casta innocenza. Le altre signore che in Internet han visto il video, avranno di certo colto l’esempio negativo e ora staranno danzando ignude al fuoco di Belzebù. Il povero marito (il senatore di Nuevo Leon Samuel García Sepúlveda) dà la stoccata finale alla moglie:

Me casé contigo pues para mí, no para que andes enseñando

(Mi sono sposato con te per me, non perché tu mostri agli altri)

Tutto questo riassunto è chiaramente ironico, ma il fatto in sé è di una becera tristezza che sarebbe patetico se non fosse pure la norma. Il fatto che il marito obblighi la ragazza ad abbassare le gambe perché “sta mostrando troppo” e che lei chieda scusa è abbastanza fastidioso, ma detto da un politico machista e menefreghista è ancora più criticabile. Politico che, tra l’altro, ha celebrato il proprio matrimonio con un evento pubblico durante la pandemia, giusto per farvi capire il genere di homo habilis. Dopo di questo, il fattaccio è diventato il tema della settimana, con la valanga di meme a smerdarli. La coppia è partita in quarta per cercare di riparare la dilui figurademmerda ma tutto era perso, si stavano arrampicando sugli specchi e tutto è sembrato una pagliacciata, la dichiarazione di amore, l’improvviso trasformarsi in un paladino dei diritti civili, addirittura “ha fatto cose da fimmina” come stirare e pubblicarlo in Instagram.

Sicuramente con un’inquadratura migliore si sarebbe visto che usando il ferro scollegato, occupato come era a fingere la propria sanità mentale.

Che tristezza.

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Tra vacanze e prigionia

Quinto mese di quarantena, dato che ho cominciato a metà marzo con le pratiche di isolamento, lavaggio ossessivo delle mani, paura generalizzata al momento di uscire e codipendenza da zoom.

Non so più se le cose vanno bene o male, me ne rendo conto quando cominciano le lezioni e al mio chiedere come va? mi ribattono la stessa domanda. Non lo so! Sto bene, fisicamente, di salute ed economicamente sto da dio. Dormo molto, mangio sanamente, i soldi entrano che è un piacere. Ho la fortuna (???) di vivere con Silvia e amo i tre cani. Sono una persona abbastanza chiusa quindi sono abbastanza in pace.

Però insomma, il tempo passa. Stavo pensando di tornare in Italia perché tra stare chiuso qua o là preferisco stare in campagna. Mentre chiedevamo ai vari capi di Silvia, alla suocera per vedere se può badare i cani, al consolato, poi Iberia per vedere i voli, mi saliva l’ansia. “Per fortuna” il consolato messicano in Italia ha detto che non si potrebbe viaggiare in questo periodo. Mi preoccupava la salute della mia famiglia se mi fossi contagiato in viaggio e la mia se mi fossi contagiato durante il ritorno. Perché diciamolo, fra stare in ospedale a Santorso o a Città del Messico, qualche differenza c’è. Comunque penso che quando potrò tornare in Italia, ci starò per uno o due mesi, lavorando da là.

Ora il clima è quello perfetto per stare a casa: diluvia e fa freddo. Anche svegliandoci relativamente tardi, alle 6:10 (normalmente la sveglia era alle 5) non c’è il sole, quindi ti viene voglia di stare a casa al caldo, vestirti pesante, accendere il caminetto. Sì, l’agosto messicano, almeno nella capitale, è strano. Ho i calzini natalizi, pigiama pesante, a volte ceniamo cioccolata calda e biscotti. Figata sto novembre.

Comunque, continuo ad oscillare tra una grigia tristezza e la sensazione di sentirmi in vacanza. Mi manca il poter andare in un museo o in un parco, prendere una birra con gli amici senza aver paura di contagiarmi o pensare di dover disinfettare tutta la casa quando se ne vanno. Allo stesso tempo mi sento comodo, fuori le auto suonano il clacson tutto il tempo e il traffico è ripreso. Lo so perché nelle rare occasioni in cui andiamo a cercare qualcosa di differente da mangiare vediamo gli stessi rallentamenti di sempre. Per essere una vacanza è proprio particolare, obbligatoria, comoda ma grigia, quasi un limbo. E la curva dei contagi sale, e molti si sono già stufati di starsene in casa. E giustamente, li capisco, voi in Italia a duras penas avete resistito due mesi e mezzo, con quasi mezzo anno rinchiusi molti perdono le staffe. Ma se il numero dei contagi continua ad aumentare, la vedo dura la riapertura dei paesi per i turisti messicani. Te chingas y ya. Bueeeeno, me voy al sillón, a ver el Netfliss, prima di fare l’ultima lezione della giornata. Per poi dormire, e riaccendere il pc per altre 12 ore.

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La combi del destino

In quest’anno di merda, un raggio di luce in forma di linciaggio.

Il 31 luglio una combi stava percorrendo la México-Texcoco. Una combi è un autobus minuscolo, praticamente un furgoncino. Sali, paghi il passaggio e ti siede guardando in faccia un altro passeggero perché i sedili sono tutti attorno, uno di fronte all’altro.

Ad un certo punto, dei criminali cercano di derubare i passeggeri. Erano tre (anche se nel video se ne vedono solo due). Uno sale ma l’autista accelera e lascia l’altro per strada. Il tizio chiede il cellulare al passeggero che sta davanti nella combi, poi cerca di uscire ma il passeggero vicino alla porta lo blocca con la gamba, allora un altro chiude la porta. Intrappolato, el sucio ratero riceve una scarica di colpi da parte di cinque persone che si sfogano, lasciandolo poi nudo lungo la strada. Il video è spassosissimo e stuzzicherà la vena di sadismo che esiste in ognuno di noi, perché per una volta ad essere torturato è uno che se lo merita.

https://youtu.be/KriSZqkOuug

È risultato poi che il ladro lavorava in un’impresa di sicurezza privata, el hijo de puta. Fa parte di un gruppo criminale che si occupa di furti, estorsioni e sequestri di persona.

Come sempre è sorta una reazione umanitaria tra le persone che hanno visto il video, le frasi più comuni erano “così non si fa giustizia” e “chissà cosa l’ha obbligato a rubare”. Ni madres, una putiza se la meritava, e probabilmente ci penserà due volte prima di rifarlo. Ma ancora più gustosi sono stati i meme, veri gioielli che mi fanno ridere continuamente da due giorni. Ve ne lascio una grandinata, e speriamo di sentire mille altre notizie di questo calibro.

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Insurgentes, l’avenida più lunga del mondo (no, no lo es)

Quando andavo in metro tutti i giorni, la mappa mentale della mia città era quella del metro. Non conoscevo nulla della rete stradale ma se mi dicevi è a 500 metri dal metro Chabacano sapevo dove andare.

Poi sono stato colpito dalla maledizione dell’auto e il metro lo prendevo solo una volta alla settimana. Questo ha mutato anche la mia mappa mentale. Il mio asse esistenziale era Insurgentes. Questa enorme avenida taglia da nord a sud quasi tutta la città.

È lunga quasi 30 chilometri e ha assunto la sua forma attuale negli anni ’50. Originalmente era una strada rurale che collegava Xochimilco e Texcoco con il centro della città. Quasi tutto il cammino ha sei corsie, al centro di queste scorre il metrobus, un mezzo comodo (quando non è l’ora di punta). Merda, il coronavirus sta rovinando tutto. All’idea di prenderlo mi è salita l’ansia.

I messicani mi hanno sempre detto con orgoglio che è l’avenida più lunga del mondo. Pos no, la più lunga è a Toronto, ma Insurgentes è comunque la sesta quindi si possono leccare la ferita con dignità.

La maniera migliore che esiste per percorrerla è a piedi. Essendo sempre dritta e avendo dei buoni attraversamenti pedonali, non è una proposta azzardata. Io normalmente partivo dal metrobus Olivo, dove mi lasciava il bus, per poi andare verso il nord, in direzione della Basilica. Mi piaceva vedere come l’Avenida cambiava di animo mentre avanzavo. Dalla zona dei caffè, degli uffici e delle banche, si passava a quella dei bar e ristoranti fighetti, poi alla zona “alternativa” del metro Insurgentes, piena di studenti e drogati, avvicinandosi lentamente alle zone meno commerciali e dove si doveva fare un po’ più di attenzione, all’altezza del Caballito giravo, non ricordo verso che Avenida, per continuare verso la Villa.

La novità è che ora Insurgentes ha riservato le corsie più esterne alle biciclette. Yeeeeeeh. Dico, per loro, io in bicicletta non ci vado. Comunque, era un provvedimento necessario, una delle cose che probabilmente la quarantena ha velocizzato e reso possibile. Ci sono già stati gli inevitabili incidenti, con i Don Vergas che girano senza controllare se ci sono dei ciclisti, ma credo (spero) che si riducano con il tempo.

Insurgentes mi dà una sensazione di tranquillità e mi sento a mio agio, è cosparsa di ricordi di lezioni, caffè, ristoranti, librerie. E ancora non mi hanno investito. Bueno, non lì.

(La prima foto l’ho presa da internet)

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Colibrí

In Italia si vedono i colibrì solo nei documentari e sono coloratissimi, normalmente sul verde metallico, avete presente no? Qua ce ne sono ma sono un po’ più bruttini, sul marrone-grigiastro. Colorati o no, sono fighissimi.

Ne ho visto uno la prima volta dal vetro della finestra. Stavo passando e c’era questa pallina sospesa che mi guardava. Non so chi si sentiva più sorpreso. Anzi sì, il vicentino ciccione che è rimasto a bocca aperta. Comunque, gli incontri sono sempre stati rari.

Quest’anno invece è molto più facile. Complice anche la quarantena, abbiamo trovato un nido e abbiamo notato che il Genitore (non ho la più pallida idea se è maschio o femmina) sta sempre vicino. Nel nido c’è un colibrino. Colibretto? Colibrello? Pulcino di colibrì? Pulcibrì?

L’altro ieri abbiamo visto che quando ci avvicinavamo si sentiva un suono fastidioso, come di scoiattolo incazzato. La vicina ci ha spiegato che era la madre/padre/genitore 1/2. Il tutore legale. Il padrino. Il sensei. Cercandolo bene siamo riusciti a beccarlo.

Ci siamo distanziati dal nido e il ritmo delle grida si è ridotto fino al silenzio. Mentre stavamo chiacchierando un cane si è avvicinato al portone, attraversando così l’area colibremergenza e gli squilli sono ripresi. Bello, efficace. Fosse un po’ più grande potrebbe funzionare come animale da guardia. Magari se pesasse 500 volte di più.

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L’attentato a Città del Messico e il narcocorrido

Il 26 giugno a Città del Messico il capo della polizia della capitale, Omar García Harfuch, ha subito un attacco, violento e quasi inimmaginabile. Il responsabile è il Cartello Jalisco Nueva Generación, il gruppo mafioso attualmente più forte nel territorio messicano. L’attacco è stata probabilmente una vendetta per le operazioni contro La Unión de Tepito, cellula associata che era stata parzialmente smantellata e che si occupa di traffico di minori per prostituzione, accattonaggio e traffico di organi.

L’attacco è avvenuto la mattina alle 6:35 ed è durato poco più di due minuti. 28 uomini del gruppo criminale avevano pianificato questo attacco durante tre settimane e si erano preparati con armi di gran calibro. La sparatoria ha causato la morte di due guardie del corpo e di Gabriela Gómez Cervantes, una signora che stava per raggiungere il metro Auditorio per vendere cibo, come faceva da anni. Vari i feriti fra cui il capo di polizia, il reale bersaglio dell’attacco.

Ho detto che l’attacco è stato impensabile, perché? Be’, sparatorie e attentati ai politici non sono per nulla sorprendenti in Messico…ma sono cose della “provincia”. Sinaloa, Nuevo Leon, Chihuahua sono posti che ti aspetti di sentire quando arriva la notizia di “cartello mafioso attacca elementi della polizia in pieno centro e al mattino”.

Già, e qui c’è l’altra sorpresa. L’attacco è avvenuto a Lomas de Chapultepec, una delle zone più bonitas e “sicure” (così sembrava) della città. Villette monofamiliari con personale di sicurezza, palazzi di lusso, gente che fa jogging con le cuffie. L’altro Messico, quello bianco e privilegiato. Proprio qui, sotto il naso della gente che si sente al sicuro e si preoccupa solo di un eventuale rapimento a fine di estorsione, il cartello ha sparato migliaia di proiettili, una grandinata che ha stroncato la vita a tre persone e provocato sette feriti.

Ora è uscito il narcocorrido che descrive l’evento. Il narcocorrido è un genere musicale derivato (chiaramente) dal Corrido, sorto durante la Rivoluzione messicana e che narrava battaglie, movimenti, vittorie e vendette dei partecipanti. Quindi, aveva funzione informativa! Finita la guerra, altri temi cominciarono ad essere quelli sentimentali, includendo il finale cruento di alcune relazioni o la donna che se ne va vittoriosa (Camelia la texana). Il narcocorrido, ramificazione “criminale”, racconta le avventure dei mafiosi, ingentilendoli o giustificandoli, a volte trasformandoli in eroi degni appunto di essere cantati. Vi lascio il video completo del narcocorrido:

https://youtu.be/uoYueLCnaNM

(Foto da internet)

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