La ley del pueblo

Vivo in un pueblo bien chingon che si chiama San Bartolo Ameyalco. Avrete notato che, come molti altri villaggi messicani, ha un doppio nome. Il villaggio precolombiano, Ameyalco, è stato ribattezzato col nome di un santo dai conquistadores, ma senza eliminare il precedente. È un villaggio sulle colline, che mantiene ancora intatto il suo nucleo originale, le stradine strette e in salita. Non è “bello”, ma è caratteristico. È il Messico reale. Ci sono i festoni che attraversano la strada e sventolano mezzo sbrindellati, le moto che salgono e scendono con casse di birre tenute ben in equilibrio in mezzo alle gambe (Ubereat spostati proprio). Gente che spara cohetes un giorno sì e l’altro anche, mute di cani randagi ma innocui che scorrazzano elemosinando cibo. Il signore del pulque che tutte le domeniche arriva con una tanica e ti vende il pulque a bicchieroni da 10 pesos o un litro per 20. Macellai che allontanano le mosche dalla carne cruda con una mano annoiata e venditori che ti regalano un po’ di tutto, da un pezzo di frutta a un piccolo taco, per convincerti a fermarti e mangiare da loro. Insomma, il Messico REALE, non Coyoacan. 

La gente è semplice e mantiene uno stile di vita rustico, ho avuto la fortuna di conoscere abbastanza bene una famiglia di questo pueblo. 

Tra gli abitanti originari ci sono degli “infiltrati” perché in questa zona collinare si sono costruite molte ville, si riconoscono perché i cancelli e le entrate sono altissime e sembrano delle caserme, per impedire la vista alla ricchezza che contengono. Sono delle cisti nel tessuto urbano del paesino.

Il nome Ameyalco deriva dall’unione di due parole e si può tradurre come sorgente del bosco. Questa sorgente è stata oggetto dei desideri più rapaci, tanto che quattro anni fa ha causato una vera e propria battaglia con machete. Il villaggio ha perso.

Mi sento sicuro vivendo qui. Gli unici “problemi” che possono diventare frequenti sono gli schiamazzi notturni degli ubriachi, ma non mi sembra una cosa pericolosa. Solo una volta, tre anni fa, tornando a casa abbiamo trovato una pancarta (uno striscione) proprio di fronte casa nostra. Diceva che una persona era stata derubata dal tassista proprio in quel punto, e alla prossima ci sarebbe stata una giustizia sommaria. Un linciaggio. La sicurezza pubblica sembra essere in mano agli stessi abitanti. Effettivamente, ora che mi ci fate pensare, non ho MAI visto poliziotti in piazza, né la domenica né alle feste più grandi. Certo, con l’enorme eccezione di quando la polizia ha attaccato gli abitanti che stavano difendendo la propria sorgente. 

A quanto pare, la polizia non ha accesso o non si interessa, perciò il villaggio si arrangia con il proprio senso di giustizia. 

A fine dicembre abbiamo fatto una posada con i vicini e abbiamo potuto conoscerci meglio. La vicina güera è sempre vissuta in questo pueblo, solo che abitava due strade più in su in casa dei genitori. Quando il suo ragazzo ha cominciato a dire che non si sente sicuro, che ogni volta che esce dal portone deve guardarsi in giro, lei ha ribattuto che non si deve preoccupare perché esiste la ley del pueblo. Dato che anche tutti gli altri vicini venivano da altre parti della città, ci ha spiegato cosa significa. Chi vive nel villaggio è parte del villaggio ed ha il diritto di essere protetto dagli abitanti. Non ci saranno attacchi all’interno del pueblo. Se uno “di fuori” fa del male al pueblo, l’intero villaggio risponderà all’attacco, come un corpo unico. Per chiamare a raccolta esiste una campana, basta suonarla per riunire la popolazione. Tipo Medioevo, quando suonavano le campane delle chiese e la gente usciva con i forconi! (O tipo Don Hidalgo! Ehm…)
La domenica andiamo per la nostra rituale barbacoa, e mentre saliamo la vediamo. Eccola! 


È tutto vero, allora. Vivo in una minacciosa ma bellissima parentesi medievale, a venti minuti dall’ultra-moderna Santa Fe.

(Cambiando di tema, ragazzi ho appena visto che siete tantissimi! La pagina di Facebook ha superato i 400 iscritti e il blog è a 540 iscritti. Tantissime grazie per il vostro apprezzamento!)

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La (fatiscente) Habana

Seconda parte della parentesi cubana, questa volta parlando della capitale. 
La Habana è una città strana. Mi sarebbe piaciuto dire che è una città fantasma perché l’idea che ti dà è di uno strano vuoto, qualcosa che non va. Poi ho visto che è brulicante di vita, e questo rende ancora più stretta l’etichetta che volevo usare. La Habana è una città zombie. Ecco, questo va già meglio. 

Abbiamo avuto la sfortuna di visitarla con nuvoloni grigi, vento e freddo, questo sicuramente ha influito sul giudizio complessivo, la sensazione che mi dava (mia moglie odia Padova perché l’ha visitata tre volte con la pioggia).

I monumenti della città sono fastosi, giganti, tanto la statua equestre di José Martí, ideologo e vero padre della patria cubana…

…come il Campidoglio, che ricorda l’omonimo monumento di Washington DC che ho sempre visto in foto. 


Camminando per la città per la prima volta abbiamo avuto difficoltà a trovare un ristorante. Abbondano delle zone tipo fast-food che vendono hamburger e hot-dog, ma la gente compra e cammina mangiando. I ristoranti sono un po’ spersi e stranamente lontani dai maggiori punti turistici. Sono frequentati dagli stranieri, ma allora non capisco dove vanno a mangiare i cubani della classe media. In ogni ristorante entrano ed escono gruppi musicali per guadagnarsi il pane con splendida musica cubana dal vivo.

Hanno costruito appositamente un centro commerciale solo ad uso turistico, ma ha strani orari, alle 11 era ancora quasi chiuso. 

Gli edifici del centro storico (la Habana vieja) hanno tutti un’aria di decadenza, dovuta alla scarsa manutenzione. Alcuni sono letteralmente pericolanti, e non sono segnalati né avvisati perché la gente non ci passi troppo vicino. Tetti sventrati, muri caduti. Sembra Toluca.

Vicino all’Alameda centrale, che là si chiama semplicemente parco, c’è un arco che dà accesso alla Chinatown locale. Appena passato l’arco la zona diventa orribile quindi scapperete a gambe levate. 

Vabbè, passiamo alle attrazioni. Imperdibile è la visita al Museo della Rivoluzione. 


Questa struttura è albergata in una villa del centro, che poi è stata usata come palazzo presidenziale. Il palazzo stesso è una reliquia dell’epoca della lotta alla dittatura. Il militare Batista giunse al governo nel 1952 in maniera illegale e iniziò una dittatura militare, appoggiata dagli Stati Uniti. La popolazione si organizzò in scioperi, occupazioni e veri atti di guerriglia per spodestare con la forza il presidente. Sui muri interni del museo della rivoluzione ci sono i segni degli spari perché alcuni patrioti (o terroristi) hanno cercato di assassinare Batista sparando da fuori verso l’interno dell’edificio, dove si trovava in quel momento il presidente. Nel museo potrete trovare la cronaca degli eventi che hanno portato Cuba a trasformarsi in un regime comunista, ma i pannelli e le vetrine sono tutti degli anni ’70-’80, anche il museo andrebbe svecchiato. Protagonisti assoluti sono Fidel Castro, Che Guevera e Camilo Cienfuegos, in quella che è conosciuta come la triade rivoluzionaria. 


Fidel e il Che sono famosi. Camilo? Era un amico di infanzia di Fidel e lo ha accompagnato durante la lotta per rovesciare il regime dittatoriale del “Presidente” Batista. È morto nella prima fase della lotta, e anche per questo ora è stato idealizzato. Se si muore giovani non si ha tanto tempo per tradire i propri ideali. Il museo è pieno di cimeli di tutti i rivoluzionari, con uno spazio speciale per il Che, vero e proprio semidio. Ho scoperto addirittura un pop guerrigliero che ci hanno trasmesso nel bus che ci portava alla città. Il video è talmente brutto da essere bellissimo. 
https://g.co/kgs/XFv8AW
La cosa che più mi ha impressionato è stata vedere la quantità impressionante di dati e prove che hanno accumulato riguardo ai diversi tipi di attacchi che gli Stati Uniti e la loro Cia hanno organizzato, tentativi di invasione, di assassinato, guerra biologica, aldilà della già conosciuta guerra commerciale. Al di fuori del museo trovate un memoriale con vari mezzi a motore e armi che hanno fatto la storia della nazione, spicca fra tutti il Grandma. 


Breve prologo per capire meglio: Fidel Castro è stato uno dei primi cubani a creare un nucleo di guerriglia e a tentare di attaccare il governo del dittatore Batista. Catturato, fu messo in carcere assieme al fratello Raul ma grazio ad un’amnistia fu scarcerato. Si trasferì in Messico dove conobbe Che Guevara. Insieme si organizzarono per poter addestrare un nucleo di guerriglieri e dare inizio alla rivolta nel proprio paese. Si addestravano in una fattoria nel sud di Città del Messico. Ma li hanno beccati presto e incarcerati (Perché in questa fattoria avete un poligono di tiro?). L’ex presidente Cardenas mosse dei fili per farli uscire e continuarono l’addestramento in zone meno evidenti. Era il 1956. Con la preparazione e i soldi ottenuti dalla diaspora cubana, comprarono uno yacht, appunto il Granma e sbarcarono a Cuba, dando inizio alla rivoluzione cubana. Il primo di gennaio 1959, approfittando dei festeggiamenti di Capodanno, Batista scappò dall’isola rubando un sacco di soldi della nazione. Così cominciò la Cuba comunista. 

Altro punto importante per i turisti è il Malecon cioè il lungomare. Tristemente il mare era talmente mosso che le onde riuscivano a sbattere contro la strada quindi non abbiamo potuto percorrerlo 😦 ma da lì si apprezza un forte militare e un faro dall’altra parte della baia. 

Vicinissimo c’è il palazzo dell’artigianato, vera Mecca per lo shopping turistico. Chiaramente i prodotti più ricercati sono gli alcolici e i sigari, ma non mancano gli strumenti musicali e vari strumenti in legno. Nella corte centrale, ai tavolini, troverete frotte di cagoni che si fanno spiegare come fumare un sigaro, ansiosi e smaniosi di cambiare il più presto possibile la propria foto profilo di Facebook. Sì perché questo è uno dei pochissimi posti della capitale dove c’è il Wi-Fi…se comprate una tessera apposita per poterne usufruire. Molto cara.

Che dire! È una città bella a suo modo, non la potete visitare con i criteri che avete sempre quando state camminando in una capitale. Probabilmente anche questo senso di incompleto o di decadente è quel che attira tanta gente, o almeno quella che non viene a Cuba solo per fare turismo sessuale. 

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Estuve Cubando!

Ciao! Buen anno a tutti! Spero stiate bene. Con oggi do inizio a una breve parentesi  (di due articoli) per parlare un po’ del paese latino che abbiamo appena visitato, Cuba. Ci siamo stati in vacanza ed è stata un’esperienza particolare.
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Partiamo dall’inizio inizio. I cubani esattamente come gli italiani considerano gli atterraggi come dei miracoli di altissima ingegneria e applaudono. Per chi avesse viaggiato solo dall’Italia e ritorno, vi giuro che se sentite qualcuno applaudire quando si atterra, è sicuramente segnale che ci sono italiani a bordo. O cubani, a quanto sembra.
Un altra cosa che ho visto è che viaggiano con degli enormi pacchi tenuti insieme con lo scotch. Cioè, extra alla valigia, da 4 a 12 di questi fagottoni. Questo si deve al regime comunista cubano: quando un cittadino esce dal paese in vacanza, al rientro porta alla famiglia e amici molti beni introvabili in patria o che costano molto meno all’estero.
La maggior parte dei cubani mostra la propria origine africana. Per chi non lo sapesse, Cuba è stata la prima vera colonia spagnola in America. Per colonia la intendo nel suo senso più completo, una forma di sfruttamento e sudditanza politica. Cuba è stata un laboratorio e un prototipo per ogni forma di arricchimento coloniale. Dalla schiavitù dei nativi all’importazione di servitù africana, dall’organizzazione per haciendas alle mono-colture di prodotti “coloniali” come canna da zucchero e tabacco. Non è di certo un caso se i prodotti tipici che più si vendono restano ancora i sigari cubani e il rum. Così, tornando a quel che dicevo, la maggior parte dei cubani sono di origine africana o sono comunque “mestizos” con una forte ascendenza africana. 
Una componente importantissima della cultura cubana è la musica. È giustamente famosa per i suoi ritmici che non per nulla si chiamano caraibici. Siamo nei Caraibi, cazzo.
Vi metto qui alcune canzoni che sicuramente avete sentito alla radio o alla tv. Vi consiglio di ascoltarle per “mettervi in ritmo con l’articolo”.
La cucina cubana è molto ricca di sapori e non è piccante (se confrontata con la cucina messicana). Ci sono alcuni piatti tipici che non potete perdere come la “ropa vieja”, gli stracci vecchi, uno spezzatino buonissimo e gli onnipresenti “moros y cristianos”, cioè riso e fagiolini neri.
I cubani parlano uno spagnolo di tipo differente da quello che conosco. I primi due giorni è stato molto difficile capirli e farmi capire. Chiedevo alcune cose in spagnolo e loro dopo un momento mi rispondevano in inglese. Vuol dire che non potevano interpretare quel che dicevo loro in spagnolo perfetto (modestamente).
I turisti più frequenti sono i latini in generale  (messicani al primo posto), statunitensi, italiani, canadesi, cinesi e russi. Lo si nota dalle parole dei venditori. Le donne che vendono sulla spiaggia gridano “cacahuetes-arachidi-noccioline-peanuts”. Io mettevo in panico i venditori perché camminavo per mano con una latina e quando cominciavano a parlarmi in italiano io gli rispondevo in spagnolo.
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Reperti pittografici confermano la presenza di italiani a Cuba (FORZA BARI)

 Qui ho potuto anche apprezzare un tipo di “regatear” al contrario. Regatear vuol dire mercanteggiare, cioè discutere il prezzo con il venditore. Qua mi è capitato il contrario. Dicono il prezzo, lo accetto, tiro fuori i soldi e mi dicono che è il doppio. Tu puta madre, un genio. Tieniti le tue stupide patate. 
Altra cosa che ci ha sorpreso abbastanza è che non sono amabili. Guide, abitanti, venditori, tutti col muso lungo e che ti rispondono o ti vendono cose come se ti stessero facendo un favore. I messicani sono molto più amabili. Potrebbe essere che ho passato qui i giorni fra capodanno e Epifania quindi la gente non è contenta di lavorare, non lo so. Poi ci avevano detto di dare una bella mancia già all’inizio così ti trattano meglio. Ma col cazzo! Io la mancia te la do se te la meriti, non per farti fare quel che in ogni caso dovresti fare.
Non c’è il Wi-Fi e internet in generale si può contrattare comprando delle schede apposite, ma ci sono frequenti cadute della linea. Questo e il fatto che il parco macchine è degli anni ’60-’70 ti dà l’idea di star facendo un viaggio nel tempo. Cosa simpatica!
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La prossima settimana vi parlo con maggiore precisione della capitale, La Habana!
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L’influenza messicana in Star Wars (e viceversa)

Ciao a tutti e buone feste! Spero che stiate passando un bel periodo natalizio, o almeno ricco in carboidrati. Questo sarà l’ultimo articolo dell’anno poi ci rivedremo dopo la Befana.
Sono appena andato a vedere Star Wars, nonostante non ne sia proprio maniaco mi piacciono sempre i film di questa serie. Questo mi ha ispirato l’articolo, cioè qual è l’influenza esistente fra il Messico e il mondo creato di George Lucas. Perché, per i più scettici, sì, c’è qualcosa che il Messico ha dato al mondo di Guerre Stellari.


Conoscete sicuramente la principessa Leila, protagonista assoluta della prima trilogia. E sicuramente ne ricordate la capigliatura ridicola, con i due cerchioni sopra la testa. Bene, poco tempo fa si è scoperta l’origine di questa capigliatura così strana. I produttori negli anni ’70 stavano cercando fra varie immagini di donne forti l’ispirazione per dare forma alla principessa. Tra parentesi, qui si chiama Leia. Non chiedetemi perché. Dicevo, cercando fra vari stili e tagli di capelli, i produttori si imbatterono nelle guerrigliere messicane, le Adelitas, le donne che durante la Rivoluzione Messicana accompagnarono nella vita e nella guerra i propri mariti. 


La rivoluzione di inizio ‘900 ha visto sorgere questa figura di amazzone messicana, una donna che invece di starsene a casa sperando e aspettando il ritorno del marito, prende fucile, prole e pentole (letteralmente) e parte in battaglia, subendo le stesse sorti del consorte e del battaglione in cui veniva inserito. Le Adelitas erano donne del pueblo, quasi sempre con una identità indigena ancora forte. I loro vestiti e capigliature rispettavano fogge ancestrali, che oggi giudicheremmo “esotiche”. Be’, fra quelle ci fu anche la fortunata capigliatura a cerchioni, che divenne poi celebre. 


Altra influenza, dal film al Messico moderno, vi farà un po’ ridere. Ricordate il robottino R2-D2? Sempre con la ridicolezza delle traduzioni, in Messico è conosciuto come Arturito, piccolo Arturo. La sua forma a bidone di immondizia su ruote mi passava davanti ogni volta che accendevo la stufa (el boiler), che teniamo sù, nella terrazza. Poi ho notato come si chiamava.


Porca troia, la mia stufa è di Star Wars. 
Foto prese da: https://www.univision.com/entretenimiento/princesa-leia-tu-peinado-se-lo-debes-a-mexico-fotos

https://www.vanguardia.com.mx/articulo/el-peinado-de-la-princesa-leia-nacio-en-mexico

https://www.debate.com.mx/show/Revolucion-Mexicana-inspiro-peinado-de-la-Princesa-Leia-20161230-0152.html

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Facce da Studente

Chi può essere così masochista da spendere soldi e tempo per poter imparare una lingua che probabilmente non gli servirà mai, se non in rare occasioni?

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Se ve lo siete chiesti, qui non troverete una risposta definitiva ma varie risposte soggettive. Non c’è mai una sola ragione per cui studiare una lingua, eccetto l’inglese, considerato ancora indispensabile nel lavoro. Per chi si avvicina al francese e all’italiano, le ragioni di solito sono un po’ più personali, familiari o relative al soft power di Italia e Francia, la cultura, l’arte, la cucina, la musica, il cinema…così, ho scelto di far partire il progetto Facce da studente, in cui potete vedere chi, dove e perché studia una lingua. Era già un po’ di tempo che ci pensavo, ma mi ha sempre bloccato un po’ di penita (vergogna) nel chiedere questo favore agli studenti. Va bene che in generale ho un ottimo rapporto con tutti loro, ma un conto è chiedergli di prestarmi il libro, un altro è dire “Ehi, posso scattarti una foto? Quasi sicuramente non ti ruberà l’anima!”. Così, messa da parte la timidezza ho chiesto il favore di aiutarmi e la risposta è stata travolgente, quasi tutti hanno accettato. Eccovi quindi una carrellata di belle persone e di motivi per cui ho avuto la fortuna di conoscerle. Le foto sono state scattate nel posto esatto in cui imparano la lingua, che sia un’aula scolastica, una sala di un’impresa, una casa privata, un bar.

AVVISO IMPORTANTE: questo non è Tinder. Non mi importa quanto sia attraente la persona, non vi passerò il contatto. Fatevi una doccia fredda.

 

 

 

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Sono Pablo e studio italiano

Studio perché non potevo parlare con le ragazze italiane.

 

 

 

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Siamo Juan, Ricardo, Mario, Abraham, Alheli, Laura, Damian e Enrique e studiamo italiano.

ABRAHAM: Ho cominciato a studiare l’italiano perché faccio l’ingegnere alla Fiat Chrysler. In azienda hanno scelto persone che lavorano con progetti italiani. Nel mio caso lavoro con la versione NAFTA della FIAT Ducato. Pertanto sono in contatto con i miei colleghi italiani per controllare i disegni e le modifiche al sistema di raffreddamento, scarico ed alimentazione.

Oltre agli affari, studio per piacere e perché desidero approfondire la mia conoscenza della cultura italiana.
L’anno scorso ho approfittato di un viaggio di lavoro per fare un piccolo giro per l’Italia. Nonostante abbia avuto poco tempo per cominciare a studiare me la sono cavata bene per comunicarmi.
Spero di riuscire a fare almeno il livello C1 per ottenere la certificazione CILS. [NDR: è anche un maniaco del caffè espresso]
JUAN: Cerco di imparare l’italiano per tre motivi, la mia famiglia è di discendenza italiana, l’italiano “si ascolta” molto bello e credevo fosse una lingua facile, ma vedo che non è vero 😦

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Siamo Patricio Ines e Paula e studiamo francese [NDR: sono fratelli]

PATRICIO: è una bella lingua, mi dà molta conoscenza, mi sento bene parlando in lingua e mi piacciono i consigli culturali, come non dare mai la mancia ai camerieri francesi.

PAULA: Mi piace conoscere le altre lingue e mentre le pratico mi dà più conoscenza sulla cultura.

 

 

 

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Siamo Leonardo, Erick e Diana, studiamo italiano

ERICK: Studio perché mi piace imparare lingue diverse.

 

 

 

 

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Sono Ana e studio italiano e francese

 

 

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Siamo German, Rodrigo (al telefono) Israel, Yannick, Erick; Aimee, Alejandro, Eloisa, Armando, Jorge e Karla e studiamo italiano.

KARLA: Per il parmigiano! Mi aiuta a comunicarmi meglio e intendere di più uno dei programmi del mio lavoro. Inoltre è uno dei paesi che più mi piacciono, per la sua cultura e il suo cibo, e voglio tornarci un giorno, anche solo di visita, senza sentirmi tanto straniera.

ARMANDO: è una lingua interessante, importante e bella.

ALEJANDRO: Mi piace conoscere altre lingue e mi serve nel lavoro.

ERICK:  è una lingua interessante che attualmente mi aiuterà molto nella comunicazione nel lavoro, in più sempre mi è piaciuto imparare differenti lingue perché amo viaggiare e mi aiuta molto a migliorare la mia esperienza.

GERMÁN: studio italiano perché oltre ad essere una delle lingue che più mi piace, credo sia un buon esempio per mia figlia, poterla aiutare ad apprendere, poco a poco però sarò già avvantaggiato! E anche perché quando mi capiterà di tornare in Italia potrò comunicarmi meglio e non solo con Duolingo!

YANNICK: studio perché mi piace imparare lingue straniere e adoro la pizza

ISRAEL: mi è venuta l’idea ascoltando la comunicazione dei nostri colleghi di Fiat e per poter comunicarmi con loro, allo stesso tempo voglio imparare più lingue e aprirmi più porte. 

 

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Siamo Salvador, Maru, Matilde, Bertha, Susana, Lulu e Marite e studiamo italiano

LOURDES: Mi piace parlare italiano perché è il mio paese preferito da visitare.

SUSANA: Frequento le lezioni perché oltre a imparare l’italiano è un piacere ascoltare le spiegazioni di storia universale del professore.

MARITE: Mi piace la lingua perché è molto romantica. Anch’io la penso come Susana, è un piacere ascoltare la lezione del professore. 
 

MARU: Ho deciso di imparare italiano perché i miei antenati sono italiani. Sto lottando per ottenere la cittadinanza italiana e per questa ragione ho bisogno di parlare questa bella lingua! 
 

 

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Sono Marco e studio italiano

 

 

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Sono Benjamin e studio italiano

Studio perché mi piace la lingua, la cultura e la storia italiana.

 

 

 

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Sono Alejandra e studio francese

Studio perché amo la lingua francese e anche mi piacerebbe parlare in francese con il mio ragazzo [che è francese, ndr] e la sua famiglia e fare un master a Parigi o Montreal.

 

 

 

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Sono Francisco e studio italiano

Studio perché mi piace, ho curiosità culturale e mi sembra una lingua ritmica

 

 

 

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Siamo Marigaby e Pablo e studiamo francese [NDR: sono fratelli]

MARIGABY: Studio Affari Internazionali ed è importante conoscere altre lingue, e l’università me lo richiede!
PABLO: Voglio imparare una terza lingua. [La sorella aggiunge come chisme che la morosa di Pablo ha il passaporto francese dato che è di discendenza francese]

 

 

 

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Siamo Ricardo, Jacob, Alberto, Vanessa, Anaid e Mario (al telefono dagli Stati Uniti) e studiamo italiano

 

 

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Sono Marina e studio francese

Studio perché mi permette di conoscere altre forme di pensare e di vedere il mondo ed è una forma di connettermi con altre persone.

 

 

 

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Siamo Laura e Ruben e studiamo italiano

RUBEN: Studio l’italiano perché mi piace. CAZZO.
LAURA: A me piacciono anche le opere artistiche italiane e la cucina.

 

 

 

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Sono Elisa e studio italiano

Studio l’italiano perché sono traduttrice e amo le lingue.

 

 

 

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Siamo Iñaki, Mauricio, Armando, Hugo e Stephanie e studiamo francese

STEPHANIE: Adoro la cultura francese, spero poter presto andare a vivere in qualche città laggiù.

IÑAKI: Studio francese perché per un’opportunità di lavoro andrò per sei mesi in Canada.

ARMANDO: Inizialmente ho studiato francese perché era necessario nel mio lavoro, ma ora che non lo è più, amo la lingua e inoltre ho famiglia che vive in Francia e Belgio e voglio andare a trovarli presto.

 

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Nochebuena, la stella di Natale, bella e triste

Un fiore molto bello di questa stagione è la stella di Natale, quella che in spagnolo chiamano Nochebuena. Nochebuena in Messico identifica la vigilia di Natale quindi potete veder che pure in questa lingua l’abbinamento natalizio continua vigente. Magari pochi lo sanno ma la Nochebuena è una pianta originaria di questa nazione che tanto ha dato al mondo con il proprio patrimonio vegetale, come il cioccolato, la vaniglia, l’avocado. Come e perché è ora una pianta internazionalmente famosa e che non richiama per nulla il Messico, è una storia abbastanza triste. 


In epoca preispanica la pianta era conosciuta come cuetlaxochitl, fiore che marcisce. Que bueno che ha cambiato nome. Già il frate Bernardino de Sahagun, nella primissima epoca coloniale, cominciò ad usarla nelle rappresentazioni natalizie, per il colore rosso e per la facilità con cui si trovava proprio in questi mesi. Ora arriviamo alla bastardata. Nel 1827 l’allora ambasciatore statunitense in Messico, Joel Poinsett, decise di brevettare la pianta e di guadagnarci diffondendola negli Stati Uniti e in Europa. Sul serio! Al colmo della carognata, la battezzò Poinsettia. Infame. Una storia simile ha l’inno nazionale messicano. I diritti d’autore sono di una compagnia gringa (Wagner & Lieven) e gli si paga ogni volta che l’inno si canta al di fuori del territorio messicano. E pure la rappresentazione della Virgen, (il marchio è “Virgen de Guadalupe” e comprende anche Juan Diego nel pacchetto), i diritti sono di un’impresa cinese. Sono stati venduti al signor Wu You Lin nel 2002 per la quantità di 2 mila 400 pesos (poco più di 100 euro).
Però terminiamo con qualcosa di bello. La birra Nochebuena. È una birra stagionale prodotta dal gruppo Modelo, si può trovare per poche gloriose settimane, da novembre a gennaio. È la mia preferita in assoluto. 

Sto facendo pubblicità? Sì. Me ne frega qualcosa? No.

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Il ponche messicano

Con dicembre partono i suoni, gli odori e i gusti del Natale. Che vi piaccia o no. Per fortuna, a me piace. Uno dei profumi tipici del periodo qui in Messico è quello del ponche. 

In Italia conoscevo questa parola con la variante ponch, ed era una bibita più o meno alcolica che nei film statunitensi si serviva sempre nelle feste studentesche. Punto, non ne sapevo altro. 
Il ponche messicano si prepara e si compra quasi ovunque, dai caffè alla strada alle case delle famiglie. Anche i caffè “nice” si piegano a questa tradizione e potreste trovare il ponche in vendita anche in locali che normalmente schifano la tradizione messicana. Eh, se vuoi vendere, ti abbassi, cagone. 

Due minuti di ricerca Google e ho scoperto che questa bibita è di origine Indiana e deriva dalla parola pãc, che significa cinque, dal numero di ingredienti originali necessari per farlo (acquavite di palma, tè, zucchero, limone, acqua). Spargendosi per il mondo, la ricetta ha subito drastiche modifiche, acquisendo ingredienti e gusti diversi dalle varie regioni. 
Nella versione messicana, si mette Jamaica (cioè Karkadè o Ibiscus), guayaba (Guabas), uva passa, canna da zucchero tagliata a pezzi grossi, mela a pezzi, tejocotes, tamarindo. Si addolcisce con piloncillo. Si bolle in un enorme pentolone e si beve per quasi una settimana, fino a esaurirlo. Nella tazza ti servono la frutta e un po’ del succo, bollente. Ah, giusto perché non facciate figuracce, il tamarindo e la Jamaica non si mangiano, si tirano fuori discretamente dalla tazza, o le lasciate dentro e con un cucchiaio lotterete per 40 minuti contro i pinches fiori di Jamaica che chiedono disperatamente di essere divorati. Se vi danno una tazza con solo tamarindo, significa che vi odiano. Le striscioline di canna da zucchero si masticano e poi si sputano, come fossero radici di liquirizia. NON INGOIATELE se non volete morire strozzati. Potete mangiare la frutta cotta mentre bevete il ponche, non è necessario finire la bibita per poter cominciare a pescare la frutta. La frutta più chafa è il tejocote, che non sa quasi di niente, quasi inutile quanto la jicama. Sì, se ve lo state domandando, non mi piace la jicama. 

Se volete averne una versione più “adulta” potete aggiungere tequila al ponche, cioè farlo con piquete. Quando abbiamo una riunione familiare io faccio “il mio ponche”, cioè il vin brûlé. Dato che la dignità l’ho persa in alcuna data remota, mi piace campechanear cioè fare un po’ di tutti e due. Se mescolate ponche e vin brûlé otterrete un obbrobrio mostruoso, rampollo demoniaco e irrispettoso di due tradizioni culinarie, ma buonissimo. 

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