San Cristobal de las Casas, hippy e tranquilla

Nel mio breve giro in Chiapas ho avuto l’occasione di visitarne la capitale culturale, San Cristobal de las Casas. Dico culturale perché la capitale politica dello Stato è Tuxtla Gutierrez.

La città di San Cristobal sembra immersa in una sfera di vetro con neve. È una città molto alta, come la capitale messicana, ed è circondata dall’altopiano chiapaneco, quindi ci arriverete sbucando dalla nebbia quasi onnipresente. È una città piccola (messicanamente parlando, permettetemi il neologismo) ed ha una griglia regolare, in cui le parti più importanti sono i quattro Andadores turisticos (viali). 

È una città molto tranquilla e mi dà l’idea che ci tornerei per farmi un periodo di riposo. Quasi tutte le sue chiese più belle e antiche sono per il momento inaccessibili per il terremoto che ha squassato il Chiapas l’anno scorso, 8.1 gradi Richter. Resta visibile l’esterno, che ti dà malinconia sapendo cosa ti stai perdendo. 

La città si è formata in maniera originale: gli spagnoli conquistadores hanno creato un insediamento divenuto poi il centro cittadino, mentre le varie comunità indigene hanno creato degli insediamenti attorno, anche per agevolare le attività commerciali ma non mescolandosi. L’espansione di questi micro villaggi hanno dato forma alla città attuale. Bueno, questo dicono nel museo di Santo Domingo. 

La vita notturna è molto vivace e la città assume la sua versione più animata proprio al calare delle tenebre. I venditori di streetfood (porca puttana come sono chic) offrono i classici messicani, come elotes, dolci tipici, frutta e verdura enchilada…ma con due extra che ho visto solo qui. Un prodotto si chiama marquesitas e sono delle crêpes arrotolate e schiacciate, leggermente più croccanti rispetto alle crêpes classiche e si possono mangiare con un po’ di tutto, Nutella, marmellata, cajeta…

L’altro cibo di strada, proprio strano, è il chayote. 


Questa verdura, dal sapore insulso, si usa normalmente per preparare delle zuppe o per cuocere il pollo, ed è un gusto che io associo alla malattia dato che quando hai infezione allo stomaco una delle poche cose che puoi assumere è proprio brodino. Be’, lì la vendono già lessa e cosparsa con un po’ di sale. Niente più. Güacala. 

Una cosa proprio sorprendente della città è il suo carattere hippy. I venditori ambulanti e gli artisti di strada sono a volte (molto, molto raro in Messico) stranieri, generalmente di pelle bianca e europei. Si ascolta parlare francese e tedesco, più altre lingue che non conosco. Così avrete la strana visione di un indigeno che vende artigianato e che parla nella sua lingua, a fianco di una coppia di francesi biondi che strimpellano la chitarra. Abbiamo visto vari turisti con lo zainone e un cane che li seguiva, quel tipo di turista europeo o statunitense che attraversa il continente a costo quasi zero vivendo come un indigente perché dà la priorità all’esperienza più che alla comodità (e possibilmente morendo di dengue o smembrato da cannibali in Brasile). Passando davanti a un ostello, abbiamo visto che era semplicemente una serie di materassi stesi per terra e delle amache, nulla più. Immagino che questo tipo di sistemazione sia pressoché gratuita, e agevoli la vita degli hippy che si sentono “esploratori”, malgrado il Chiapas sia una delle mete più banali e ovvie per tutti gli pseudo politologi o giramondo. 
Da questa città partono svariati tour a tema antropologico-turistico (i villaggi attorno), naturalistico (cañón del sumidero e cascate) e archeologico (Palenque) ma questo sarà tema di un altro articolo!

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Cafonaggine turistica chilanga

Ho viaggiato poco in “provincia”, cioè fuori dalla capitale. Per giustificarmi in parte, potrei dire che il Messico è talmente enorme che in realtà è quasi impossibile visitarlo per bene. Comunque, nei dialoghi con le persone di fuori, ho presto notato una sorta di riserbo nei confronti dei capitolini. Vengono considerati arroganti, egoisti, smargiassi e più in generale incivili e irrispettosi di tutto quello che non è Città del Messico. Chiaro, questo tipo di persona si vede specialmente nel turista, del modello “ho pagato e sono in un pinche luna park quindi faccio quello che voglio”, peccato che ti trovi in una città reale e non in un parco a tema. Questa sensazione di rigetto e ostilità verso gli abitanti della capitale è un fenomeno universale, qui come in Italia, in Francia, in Cina. Sono sicuro che gli abitanti dell’impero romano odiavano cordialmente i “Romani de Roma, veraci”. 

Questo cliché umano, il chilango in vacanza, ha preso carne e ossa durante l’ultimo viaggio. Quando abbiamo conosciuto LEI. Lei è una ragazza di città, più o meno trentacinquenne, che viaggia da sola. È ignorante e offensiva e non se ne rende conto. Mentre andiamo in furgone verso un villaggio, la ragazza chiede alla guida come si chiama quel che si vede dal finestrino. La guida dice che sono Los Altos de Chiapas. Ma lei insiste, perché vuole sapere il nome del monte preciso, che mentre chiedeva era già passato dietro di noi. Notate che è un altopiano quindi i monti si susseguono quasi tutti uguali. La guida dice “Guarda, il nome preciso del monte proprio non lo so, ma tutta la zona si chiama Los Altos” e lei, delusa e tagliente “O sea…monte y nada más?” “Sì”, dice la guida con i coglioni sfracellati.

Visitando la chiesa di San Juan Chamula, ascolta mezzo rimbambita la spiegazione della guida. Quest’ultimo, ex carcerato, quindi nessun oratore della Sorbona, usava un lessico piano e banale con frequenti errori grammaticali. Poi LEI fa una domanda e dimostra di non avere capito un cazzo. Mia moglie si infastidisce e le spiega di nuovo. Sì, della coppia il paziente sono io. Poi butto merda scrivendo articoli. La guida insiste sul fatto che non si possono fare foto e io quasi quasi ci spero sull’eventualità di vederla linciata. Ma no, stavolta prende sul serio l’avvenimento. All’uscita la guida racconta che il giorno festivo più grande è il 24 giugno, San Juan. Lei chiede come si svolge la festa. Ci raccontano che si chiamano artisti da tutta l’area e per tre giorni c’è musica, cibo e alcool a fiumi, ma sempre nel contesto religioso. E lei: “O sea, una fiesta común y corriente?” E la guida, chiaramente offeso ” Comune può essere ma corriente non credo proprio”.

Piccolo appunto: anche se la traduzione dell’espressione è comune e corrente, si perde una sfumatura importante. L’aggettivo corriente si usa in Messico con valore dispregiativo, per indicare un cafone, una cosa di scarsissimo valore, un povero, un naco. Quindi, è stata una sparata al cuore verso la guida locale. E lei nemmeno se n’è resa conto, perché ha usato l’unico linguaggio che conosce, la lingua snob parlata dai figli di papà della casta dominante di cui fa parte. Lo giuro, parlano un’altra lingua con un’altra intonazione. Se mi chiama uno studente per avere lezioni private, semplicemente dalla sua maniera di parlare posso calcolare quanto chiedergli. Stavo per dire spennare.

Continua la gita e ci avviciniamo al ritorno a San Cristobal de las Casas. Lei chiede, domanda lecita:

“Cosa mi consiglia di visitare?” 

“Ma guarda, camminando io ti consiglio di vedere tutto, ci sono chiese, mercati e negozi, scorci bellissimi…”

“Ok, ma…quali sono gli hot spots della città?”

Giuro. Ha detto proprio così. Incapace di trovare una parola adeguata nella propria stessa lingua.

“Eh, ti sto dicendo che se cammini visiterai tutto, fattela a piedi, ci sono un sacco di cose da vedere”

Silenzio. Non è contenta della risposta, ma cominciamo a sospettare che pure la guida stia cercando di essere evasivo perché gli sta sulle palle ‘sta ragazza.

“Ah, dov’è l’hotel di Frida?”

“…come??”

“Ma sì, quello famosissimo, l’hotel museo di Frida”

“Guarda, hotel museo non esiste proprio, o è un hotel o è un museo, esiste una chiesa museo, ma un hotel museo…forse intendi dire l’hotel PincoPallino”

“È l’hotel dove dormono tutti quelli che contano, una notte ci ha dormito Frida”

“Ah! Guarda, non ne ho idea, dove dormisse Frida Kahlo, ma l’hotel PincoPallino è quello più costoso quindi probabilmente è quello”

Il giorno dopo la becchiamo ancora ma ci teniamo a distanza perché ogni volta che apre bocca molesta. In compenso, conosciamo Lei2, altra chilanga idiota. Salendo sul punto panoramico del cañón del Sumidero, si può ammirare la vista da un chilometro di altezza. Tra noi e il precipizio, solo un muretto che arriva fino alla pancia. La pendeja sale sul muretto per farsi una selfie. Il fidanzato le dice che ha letto un articolo sulle morti per selfie, e lei “Me vale madres” e sorride per fare la foto migliore. 
Giuro che speravo di assistere ad un Darwim Award. Se non sapete cosa sia, cercatelo su Google e riderete amaramente. De nada.

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Un tempio pagano, San Juan Chamula

Avendo trovato una promozione ne abbiamo approfittato per fare un fine settimana lungo ed esplorare un altro stato messicano, il celebre Chiapas. Come se fosse necessario, ho riconfermato che non esiste un solo Messico, ma varie realtà, facendo della nazione un universo messicano.
Mi ha dato ispirazione per vari articoli ma mentre ho la memoria fresca partiamo con quello più intenso: San Juan.
Questa città si trova a mezz’ora dalla più famosa San Cristobal de Las Casas. È celebre perché ha una chiesa “strana”. Gli abitanti del villaggio si riconoscono perché vanno in giro vestiti con lana di pecora. Le donne hanno delle gonne di lana lunghe e nere mentre gli uomini possono avere un vestito di lana nera o bianca. Per avere la bianca devono aver fatto un servizio al villaggio o aver ricoperto un incarico. Il bianco è quindi un simbolo di rispetto guadagnato. Gli abitanti allevano le pecore però non le mangiano, le usano solo per la lana e quando muoiono di vecchiaia le seppelliscono nel campo. Non si possono fotografare gli abitanti perché la guida dice che considerano che gli rubi l’anima e possono diventare aggressivi se ti beccano a farlo. Una studentessa mi dice che non vogliono foto perche non desiderano diventare attrazioni turistiche. Google mi aiuta.


Ma andiamo alla parte più interessante, la chiesa e il rituale. Vista da fuori, l’edificio sembra una classica chiesa messicana, addirittura banale.

 
Ad eccezione di qualche segnale che dimostra che non è come tutte le altre. Nella parte alta della porta centrale ci sono scritte in spagnolo, inglese, francese e italiano che avvisano che è proibitissimo fare foto all’interno. La chiesa è aperta tutto il giorno e tutto l’anno, sempre. A lato dell’entrata ci sono sempre due tizi di guardia. La guida che vi accompagnerà (è praticamente impossibile che ci arriviate da soli) vi cercherà di intimidire ribadendo il divieto assoluto di scattare foto pena una multa di 300 euro e un possibile attacco da parte degli abitanti. Così, quando entrare siete già abbastanza spaventati, poi vedete questo:

Come potete notare, non è una chiesa normale. Il pavimento è ricoperto da aghi di pino verdi che vengono cambiati ogni cinque giorni per mantenerli freschi. Lungo tutto il bordo della navata ci sono 54 statue di santi dentro delle teche di legno con vetro. Nella parte centrale, al posto di Cristo c’è San Giovanni (San Juan) non a caso una figura pastorale come gli abitanti del villaggio.

La chiesa è pienissima di candele accese, questo perché la ritualità locale prevede un do ut des, do e ricevo, cioè per chiedere una grazia si deve sacrificare qualcosa. Lo so che può sembrarvi “normale” ma nel cristianesimo i sacrifici sono aboliti, l’ultimo sacrificio (quello fondante) fu quello di Cristo in croce. Perciò quando mio papà brucia l’olivo per propiziare la fine della tempesta di grandine, è un pagano e merita il rogo.
Dicevo? Ah sì, i sacrifici non si limitano alle candele. Proprio mentre eravamo lì è arrivata una curandera che ha tirato il collo a un pollo, salmodiando qualcosa. Ci sono tutti i santi principali includendo San Antonio e San Francesco e l’evergreen Lupita, la Virgen del Tepeyac. Ogni santo ha appeso al collo uno specchio: quando una persona vuole confessarsi, si avvicina fino a vedere il proprio riflesso, poi comincia a enunciare i peccati. Senza tanto impegno, si può interpretare come “noi stessi siamo gli unici giudici che necessitiamo”. Non accettano nessun Sacramento che non sia il battesimo, rituale realizzato da San Juan, e dicono (giustamente) che nella Bibbia non c’è prova di altri sacramenti, eliminando perfino la comunione. Periodicamente arriva un sacerdote cattolico (che si è guadagnato la fiducia del villaggio, chiaramente) a realizzare i battesimi necessari alla comunità.
In generale c’è un’aria strana, molto “rilassata”. I bambini corrono e giocano fra le persone che compiono i sacrifici e leggono con uno spagnolo stentato i nomi dei santi. Ah, dimenticavo di dirvi che la comunità parla un dialetto maya. Gli adulti ridono, scherzano e bevono bibite gassate (manzanita Mundet, por el chisme) entrando e uscendo dalla chiesa come se fosse un bar. Gli unici “rispettosi” sono i turisti, ma per la paura più che per un senso generale di sacralità. L’odore è strano perché è a metà fra l’aroma di pino e la puzza di bruciato, infatti una maniera di sacrificare è bruciare qualcosa, non ho potuto capire bene qual era l’oggetto che stava in fiamme. All’uscita la guida ci ha detto che dentro ci sono influenze buone e cattive, e che durante gli anni di lavoro come accompagnatore ha visto gente stare male, cominciare a piangere, buttarsi in ginocchio a pregare…puro choro (cazzate) ma fa parte dello spettacolo per mantenere nei turisti un senso di mistero. L’ultima nota è stata mostrare che, con il terremoto dell’anno scorso (8,1 gradi in Chiapas, settembre 2017) tutte le chiese hanno sofferto danni. Tutte tranne questa, intatta. Sarebbe stato fighissimo se non fosse che poco prima, proprio con lui, avevamo visitato una chiesa incolume. E nei giorni successivi ne abbiamo visitato altre. Cazzabubbole, deve migliorare il suo discorso di terrore.

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Doña Concha

I messicani amano il pane dolce, che mangiano di preferenza a colazione o a cena accompagnato da un caffè. La panaderia è un settore culinario che chiaramente hanno introdotto gli spagnoli in questo paese, quindi no, gli aztechi non mangiavano pan de muerto in ottobre e novembre. Fra tutti i formati di pan dulce, quello più importante e apprezzato credo sia la concha.

Concha in italiano si traduce con conchiglia, chiaramente questa parola si usa per descriverne l’aspetto, le striature di zucchero sembrano effettivamente le righe esterne delle conchiglie. È un pane estremamente soffice e, dato sorprendente, lo rimane per vari giorni! La variante più classica è quella bianca, allo zucchero, mentre al secondo posto troviamo quella marrone, al cioccolato (che non si sente, quindi suppongo sia talmente poco da non cambiarne il gusto).

Personalmente, mi piace ma non ne vado matto, riesco a mangiarla con gusto solo “pimpandola”, enchulandola, tagliandola a metà e riempiendola con Nutella, cajeta (crema di latte di capra, buonissima), miele, marmellata o burro d’arachidi. Come notate, la concia in sé non mi sembra un granché, ma i gusti sono gusti e ódienme más.

Malgrado il sapore dolce, viene usata come base in combinazioni abominevoli, come riempiendola di purè di fagioli o di chilaquiles, quel piatto messicano a base di totopos, salsa, formaggio, crema. Güacalerrima. 

Negli ultimi tempi è esplosa una moda di ibridare la concha con tutti gli altri pani dolci esistenti. Sono così nati dei frankenstein, come la manteconcha (con mantecada), la concha de muertos (pan de muerto), la rosconcha (ciambellone), la conchurro (churro), la doncha (ciambella). Bah, chilangos.


Piccolo appunto: in alcune zone del sud America concha significa vagina. Quindi, se un argentino vi grida “la concha de tu madre!!” non si complimenta con una potenziale madre panetteriere, è un più nostrano “va in figa de to mare”. 

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Banconote messicane

Da un po’ di tempo volevo scrivere un articolo sulle banconote ma l’attualità mi sta dicendo di sbrigarmi: la zecca messicana ha infatti iniziato il processo di cambio delle banconote attuali con altre…nuove di zecca. Perdonate il battutone, ora vado a cagare, dato che mi ci avete mandato.
Cominciamo quindi il viaggio fra i personaggi e i luoghi che la repubblica messicana ha scelto per le proprie banconote. I soldi messicani hanno infatti una faccia dedicata a una persona, e l’altra per un sito importante a livello nazionale e una frase per ogni gran personaggio oltre che dei simboli unici per ogni banconota.

Venti pesos


La moneta più umile, di colore azzurro, ci han messo il boss, il “benemerito delle Americhe”, il Benny Juarez. Per i pochi di voi che ancora non lo sapessero, Benito Mussolini ha ricevuto questo nome perché i suoi genitori ammiravano questo presidente messicano. Presidente quasi eterno, per fortuna la morte evitò di vederlo trasformare in un Porfirio Diaz. Il suo faccino copre la banconota da venti, utilissima per comprare tamales e indispensabile per muoversi in bus. Ci sono anche presenti una bilancia che rappresenta le leggi di Riforma e la famosa frase “Que el pueblo y el gobierno respeten los derechos de todos. Entre los individuos, como entre las naciones, el respeto al derecho ajeno es la paz.”

Dall’altro lato, la zona archeologica di Monte Alban e la maschera di un dio zapoteca. Monte Alban si trova in Oaxaca, regione dove nacque Benito Juarez, che era di etnia zapoteca.

Cinquanta pesos


Morelos è il protagonista di questa seconda banconota di color rosa. Sacerdote poliedrico, fu personaggio fondamentale dell’indipendenza messicana e uno stratega militare incredibile. Una leggenda (messicana) narra che Napoleone avrebbe dichiarato “Datemi cinque Morelos e vi conquisterò il mondo”. Cazzate, appunto, ma è significativo che questa fuffa sia nata. Dall’altra parte c’è l’acquedotto di Morelia, in Michoacan, città dove Morelos nacque e che da lui prese il nome, prima infatti si chiamava Valladolid. Ci sono tre farfalle monarca con una parte trasparente e il simbolo preispanico di Mechuaca, da cui Michoacan.

Cento pesos


Terza banconota e primo protagonista precolombiano, l’imperatore Nezahualcoyotl. Poeta, governante, ingegnere, nel tempo libero faceva anche una carbonara da paura. A sinistra noterete una pannocchia, al centro una scena di vita preispanica e in alto una poesia dell’imperatore. All’altro lato, l’antica Tenochtitlan con l’acquedotto e del Templo Mayor e altri simboli.

Duecento pesos


Prima donna delle banconote! Sor Juana Ines de la Cruz, a dimostrazione che i religiosi (e più in generale i mangiaparticole) hanno (avuto??) un ruolo importante nella cultura e la politica del paese. Sor Juana è riconosciuta come genio letterario, poetessa incredibile che soffrì le limitazioni e le censure dovute al suo stato monastico. Famosissima la sua frase “Non leggo per essere più intelligente ma per ignorare di meno”. Sull’altra faccia, la Hacienda di Panoaya, dove Sor Juana visse durante la propria infanzia (dai 3 agli 8 anni) e dove imparò di nascosto a leggere e a scrivere.

Cinquecento pesos


Andiamo ai pezzi grandi! Questa moneta è quasi inutilizzabile. Si può cambiare solo se comprate più di 350 pesos di merce o se il negoziante vi conosce bene, perché appena vi voltate parlerà male della vostra mammina. I personaggi sono l’apice della pittura messicana in voga in questo momento, Diego – Rospo – Rivera e la schiena di Frida Kahlo. Il quadro riprodotto è “Desnudo con alcatraces”. Dall’altro lato, la Fridona nazionale col suo quadro “El abrazo de amor del universo, la tierra, yo, Diego y el señor Xolotl”.

Alcune banconote da 500 pesos sono differenti e mostrano il generale Ignacio Zaragoza, a commemorazione della battaglia di Puebla in cui l’esercito messicano rallentò di poco l’invasione francese. È considerata battaglia importante a livello storico perché è una delle poche dell’epoca in cui un esercito europeo risulta perdente. All’altro lato, chiaramente la cattedrale di Puebla.

Mille pesos


Pezzo quasi leggendario e completamente inutile è la banconota da 1000 con il “padre della patria” Miguel Hidalgo, che condivide con Morelos l’ordine sacerdotale e la pochezza in cui si impegnò in questa mansione e scelta di vita. A suo fianco la campana che ha suonato per dare inizio alla guerra di indipendenza. Secondo la biografia che ho potuto leggere su di lui, Hidalgo divenne un sacerdote pio e ammirevole solo durante i suoi ultimi giorni di vita e affrontò la morte con gloria, Fede e amore verso il prossimo. Questa volta non sono sarcastico. 

All’altro lato potete vedere la bellissima università di Guanajuato. Cosa lega il prete con la città? Hidalgo ordinò l’attacco all’alhondiga de granaderos, autentica Bastiglia messicana ed edificio che ancora oggi decora il centro della città. Anche per questo, la sua testa fu appesa ad un angolo dell’edificio stesso dopo che lo giustiziarono. 
Ogni banconota ha delle frasi forti: per leggerle tutte, cliccate qui https://www.debate.com.mx/prevenir/Las-valiosas-frases-en-los-billetes-que-nunca-has-leido-20170913-0062.html

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Tlatelolco 2 ottobre 1968

Per il Messico attuale l’anno 1968 è una data luttuosa. Il 68 è per tutto il mondo un anno particolare, di lotta, di manifestazioni e di richieste di cambiamento. Quell’anno il Messico doveva ospitare i giochi olimpici, quindi era sotto i riflettori del mondo e il Pentagono aveva inviato in Messico degli istruttori per preparare la polizia con tecniche antisommossa. 
Il Movimento studentesco di Città del Messico stava montando come una marea in furia, chiedendo maggiori libertà e la caduta del partito al governo, il PRI, accusato di dispotismo miope e violento. Per nove settimane il movimento si manifestò in varie parti della città. L’esercito aveva occupato l’Unam, l’Università più importante dell’America Latina, università autonoma non solo nel nome: avevano e hanno il proprio sistema di trasporto, la propria polizia, il proprio ospedale, quindi l’occupazione era un vero abuso del governo. 

Fra agosto e settembre la tensione continuò ad aumentare e la vicinanza dell’inizio dei Giochi (dal 12 ottobre al 27 ottobre 1968) stava per creare una miscela esplosiva che convinse il governo ad usare una soluzione drastica, che si realizzò nella Piazza delle tre culture di Tlatelolco, nel nord della città.

Tlatelolco aveva già un passato di sangue e tragedia. Proprio qui, il 13 agosto 1521, ci fu il massacro che praticamente concluse la parte di incertezza della guerra di conquista spagnola. I Conquistadores con i propri alleati eliminarono la resistenza azteca e diedero inizio al periodo coloniale che formò il Messico attuale. 
Tornando all’attualità, il 2 ottobre del 1968 le manifestazioni percorsero tutta la città e finirono nella piazza di Tlatelolco dove vari studenti e cittadini si accamparono. L’esercito chiuse la piazza e con armi automatiche e la presenza dei carri armati cominciò a massacrare tutti i presenti, inclusi i passanti. La piazza si trasformò in un lago di sangue. Come potete ben immaginare, il governo indorò la pillola e parlò di 30-40 morti, ma le stime indicano più di trecento caduti. 
Nella storia nazionale, il governo varie volte si è macchiato di violenze imperdonabili e impossibili da nascondere, l’ultima celebre è stata la sparizione di 43 studenti di Ayotzinapa per mano dell’esercito. Sembra che nonostante il mutare dei governi e l’onnipresenza della tecnologia, ancora chi è al potere si senta abbastanza sicuro di poter compiere una strage di connazionali rimanendo nell’impunità.

La famiglia da parte materna di mia moglie viveva non lontano da lì. La sera, i quattro fratelli (tutti nella scuola superiore o nell’università, includendo mia suocera) volevano andare alla piazza di Tlatelolco per “fare numero” e dimostrare la propria partecipazione alle proteste. La madre li ha bloccati, dicendo che aveva una brutta sensazione e che gli proibiva di uscire. Per fortuna che, 68 a parte, i figli avevano ancora rispetto dell’opinione materna e riuscirono a salvarsi. 

Fra i protagonisti di quella strage, l’Italia aveva una testimone illustre, Oriana Fallaci. Messicani, so che la maggior parte di voi non la conosce, ma la Fallaci era una giornalista e scrittrice che ha fatto storia, dura e schietta, molte volte in prima fila a difendere le proprie idee, di cui alcune si sono rivelate vere e proprie profezie. Normalmente i giornalisti sono degli osservatori. Perché ho usato le parole testimone e protagonista? Perché in quella piazza Oriana Fallaci era in un piano alto di un edificio e un elicottero ha cominciato a spararle. Quando l’hanno trovata, i soccorsi l’hanno giudicata morta e solo all’obitorio (morgue) un sacerdote ha riconosciuto che ancora non lo era. Ecco una video intervista:

Lascio quindi, per finire, la sua testimonianza completa a agghiacciante. Il testo è lungo ma molto preciso:

http://www.oriana-fallaci.com/numero-42-1968/articolo.html

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Napoli, la città più chilanga d’Italia

Nella mia ultima visita in Italia, ho avuto modo di visitare una città bellissima, Napoli. Non la conoscevo ed era una mancanza che mi pesava perché è una delle città che più causano curiosità fra gli studenti, ed ero stufo di dire “credo che…ma non la conosco”. 

Riconfermo, Napoli è proprio bella, una città che ci ha lasciato un buon sapore in bocca. Visitandola però ho notato qualcosa di strano: in molti casi, avevo un qualche déjà-vu del Messico, e della capitale in particolare. Alla fine, ho capito il perché, ci sono effettivamente molti punti in comune fra la città partenopea e quella chilanga. Per chi avesse appena scoperto questo blog (benvenuto, per qui si va per la perduta gente) chilango è un aggettivo che in Messico indica una persona proveniente dalla capitale, Città del Messico. Con questa definizione, Napoli si merita il premio di città più chilanga d’Italia. Eccone alcune ragioni.

Vulcano: Napoli ha per sfondo uno splendido vulcano, terribilmente famoso per aver causato la fine di Pompei ed Ercolano. 

Pure Città del Messico ha il suo mostro sacro, il Popocatepetl, ma ancora non ha potuto seppellire città in epoca storica (ternurita, denle tiempo).

Scaramanzia: i napoletani sono generalmente scaramantici, credono nella fortuna e nella jella, non per nulla la lotteria è nata proprio a Napoli e i giochi d’azzardo sono super gettonati, ci sono ricevitorie Snai ovunque. Pure i messicani credono en la suerte y la mala suerte e hanno una serie di rituali pseudo-religiosi per attirare l’una e allontanare l’altra, insomma il piano materiale e quello della religione classica non sono sufficienti all’universo mentale del messicano o il napoletano medio. Il talismano delle corna troverebbe benissimo posto in un microbus chilango. 

Archeologia fondante: entrambe le realtà cittadine hanno alle proprie spalle un punto di origine ben visibile e “visitabile”. L’archeologia ha regalato alle due città un’anima in pietra. Sicuramente avrete capito che sto parlando di Pompei e Teotihuacan. 


Posizionate a meno di un’ora dal centro cittadino, ne narrano le influenze e le origini, e sono splendidamente conservate. Chiaro, Pompei non è Napoli e Teotihuacan non era Tenochtitlan, ma sono delle cugine che rendono ancor più famose le metropoli e ne influenzano la storia attuale. 
Mafia e microcriminalità: c’è poco da scherzare e da nascondere. Le due città sono flagellate dalla micro e macrocriminalita, anche quando la violenza non è visibile. Lo dicono le indagini poliziesche e i fatti di cronaca. Questo causa un’aura nera che ha copertura mondiale. Provate a dire che andrete a Napoli o a Città del Messico. Otterrete la stessa frase “Sta’ attento”. Così, uno arriva già terrorizzato per poi scoprire che non gli succede nulla. La presenza di malavita non deve far immaginare scene da far west, in realtà la maggior parte delle attività illecite avvengono in silenzio e nell’ombra, e diventano visibili e quasi “pornografiche” solo al momento di voler lasciare un messaggio alla polizia o l’opinione pubblica.

Polizia e esercito: come conseguenza del punto precedente, c’è una presenza costante delle forze dell’ordine e un’anomala visibilità dell’esercito. La prima volta che ho visto passare qui nella capitale un furgone dell’esercito con le mitragliette a livello delle macchine, mi ha fatto impressione. Lo stesso fanno i mezzi dell’esercito lungo Spaccanapoli. Da una parte rassicurano, dall’altra fanno pensare che se sono sempre lì, un motivo ci sarà.

I cliché: i messicani/napoletani sono pigri. Cliché, appunto.

Cibo: Il Messico e Napoli rappresentano delle glorie della cucina mondiale. In entrambe le realtà il cibo è onnipresente, buonissimo ed economico. Anche il cibo di strada, per quanto umile sia, vi farà impazzire. Pizze come quesadillas, tamales come babà, ingrasserete, ve lo prometto. 

Simbolismo culinario-nazionale: tutte le capitali del mondo hanno almeno un ristorante messicano e uno italiano, che servono tacos e pizza. Le due città sono culle di questi cibi, elevati a metafore commestibili delle relative nazioni. La storia del taco è un po’ complicata perché i tacos precolombiani erano con ripieni che oggi si considerano “rari” mentre i tacos comuni sono tutti con elementi forniti dagli spagnoli al loro arrivo. Perdonate Cortez, senza di lui non avremmo taquiza. 

Peperoncino: simbolicamente è un vegetale potentissimo. Rosso, a Napoli rappresenta un talismano, un porta fortuna. In Messico, è l’ingrediente onnipresente, e la prima cosa che vi creerà dipendenza se vi trasferite nel paese. 

Ceramica: Napoli ha Capodimonte e Città del Messico ha la talavera poblana. La relazione non è assolutamente casuale: come ho letto nel museo Amparo di Puebla, la talavera moderna è frutto di influssi mondiali, preispanici, cinesi e…napoletani. 

La gente: molte volte si dice di un popolo “sono riservati ma appena guadagni la loro fiducia ti aprono la porta di casa”. In Messico e a Napoli questa regola non vale un CAZZO. Messicani e napoletani sono gentili a priori e senza conoscerti. L’amabilità e la simpatia sono caratteristiche generali, rendendo più luminosa la terra che abitano e rubano il cuore del turista. 

Il valore relativo del codice della strada: attraversare la strada e passeggiare distratti può essere fatale ovunque ma a Napoli e Città del Messico in particolare. Il codice della strada e i semafori sono qualcosa di leggendario e puramente folcloristico, non tanto una regola. Motorini saettano senza casco e con un carico (umano o materiale) che sfida le leggi della gravità (e del codice penale). Questa volta sì, non sono cliché, state attenti.

L’influenza (dominio) della Spagna: Napoli è stata dominata dalla spagna dal 1559 al 1713. Il Messico dal 1525 al 1821. Cioè, per duecento anni Napoli e il Messico sono appetente allo stesso impero. La facilità di contaminazione culturale, commerciale e linguistica è comprensibile, e in vari siti si trovano liste di parole del napoletano arrivate direttamente dallo spagnolo.
Insomma, come potete notare il déjà-vu era più che giustificato!

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