Vestire alla messicana: jorongo e guayabera

Non mi interessa la moda, mi sono sempre vestito casual, che è una maniera di aggiungere un po’ di dignità al fatto che vestivo in maniera sciatta (fodonga o fondonga). Arrivato in Messico e cominciando a lavorare come professore le cose sono cambiate perché ho dovuto mettermi dei vestiti più…professionali. Quindi, avanti tutta con camicia, pantaloni, cravatta e giacche formali. Ricordo che il primo giorno vestito così pensavo di andare ad una comunione, o quella era la sensazione. Ora, grazie anche al cambiamento dei datori di lavoro, mi sono adeguato ad uno stile intermedio, con pantaloni e scarpe “serie” e una polo. Ho decine di polo. Vivo di polo. Porco polo.Nonostante la mia riluttanza verso il vestire (e la decenza) in Messico ho scoperto due splendide eccezioni, dei capi che veramente mi piacciono, e per mia fortuna sono climaticamente opposti. Il jorongo e la guayabera. Eccezionalmente, farò io stesso da modello!

Il jorongo attuale, quello più commerciale e più facile da trovare vestito dalla gente è una…felpa di lana tessuta spessa. Ha una tasca orizzontale aperta sulla pancia, dove si possono infilare le mani e ha un cappuccio (gorra). Sembra leggera ma è molto ben isolata termicamente, è fantastica in autunno e inverno. Guardate me, non i cani. Sì lo so, sono bellissimi. Sono miei.

Era usata dai contadini per proteggersi dal freddo.

Facciamo una piccola differenza fra sarape, poncho e jorongo. Il sarape è una copertona di lana con cui ci si può coprire. Il poncho (che è conosciuto anche in Italia) e il jorongo hanno un buco al centro dove si infila la testa. Da qui il detto “Cualquier sarape es jorongo si se le abre bocamanga”. Da qui una probabile origine della parola: gorra+ongo. Ongo è il dispregiativo messicano, come fodongo. In realtà se uno compra un jorongo oggi avrà la forma di una felpa (come vi ho detto), ha perso la somiglianza con il poncho. È tipico e originario del Messico ma anche parente di vestiti simili della regione andina.

Passiamo alla versione hot, la guayabera. È una camicia da uomo fighissima, leggera e fresca, ha il colletto e delle decorazioni geometriche in senso verticale. È bellissima. Sì, avete notato che mi piace? 

È elegante e allo stesso tempo comodissima. È tipica di tutta l’area ispanofona…includendo le filippine, che per chi non lo sapesse, sono state colonia spagnola. Ho letto che si conosce anche come camicia cubana o camicia da matrimonio, ma anche questo capo di abbigliamento ha origine agricola, per lavorare comodamente durante la stagione calda. È di lino, seta o cotone. Parlando dell’origine…ci sono varie teorie, questo significa che non si sa proprio nulla. Vi dico le varie teorie così vi fare una risata.

– prodotta nella zona del fiume Yayabo, in origine forse era chiamata Yayabera.

– il taschino serviva per portarsi al lavoro una guayaba, da questo il nome (sembra patetico ma per me è l’ipotesi più probabile)

– la Repubblica Dominicana era specializzata nella coltivazione di guayabas, e lì potrebbe essere nata

– è di origine filippina, lo usavano i nativi prima dell’invasione spagnola (nessuna prova per poterlo confermare)

Come vi ho detto, un desmadre. Non importa come è nata, è fantastica.

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“Pues…” Come negano i messicani senza dire NO

Ai messicani risulta abbastanza difficile dire di no. Ho sentito questo anche di altre culture (non so se era la cinese o la giapponese) ma è comunque divertente vivere in un ambiente del genere. Quando si fa una domanda, bisogna interpretare un po’ e cercare di capire se l’incertezza che si riceve come risposta debba essere convertita in un NO, detto in maniera gentile. Le uniche negazioni dure, secche e quasi dette con gusto, provengono esattamente dalle persone che dovrebbero evitarle, quelle che lavorano al servizio ai clienti, come commesse, impiegate del servizio pubblico, poliziotti. Comunque, dando fine alle lamentele, vi mostro alcuni dei possibili “no” gentili.

A ver, déjame checar

Super diplomatico, usato soprattutto in ambiente lavorativo. La persona non controllerà e in conseguenza non farà nulla.

Lo reviso y te aviso

Leggera modifica, stesso risultato. Non ci saranno controlli, molto meno vi avviserà.

Si, ahorita

Ah, il magico ahorita. Questo tempo futuro impreciso, rende quasi impossibile la realizzazione della richiesta. Frustrante quando te lo dicono in un ufficio pubblico.

Poosssss yo creo que sí

No. Assolutamente no.

Yo te llamo cuando llego

Usato quando si vuole rifiutare un invito sociale, la persona non si presenterà.

Lo que le manejamos nosotros…

Frase del venditore di cibo per strada o in un ristorante. Se chiedete tacos di gamberetti in una taqueria normale, vi diranno “quello che noi vendiamo è…”, cioè non gamberetti.

Suena bien, luego lo vemos/Suena interesante

No, la tua idea non piace proprio.

Podría ser, a lo mejor

No.

Habría que checar el precio

È carissimo, no.

Ya veremos

Non vedremo proprio niente.

Ah sí, cuando quieras!

Quando proponete un’uscita sociale. Non rivedrete mai più quell’amico.

Jajaja

La più evasiva, si può incontrare nei messaggi, in chat, ma anche (più rara e pregevole) di persona, faccia a faccia. Una risata nervosa serve per evitare la negazione. Se avete la persona davanti, potete vedere la bocca ridere ma gli occhi morti. Bello!

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Nello stato di Jalisco…Chapala e Tlaquepaque

Come già annunciato nell’ultimo articolo, parleremo di due località dello stato di Jalisco. Il più bello è chiaramente il villaggio di Tequila ma quello lo abbiamo già descritto! (Notate il plurale maiestatis) 

CHAPALA

Chapala è un lago della zona ovest del Messico. L’area che la circonda si chiama Ribera de Chapala, riviera, e ha vari villaggi sulla costa. Il paesino si è specializzato nel turismo, autobus e macchine private portano i turisti in questa cittadini piena di ristoranti specializzati in pesce. 

C’è un “lungo mare” (lungo lago?) che permette una passeggiata vedendo gli uccelli acquatici e le barche che vanno e vengono in direzione delle isole. 

La più piccola e più vicina alla cittadina si chiama isola alacranes (scorpioni) l’altra si chiama Mezcala e ha una storia gloriosa. Dovete sapere che la/le guerra/e di Indipendenza messicana (1810-1821) sono un periodo desmadroso (casinista) della storia nazionale. Complice anche la geografia immensa e complessa del paese, nelle varie regioni le popolazioni si ribellarono in tempi e modalità differenti, e con diversa fortuna. Nel lago di Chapala, i villaggi circostanti la ribellione risultò vittoriosa contro l’esercito realista. Consapevoli che stava per arrivare un esercito di rinforzo che avrebbe cercato di stroncare la rivolta, scelsero di raggrupparsi nell’isola di Mezcala e la fortificarono, costruendoci anche case, una fabbrica di polvere da sparo, una chiesa, insomma un paesino dove poter anche vivere fra un attacco e l’altro. 


L’esercito realista in varie occasioni cercò di sconfiggerli, ma non ci riuscì, perché le canoe e le barche con cui attaccavano venivano distrutte prima di poter sbarcare. Dopo quattro anni di resistenza, dovettero capitolare ma con tutti gli onori e approfittando di un amnistia per tutti quelli che abbandonavano le armi. 

TLAQUEPAQUE

Questo coloratissimo paesino si trova solo a venti minuti dal centro di Guadalajara. Si può raggiungere con qualsiasi turibus, fanno il giro ogni venti minuti. Il paesino di visita camminando, è proprio stupendo. Il municipio ha deciso di svilupparsi in senso turistico e culturale, attirando artigiani e artisti che hanno potuto piantare le proprie botteghe e galleria d’arte lungo la via principale della città e le strade laterali alla stessa. 

Ci sono vari negozi di artigianato e di dolci tipici, e le chiese (quasi ignorate dai turisti) sono pulite e imbiancate di fresco, non per nulla è un pueblo magico, un’iniziativa come quella nostrana dei Borghi d’Italia. 

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Guadalajara, la perla dell’Occidente

Guadalajara è una città che ho sentito nominare molto spesso da quando vivo in Messico. È super importante per questa nazione e stranamente è completamente sconosciuta al resto del mondo. Le uniche volte che ne avevo sentito parlare prima di arrivare qui è stato nel telefilm Two and a half men (Due uomini e mezzo) dove il protagonista più stupido diceva varie volte che ha studiato medicina all’Università di Guadalajara, in Messico. E non lo diceva come un complimento, era per dire che ha studiato in un posto di pessima qualità. Comunque, da quando mi hanno messo la pulce all’orecchio e sentivo parlare di questa città dal nome lunghissimo, mi è partita la curiosità di conoscerla che con il tempo è aumentata. Un mese fa finalmente ci siamo andati, approfittando di settimana santa.
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È una città bellissima. Il centro città è tenuto molto bene, pulito, sicuro e visitabile tranquillamente a piedi. Il simbolo della città e il suo vero cuore è (come prevedibile) la cattedrale. Quest’ultima ha una forma molto strana, infatti l’edificio centrale è affiancato da due torri molto alte, dandole una struttura quasi a M.

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In un certo senso, è quasi il logo della città perché anche le farmacie della catena “Farmacia Guadalajara” lo schematizzano. Altra stranezza: di solito la cattedrale dà su una piazza su cui c’è anche l’edificio di governo, no? Be’, la cattedrale tapatia ha una piazza per ogni lato, creando una croce Latina di piazze. Perciò, una cattedrale al centro di quattro piazze, ognuna circondata da edifici di governo, monumenti o musei.

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Per un certo periodo, si è pensato di innalzare Guadalajara a capitale della repubblica. Ve lo immaginate!! Effettivamente la città ha la capienza per poter ospitare mega eventi e summit internazionali, e le infrastrutture vengono usate con frequenza per gli eventi internazionali sportivi e culturali, come la fiera del libro.

Un abitante della città di Guadalajara, e per estensione un abitante dello stato di Jalisco, viene chiamato Tapatio. Questo termina deriva, come sempre, da una parola nahuatl, tapatiotl, che significa “tre pezzi” e indicava tre mucchietti di dieci semi di cacao ognuno, la moneta dell’epoca. Come dire che se in Giappone ci fosse un’estinzione di massa, poi i sopravvissuti si chiamerebbero Yen.

Famosissimo è il teatro Degollado, in stile neoclassico, enorme e che ti fa sentire di fronte ad un templo greco. Non l’abbiamo visitato all’interno quindi vi consiglio di andarci voi e poi dirmi cosa ne pensate!

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Un monumento centrale (geograficamente e metaforicamente) è la Rotonda degli uomini illustri, dove si mostrano i cittadini più importanti della storia della città. Sinceramente, da italiani non riconoscerete nessuno. L’unico “famoso” è il muralista Orozco, artista che giustamente potrete apprezzare nel Palazzo Nazionale (con un ENORME mural su Hidalgo) e all’Hospicio Cabañas.

Quest’ultimo era in origine un orfanotrofio, poi è passato per vari usi fino a giungere ad essere museo di arte moderna. Un altro museo simpatico è il Museo regional, dove vedrete lo scheletro intero di un mammut. Poi potete uscire tranquillamente perché il resto dell’esposizione fa cagare. I pezzi, i reperti e i quadri sono esposti in un disordine voluto (può realmente esistere una cosa del genere?) e l’idea che ti resta è quella di vedere la collezione privata del mona del villaggio. Però ha un mammut, ed è un gran bel però.
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Se uscite un po’ dal centro potrete ammirare altri due punti forti della città; camminando per quindici minuti, arriverete infatti all’università di Guadalajara ma soprattutto al Templo Expiatorio, una chiesa moderna (è della fine del ‘900) ma in stile neogotico, meravigliosa.

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Vi consiglio, quando la visitate, di conoscere Guadalajara anche con lo stomaco. La città infatti offre alcune specialità introvabili nel resto della repubblica. Partiamo dalla bibita chiamata tejuino. È una bevanda leggermente alcolica data dalla fermentazione del mais a cui si aggiunge piloncillo limone e sale. Se la bevete con ghiaccio è molto rinfrescante e buonissima. Altro piatto tipico è la torta ahogada, di cui ho già parlato in precedenza. Pure i pozole hanno delle varietà uniche in questa zona, come il pozole in stile Jalisco (PORCA TROIA CHE FANTASIA CON I NOMI) e il pozole verde. Un’ultima curiosità culinaria è la Jericalla. È una specie di panna cotta.

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Si dice che le suore che lavoravano nell’orfanotrofio cittadino (il già citato Hospicio Cabañas) preparassero regolarmente una cremina per i bambini. Un giorno una suora si dimenticò le creme nel forno e queste si bruciacchiarono in superficie. Stranamente, il risultato era buono lo stesso, anzi il gusto era migliorato, quindi cominciarono a bruciarle intenzionalmente da quel momento. Il nome del dolce deriva da quello del paesino originario della suora idiota che ha bruciato un’intera vassoiata di creme. Invece di pigliarla a sberle si è beccata la gloria. Fortunella.

 

Dalla città partono dei bus turistici che portano in altre località del bellissimo stato di Jalisco, come il famoso paesino di Tequila e altri villaggi, ma questo sarà tema di un altro articolo!

Ah ragazzi, sto dando più impulso possibile anche alla parte grafica del progetto Messicando, cioè il profilo Instagram collegato. Ora sto pubblicando una foto al giorno, se volete iscrivervi lo trovate con lo stesso nome, messicando, o per il mio nickname, Denis de Mirabea, spero che vi piaceranno gli scorci e gli scatti quotidiani di questo strano ma meraviglioso paese.

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Cacahuates japoneses, cioè arachidi…messicane

In questa occasione svilupperemo insieme un tema simpatico e buonissimo. Le arachidi, noccioline americane, o come le chiamiamo nella mia regione, i bagigi. Come decine di altre piante ormai diffuse e apprezzate in tutto il mondo, anche questa specie è originaria del continente americano, precisamente del sud della Bolivia. Non so voi ma io amo i bagigi. A tal proposito propongo come colonna di questo articolo una canzone del fantastico gruppo Los Massadores, che cade proprio a pennello. 

https://g.co/kgs/dJZWkm

Propongo qualche verso poetico:

Ma quando il sole scende in campagna,

ed è pieno come un uovo 

 Jijo chiede alla sua compagna 

Tira fuori due bagigi ho visto il sacchetto nuovo

Se non li conoscevate, prego, non c’è di che.

Le arachidi in Messico sono chiamate cacahuates, parola che deriva dal nahuatl tlalcacahuatl, che significa “cacao di terra”. In spagnolo di Spagna si chiamano maní ma questa parola non si utilizza mai in questo paese.

C’è una preparazione speciale delle arachidi, uno stile tutto messicano che si chiama cacahuate japones (giapponese). E voi direte “ma che ca**o si sono bevuti?”. Invece no, c’è un motivo per questa strana nomenclatura. I cacahuates giapponesi nascono nel messicanissimo quartiere centrale della Merced, mega mercato all’ingrosso conosciutissimo da tutti gli abitanti della capitale. 

L’inventore delle arachidi giapponesi era a tutti gli effetti un uomo del sol levante, ma messicano per naturalizzazione: Yoshigei Nakatani. Nel 1932 questo signore sbarcò in Messico per lavorare per un’impresa giapponese di bottoni. Quando l’impresa fallì, allo scoppiare della seconda guerra mondiale, si vide costretto a reinventarsi per mantenere la moglie messicana (Emma Ávila Espinoza) e i loro sei figli. Nel suo villaggio natale, Sumotoshi, aveva lavorato per cinque anni in una fabbrica dolciaria che preparava e vendeva semi ricoperti da varie sostanze dolci. Questa frittura per i semi si chiamava Oranga, poi conosciuta in Messico come muegano, un dolce che sinceramente non mi piace molto. Nel 1951 inventò in Messico una nuova maniera di preparare le noccioline, sommergendole in una pastella salata. Così, vengono ricoperte da questa sostanza saporita. È proprio in quel periodo che nasce il nome di cacahuate japones, perché il signor Nakatani andava bancarella per bancarella a vendere le sue noccioline, e con il passare del tempo la gente cominciò a dire che voleva le noccioline “del giapponese”. Come dire che io comincio a preparare gelati e la gente finisce per cercare i gelati “del mona”. Negli anni 70 dà origine all’impresa Nipon, chiaro riferimento al propio paese di origine. Tristemente il processo non venne patentino quindi altri colossi dei salatini si buttarono in questo mercato poderoso. Ricordiamo che i messicani vanno matti per le botanas, che non sono prostitute, sono gli stuzzichini da mangiare prima del pranzo, porcheria insomma. Quindi ricordate, se li volete comprare, gli originali sono della marca Nipon, no Sabritas, no Barcel. 

Nota curiosa: le arachidi giapponesi sono famose e appezzate anche in Giappone. Solo che là sono conosciute come noccioline messicane. BUM!

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Mario l’autista, ovvero il microbusero gentile

Due settimane fa sono andato a scuola camminando quindi al ritorno pensavo di poter tornare a casa in bus. Per chi fosse capitato per la prima volta in questo blog (bienvenido amigo!) devo dire una cosa: i bus di questa città sono chiamato pesero o microbus e sono una pazzia istituzionalizzata. L’autista è padrone e re del bus, tutto è molto informale e quasi sempre trasporta anche amici e la morosa, sembra di stare nel suo salotto ma si muove. È un microclima incredibile, fonte infinita di ispirazione. Ho perfino assistito a una battaglia. O due? Sono scenari da paranormale e mi hanno pure ispirato un racconto sul tema.


Be’, dicevo: avevo con me solo una banconota da 100 pesos (5 euro) e bisogna pagare direttamente all’autista. E per quanto vi sembri incredibile, questo è un problema. Tante volte se hai una banconota di 200 pesos neanche ti fanno salire perché non possono darti il resto. Con una di 100 storcono il naso. Allora chiedo al checador se ha soldi da cambiare ma non ne ha. Il checador è una persona che dice agli autisti quanto tempo c’è fra un bus e l’altro, così sanno se e quanto correre, vive della mancia che gli danno. Ok, il checador non ha resto però dice che parlerà con il microbusero. Arriva il bus e in effetti gli dice che non ho nessuna moneta piccola. Così do la banconota da 100 e lui mi dice “Fra un po’ ti do il resto”.

Merda. Quando fanno così non mi piace perché subito penso male. Tu li paghi e dopo 40 minuti, prima di scendere, devi ricordargli che ti deve dei soldi. A volte penso che lo facciamo con la speranza che la gente se ne dimentichi e quindi gli lasci un sacco di denaro (rispetto al prezzo del passaggio). Vabbè, non c’è alternativa. Quando già sto per arrivare, mi alzo e chiedo il mio resto. Lui cerca ma non ne ha. Così mi ridà i 100 pesos. Allora mi volto e chiedo ai passeggeri se qualcuno mi può cambiare i soldi. Teste che si girano dall’altra parte, gente che guarda in basso, altri che scuotono la testa. Una signora tira fuori il porta monete quindi mi avvicino a lei. Fa la faccia schifata e mi dà sei pesos dicendo “Tieni”. Gli dico che no, che cercavo di cambiare i soldi, non volevo elemosina, ma mi guarda con rabbia e mi dice “Toma y YA”. Va bene, stronza. Torno dal chofer e gli do i soldi. “Sono della signora?” Mi chiede. “Allora era meglio se non li prendevi”. Sono in un cul de sac etico, intrappolato fra una vecchia acida che mi ha dato soldi con disprezzo e un autista che li merita ma non li vuole accettare. Torno dall’acida e le dico “mil, mil, mil gracias” e glieli rimetto in mano. Dice: “Come, non li ha accettati?” Quasi gridando. “No signora, grazie ancora” e mi allontano per evitare ancora la sua elemosina forzata. Torno dall’autista per parlargli:

– Come ti chiami?

– Io?

– Sì

– Mario

– Hola Mario, grazie per il passaggio. Mi chiamo Denis, prendo sempre i bus in questa linea quindi appena ti becco mi puoi chiedere il doppio, va bene?

– Sì, ok! 

– Allora a presto.

Scendo e mi sento in colpa per pensare male e grato per la fiducia. Dopo tre giorni lascio i soldi al checador che si chiama Sergio, incaricandolo di darli a “Mario che va a Chamontoya, ruta 43”. Compie la missione e mi dice che Mario ringrazia. 

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Tequila, la produzione, il villaggio e il tour

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Riprendiamo il discorso interrotto la settimana scorsa! Dicevamo che la pianta dell’agave è quella che, una volta lavorata, ci dà mezcal e tequila. Ogni cinque chili di pigna di agave avremo un litro di liquore. È tantissimo, come rendimento! L’agave passa per una fase di riscaldamento con vapore. Nell’antichità questa fase avveniva in forni sotterranei. Il succo passa poi per varie raffinazioni, creando varianti di tequila. Esistono due categorie, 100% succo d’agave e tequila solamente, e cinque tipi: añejo, blanco, reposado, extra añejo e joven/oro. Sono classificazioni industriali, no chinguen. Per poter velocizzare la distillazione, i lavoratori alla fine della giornata nei campi saltavano dentro le vasche di fermentazione ed era il sudore ad aiutare il processo chimico. Potete vederlo in questa immagine del mural e in questa foto.

 

 

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Nel villaggio di Tequila ci sono varie distillerie, le più forti sono Jose Cuervo, Herradura e Sauza.

 

Queste famiglie sono da sempre nel villaggio. A metà dell’800 il villaggio fu attaccato da un gruppo di fuorilegge, sì, esattamente come si vede nei film di cowboy. Le famiglie del villaggio si prepararono e respinsero l’attacco dei cattivi (yeeeee). Guardate il monumento che commemora l’evento, le famiglie sono già presenti:

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Solo all’inizio degli anni 2000 si è pensato di potenziare il turismo della zona di produzione. La camera di commercio di Jalisco ha progettato un primo Tequila Tour e visto il successo lo hanno reso disponibile tutto l’anno, con delle differenti opzioni. Jose Cuervo e Herradura hanno un treno e si dividono le carrozze, mentre Sauza ha un servizio di bus. In ogni caso, i camerieri vi serviranno tequila dalle 10 del mattino fino alle 5. Farete una “balla fotonica”, come si dice nella mia regione. Il tour vi porterà a vedere le varie fasi della produzione, dal campo alla distilleria alla degustazione nel centro di vendita della casa madre.
Noi abbiamo fatto il tour Sauza perché era l’unico che faceva il giro di giovedì, e al buffet di cibo regionale c’erano i mariachi (il gruppo Estrella de Mexico di Jalisco), un corpo di ballo e un charro che ha fatto spettacolo con il lazo.

 

Il villaggio di Tequila è molto piccolo e “coloniale” come dire che sembra proprio messicano. Potete anche visitare il museo del tequila, anche se non ha tante cose interessanti. Il palazzo del municipio è un ex carcere e ogni cella ora è un ufficio. Potrei sprecare varie metafore e battute ma preferisco non farlo. Questo è il mural che potrete vedere all’interno.

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Quindi, il giro è bello e ve lo straconsiglio, ma è davvero importante comprarlo con grande anticipo, se volete visitare Jalisco e comprare tutto pochi giorni prima, non troverete proprio nulla. Nella piazza principale di Guadalajara ci sono delle guide turistiche di pessimo livello che vi offriranno dei giri in distillerie molto più piccole e/o scadenti e nessun tequila incluso. Il chiste del giro è ubriacarsi e mangiare bene, prendetevi il tempo necessario e organizzatevi bene.

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