Lo dedico a te, a te, ate, ate ate

Uno dei dolci più umili e più buoni che si possono mangiare in Messico è l’Ate. È una sorta di budino solido, o confettura da tagliare, a base di frutta, la più frequente di tutte è il membrillo.

Già, il membrillo, da quando vivo qui mi è sempre sembrata una cosa strana. Lo associavo alla frutta tropicale, mango, papaya, zapote…e membrillo, no? Pos no. Il membrillo è nostrano. Agli studenti ho sempre detto di non tradurre il nome della frutta esotica in italiano perché si mantiene quasi lo stesso termine. Che enorme sorpresa ho avuto quando Google translate mi ha detto che il membrillo è il MELO COTOGNO. Porca puttana, altro che esotico. E risulta che io ho mangiato ate de membrillo già in Italia, da bambino, solo che si chiamavano marmellatini di melo cotogno. E l’ho scoperto l’anno scorso, Dio cristo.

Dopo questa epifania, torniamo all’ate. Come vi immaginerete, l’ate di melo cotogno non è un dolce originario del Messico, è arrivato qui con gli spagnoli. Quel che si è messicano è la versatilità di preparazione. Perché qui non lo fanno solo di melo cotogno, ma di varia frutta, come guayaba, fragola, tejocote, mela, pera, zucca…e qui vi tocca un’altra epifania: sapete perché si chiama ate? Perché il dolce usava il suffisso ate con la frutta che aveva di ingrediente principale: manzanATE, guayabATE membrillATE…ma porca miseria sembra una scemenza e invece è la verità.

Quando si mangia, normalmente si accompagna con un formaggio, di solito un manchego. Ed è buonissimo, come tutti gli italiani che hanno mangiato formaggio e pere possono immaginare.

Al contadino non far sapere quant’è buono il formaggio con le pere.

Al mexicano non rivelate quant’è buono el manchego con el ate.

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Una serie di sfortunati eventi (2)

Ebbene sì, secondo capitolo di sfighe perché il primo l’avevo scritto ben cinque anni fa. Porca miseria sto blog è durato più di certi matrimoni. Guiño guiño.

Dopo il ritorno dall’Italia ho ripreso abbastanza velocemente la mia routine lavorativa. Tutto bene, avanzavo pacifico e produttivo in modalità Home Office. C’era solo una puntina di fastidio: la bolletta della luce non arrivava. Strano, ma insomma, diamole un’altra settimana. No, non arriva. Aumenta la paranoia. Vuoi vedere che mi tagliano la luce solo perché un idiota non trova la mia casa? Mettono la bolletta fra le sbarre del cancello, in balia del vento, della pioggia o della semplice cattiveria altrui. Magari si è persa per strada. Girando con i cani vedo una bolletta spiegazzata e sporca, la raccolgo, no, non è mia. Basta, meglio controllare. Decido di chiamare la CFE, commissione federale d’elettricità, l’antica Luz y Fuerza, come si chiamava l’ente dell’elettricità messicana. Se camminate a testa bassa come me noterete sicuramente che molti tombini hanno le lettere L F con un fulmine in Messico. Non è Flash, è Luz y Fuerza.

Comunque, chiamo, con i dati di una bolletta anteriore. Mi chiedono i numeri del conto e il nome del titolare, io dico no, sto affittando ma la bolletta non è a nome del proprietario di casa, è intestata a una certa Mayra. E mi dice che non ci sono addebiti, l’ultima bolletta è stata pagata il dieci maggio. Strano. Non l’ho ricevuta, quella. Riaggancio e sono allegro, qualche imbecille ha pagato la mia bolletta, hahaha. Poi faccio due più due. La bolletta non arrivava, era a nome Mayra….ma vuoi vedere che l’imbecille sono io? Scrivo al proprietario di casa per chiedere se è normale che la bolletta nostra risulti a nome di una certa Mayra. Mi risponde con una foto di una bolletta col suo nome. Accertato, l’imbecille sono io. Da settembre fino a marzo ho pagato le bollette di qualche vicina di casa. Ma [divinità zoomorfa].

Arriva sera e sto dando l’ultima lezione che finisce alle 7. Venti minuti prima della fine, salta il Wi-Fi. Incidente da nulla, accendo i dati del telefono e chiamo la studentessa per concludere la lezione via telefono. Nel frattempo cerco di ripristinare il Wi-Fi. Strano, non c’è. E non sto dicendo che non c’era la connessione, ma proprio non c’era il simbolo di Wi-Fi. Finisce la lezione e comincio a controllare il pc, perché nel computer che avevo prima c’era un interruttore esterno per interrompere la connessione, magari l’ho toccato con il libro. No, non c’è niente. Fa niente, spengo e riaccendo. No. Faccio partire il diagnostico di Windows, non trova niente. Sale il panico. Chiamo mia moglie, cerca di usare qualche combinazione della tastiera, no. Cerchiamo con delle combinazioni che possano funzionare in una Lenovo, nemmeno. Chiamo il cugino di mia moglie, ingegnere informatico, che mentre sta guidando mi aiuta a cercare il problema. Lo trova, è un problema di driver, o almeno mi sembra abbia detto questo, il mio diploma di perito informatico serve solo da tovaglia quando mangio la carbonara, non so un piffero di informatica. Diagnosi, o è un virus o si è bruciato qualcosa del pc, la cosetta che serve per ricevere il Wi-Fi. Cosetta è il termine tecnico, chiaramente. Peccato che io col pc ci lavoro, anzi, ci vivo, perché mi permette di mangiare. Nel pc ho i libri, gli audio, i video, l’archivio con tutte le lezioni di storia. Ne ho assoluto bisogno, quindi o riparo il pc o il giorno dopo alle 7 devo andare subito al Walmart a comprarne un altro. Vi giuro che fra luce e pc volevo piangere. La notte è stata una merda, ero pieno di nervosismo.

Giorno dopo, cominciamo a risolvere il mondo. Mi armo di palle d’acciaio e chiamo Cfe. Comunico il numero del contatore e mi danno il numero del conto di casa. Mi siedo (non volevo svenire e sbattere la testa) e chiedo quanti soldi sono addebitati. Dice 690. Pesos? chiedo. Pesos, risponde. 690mila pesos sarebbe stato un po’ troppo in effetti, ma voi non conoscete il Denis paranoico. Quindi, ottima notizia. Di sette mesi dovevo solo 34 euro. E ho pure fatto beneficenza a quella sgualdrina della Mayra. Corro alla Cfe che si trova dall’altra parte della Statale. Il “corro” è letterale perché non c’è attraversamento pedonale e l’unica cosa fra te e la morte sono le buche della strada che obbligano i chilangos che vanno a Toluca a rallentare. Arrivo, gentilissimi, pago in contanti. Mi dicono che sono 720. Ah, non erano 690? L’impiegata chiede se non mi hanno staccato la luce. Dico di no. Strano, risponde, allora sono 690. Effettivamente, quei pochi pesos di differenza è quello che si paga se vuoi che ti riallaccino il contatto. Erano le 8:10 e già avevo risolto metà dei problemi.

Alle 10 apre un negozio di informatica a Lerma, l’avevo trovato su internet e con buone critiche. Ma essendo un negozio messicano, erano le 10:35 e ancora non apriva. Nel frattempo ho fatto amicizia con un distinto signore, pure lui fuori dal negozio dalle 10 per ricaricare una cartuccia della stampante, e un punkabbestia con un piccolo bulldog dallo sguardo triste. Sembravamo la versione squallida dell’A-Team.

Il punkabbestia era chiacchierone e a un certo punto mi ha chiesto che era successo, ho detto che il pc non funzionava, si è gentilmente offerto di darglielo lui a quelli del negozio, se avevo fretta poteva lasciarglielo. No, grazie, gentilissimo, preferisco aspettare. Alla fine arriva il tizio del negozio alle 10:45. Consegno il pc, e il punkabbestia si siede. Risulta che è uno dei tecnici del negozio. Eh vabbè, mille punti ai miei pregiudizi. Ma il bulldog triste mi ha tratto in inganno. E pure i suoi vestiti da cholo.

Durante la settimana lavoro con l’iPad e cancello le lezioni di cui non ho i libri perché per alcuni corsi ho solo la versione digitale dei testi. Fra martedì e giovedì fanno dei lavori delle cisterne e tubature e interrompono l’acqua dalle 10 alle 18. Peccato che non hanno avvisato, è stata una splendida sorpresa. Così non solo stavo lavorando da bestia con l’iPad, ma dovevo anche cercare di non cagare fino alle sei perché l’acqua non era ancora tornata.

Venerdì, mi chiamano dicendo che è tutto risolto. Era un problema di Windows 11, aggiornando ha eliminato una parte, e pare che quel sistema operativo stia facendo tanti macelli. Risolto tutto formattando il pc e installando Windows 10. Per fortuna avevo fatto una copia di tutti i libri in una memoria portatile. Prezzo 380 pesos per il lavoro.

Sono a dieta ma venerdì sera mi sono permesso il primo alcolico da quando sono tornato in Italia. Un caballito de Jose Cuervo per festeggiare la fine di una settimana di popò.

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Un ritorno agrodolce

In marzo sono riuscito a tornare in Italia. Erano ormai tre anni che non rimettevo piede in patria, dal maggio del 2019. Poi Covid e così via, la paura di contagiarmi in viaggio e di contagiare la famiglia all’arrivo. Mio papà è un soggetto a rischio quindi non mi sono sentito tranquillo finché ho saputo che ormai erano già tutti vaccinati.

Ciononostante, anche dopo aver comprato i biglietti ho avuto paranoie, classiche compagne di vita, e non ho veramente pensato a rallegrarmi fino all’arrivo a Venezia. Le stesse paranoie però mi hanno permesso di avere il green pass prima ancora di arrivare, quindi non posso smerdarle tanto, a volte sono utili. Però sentivo che in parte non volevo prenotare hotel, musei, treni, non volevo crederci al viaggio fino al mero día, come dicono qui. Poi è andato tutto bene. Stavolta avevamo un mese intero da passare in Italia, quindi è stato un viaggio differente dalle due settimane striminzite che sempre ci prendevamo.

Ho quasi subito notato che stavolta era diverso perché tre anni di distanza mi facevano sentire tutto più intensamente. Mi ero portato il Messico con me e stavo rivedendo l’italia con occhi stranieri. La gente che si ferma quando ti vede sulle strisce. Madonna, che picco di civiltà. La tavolozza dei colori dei campi, con l’aria pulita e l’odore di piscio appena buttato. Meglio del pane fresco. Le strade pulite, marciapiedi ben fatti, i treni. Che roba sto primer mundo.

Avendo tutte le lezioni online, mi sono pure permesso di lavorare qualche giorno da là. Ovviamente con il fuso orario messicano, quindi si comincia alle due del pomeriggio e si lavora fino alle dieci o mezzanotte, sacrificando le lezione della sera perché in Italia avrei dovuto finire alle tre di mattina. Avaro e tutto, ma c’è un limite. E quasi un quarto degli studenti mi ha detto Ma no, goditi l’Italia, ci vediamo fra un mese quindi anche il lavoro è stato molto leggero.

Poi è cominciato il viaggio. Abbiamo programmato un giro del Nord Italia, passando per Milano, le Cinque terre, Genova, Piacenza, Modena. Poi siamo andati a Venezia da mio fratello, e per finire un giretto rapido in Friuli, vedendo Udine e Cividale. Tutto bellissimo, tutto buonissimo. Ragazzi, vivete in un paradiso e non lo sapete. Anzi, vivevo in un paradiso e non lo sapevo.

E poi la gente. Ovviamente la mia famiglia, che sono stato felicissimo di trovare in salute, e sinceramente forti come sempre me li ricordo e me li immagino. I miei genitori che ancora mi sorprendono, con l’incredibile facilità con cui hanno digerito il progresso tecnologico. Mia nonna che pela le mele e le lancia in un vassoio. Le lancia. Porca puttana, se lo faccio io mia moglie mi sgrida, ma capisco da chi ho preso la maniera burbera di trattare le cose. I miei fratelli, ognuno nella propria nicchia splendidamente differente, che figata vederci tutti e tre fiorire in contesti così distanti. E gli amici. Non sono mai stato uno che ha cento amici, ma ho avuto fortuna perché ho conosciuto persone splendide e alcune sono ancora contente di vedermi. Altri amici fatti in Messico li ho rivisti proprio in Italia davanti al frico e bottiglie di vino.

E tutto l’ho fatto a cuor leggero. Normalmente le due settimane in Italia le passo soffrendo e contando i giorni che mancano prima di tornare, e la tristezza per non poter rimanere di più non mi permette di godermeli. Stavolta no. Ho apprezzato tutti i giorni. E in parte vedo che tre anni in Messico sono difficili da lasciare da parte. L’ansia tipica della mia famiglia l’ho un po’ imbrigliata e non sono più così disperato. L’amabilità col prossimo, tipica dei messicani, che mi fa vedere gli europei come freddi e distanti, solo perché non sono abituati a salutare gli sconosciuti quando c’è la possibilità.

E il tornare in terra azteca è stato più duro, perché un mese è comunque un mese. La prima cosa che ho notato è il silenzio che si può tranquillamente chiamare solitudine. Vivo in culo ai lupi e qui non ho quel giro di amici che in Italia mi fanno sempre sentire amato, neanche dopo dieci anni in Messico. E le camminate. Ho fatto un giro per dove vivo e mi è venuta la depressione, dopo un mese nella campagna vicentina ho visto lo sporco, il grigiore, il pericolo costante per le macchine che ti portano a controllare tre volte prima di attraversare. Cose che ho sempre avuto davanti ma che non vedevo più perché ormai erano parte del sistema, era “normale”.

Una cosa che mi ha mantenuto felice e senza ansie durante la mia permanenza in Italia è l’essermi reso conto che posso e voglio tornarci. Che ora i viaggi dureranno minimo un mese ma che sicuramente le mie ossa riposeranno a Vicenza. O se volete spargete le mie ceneri nell’Astego (Astico) ma non quando è in secca, sennò resto lì come un pirla trascinato dal vento.

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Ocoyoacac

Domenica scorsa sono andato a camminare verso un’altra direzione, stavolta a sud est, direzione Ocoyoacac. Ripetete con me: O CO YO A CAC. Bravi. Ora fate tre capriole.

Al paesino ci si arriva passando per un’area industriale, quindi niente di bello, ma quando ci si avvicina al centro si capisce che ne è valsa la pena.

La domenica si forma un bel mercato di artigianato e di cibo. Soprattutto cibo. Due sono le specialità del posto: la barbacoa e i tamales de ollita (pentolina). Si chiamano così perché sono rotondi e ripieni di salsa. Ma io mi sono fiondato sulla barbacoa. Spettacolare come la fama lo annunciava.

Passando al lato culturale, Ocoyoacac ha una chiesa molto antica (dico, per i parametri messicani), è un tempio del 1600 dedicato a San Martino. Molto bella.

Al lato destro della chiesa si può camminare ed entrando in un piccolo parco si può vedere una statua insolitamente decente della Madonna (i madonnari messicani le fanno tutte quasi uguali).

Dietro la chiesa invece c’è una piazza con il chiosco come ogni città messicana ma stavolta hanno strafatto: il chiosco in sé sembra molto prezioso e all’interno la cupola è completamente dipinta con scene di vita campestre e due strani individui luminosi verso una luce centrale. L’artista era strafatto.

Passando il chiosco, si arriva in un’altra piazzetta, sembra fatta per eventi pubblici perché ha una gradinata. L’edificio municipale ha delle nicchie nella parte alta, con gli stemmi dei paesi intorno, come le città medievali italiane. Bájale mamón, tampoco te pases.

Finito il giro e il pranzo, abbiamo puntato verso San Pedro Atenco, specializzato in mobili d’artigianato. Degli amici ci hanno accompagnato in machina e abbiamo trovato un’oasi nel deserto: un puesto del pulque. Bendita bebida divina. Tutti erano molto amichevoli, io ho chiesto un pulque di marzapane, SPETTACOLARE. Sto sbavando solo al pensarlo. E un signore alticcio è caduto rotolando. Gran spettacolo.

Da lì abbiamo poi raggiunto San Pedro e abbiamo comprato due scrivanie e una libreria. E vi chiederete, ma se stavate camminando, come vi siete portati via i mobili? Pinches chismosos. Comunque ogni negozio ha dei furgoni o gente di fiducia che consegna i mobili a domicilio. Quindi ricordate, se vivete a Città del Messico o dintorni, non buttate i soldi in un pinche Liverpool o Palacio de Hierro, comprate mobili di artigianato o fatti su misura a San Pedro, per un quarto del prezzo che avreste nei negozi cagoni.

Un abbraccio tosi.

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Il Cristo Rey di San Miguel Ameyalco

Domenica ho fatto un’altra passeggiata di esplorazione nella zona, stavolta accompagnato da alcuni amici fra cui un signore danese di 60 e rotti che ha le gambe da alpino e avanza come un treno. Obbiettivo, il Cristo di San Miguel Ameyalco. Avete presente il Cristo redentore di Rio de Janeiro?

Ecco, ai messicani piace UN CHINGO questo tipo di statua. Ci sono dei cristi sparsi per il territorio, il più grande è quello del Cubilete, a Silao (Guanajuato) in quello che si considera il punto centrale del Messico (erroneamente). Se vi prude la curiosità, il centro del Messico si trova nel nord dello stato di Zacatecas.

Comunque, ho saputo dalla mia amica Diana che avevo un Cristo vicino a casa. Lo so, se sei religioso, Cristo è sempre con te, ma averlo vicino a casa è un lusso che mai mi sarei aspettato. Si trova nel “ridente” paesino di San Miguel Ameyalco. E lì, una folgorazione, Ameyalco, si chiama esattamente come il paesino dove vivevo quando ancora era un chilango.

Tempo di camminata, un’oretta e quaranta. Una cosa leggerissima. La mia amica era spaventata per la salita. Es un cerro, diceva con foga. Appunto, è solo una collina. Ho gambe e culo da alpin in salita, mi fa un baffo sta collinetta tropicale. Il problema mio è la discesa, ma questo discorso lasciamolo da parte.

Partenza alle 8, arrivo verso le 10, colazione e via di ritorno. Facile no? No. Quando cammino da solo, il programma si rispetta. In compagnia, campa cavallo. Arrivano le 8, whatsapp che mi dice che sono un po’ in ritardo. Aspetto. Non ricevo altri messaggi. 8:40 esco a camminare per raggiungere il punto prefissato ma mi suonano con il clacson e vedo che è la macchina dei miei amici, che passano a casa del vichingo. Così cominciamo il cammino con un’ora e qualcosa di ritardo. Comunque, non c’è fretta, non erano previste piogge e nessuno ci spingeva. E poi mi piace sempre il paesaggio di campagna che si trova appena si lascia un po’ l’interurbana.

Cammina e cammina, arriviamo a San Miguel. È un pueblito qualsiasi, con il colore dominante grigio cemento. Niente di turistico, ma non importa, l’obbiettivo è già visibile, là in alto sulla collina. Da quel che avevo visto da un video, avremmo dovuto trovare una scalinata di cemento, ma quando chiedevamo alla gente ci mandava verso una strada laterale. Poi è apparso el burro del destino, e seguendolo abbiamo trovato la strada a tornanti che portava alla cima. Ah, il burro non era metaforico.

Cammina e cammina, con tante pause perché non tutti abbiamo lo stesso ritmo, alla fine siamo arrivati. La statua è abbastanza bella, davanti ha altre due statue di angeli bianchi, probabilmente in gesso. Dentro ha una sorta di cappella e dietro c’è un altro edificio religioso ma in disuso, magari li apriranno solo per le feste del paese. Gli si è impigliato un aquilone alla mano.

Fine, ora ci tocca cercare da mangiare. Siamo scesi con calma ma ovviamente molto più veloci. Camminando per la strada abbiamo pure visto un laboratorio di fuochi d’artificio e un torito della sagra, di quelli che si riempiono di fuochi artificiali durante le feste messicane dei paesini. Questi laboratori familiari esplodono spesso e volentieri, perché le condizioni di sicurezza non sono tanto rispettate o sono inesistenti.

Giù in paese c’era un cortile trasformato in ristorante che vendeva di tutto, carne di maiale, manzo, coniglio, e di fronte DIOS BENDIGA MÉXICO Y SU PINCHE RIQUEZA DE BEBIDAS un signore che vendeva pulque. Uffffff del bueno.

Così ci siamo fermati a mangiare lì. Condizioni igieniche da pantano di Shrek, ma la carne era favolosa e i tacos enormi.

Quindi se siete per la zona e vi piacerebbe rifare questa camminata ditemelo che ormai so bene il cammino e dove rifocillarci.

 

Un abbraccio tosi, ci vediamo al prossimo articolo.

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Lavorando dalla bolla

A quasi due anni dall’inizio del Home Office, ho acquisito una routine abbastanza comoda e il trasloco ha sicuramente migliorato il tutto. La sensazione (non sgradevole) è quella di lavorare in una bolla. Collegato con tutto il mondo (be’ insomma, non esageriamo, due continenti) ma completamente isolato.

Sveglia alle 6:10, colazione leggera, aggiornamento sui meme, vestirsi. Non scenderò mai tanto in basso da dare lezione in pigiama. In cambio, vivo in tuta, felpa e maglietta. Svacco completo, ma professionale nel resto.

Prima lezione alle 7. Il primo Salut, Buenos Dias o Pronto sono sempre rochi, la voce non è pronta, ma nel giro di un quarto d’ora parlo con la stessa grazia di Mario Giordano.

Due tre ore di lezione e arriva la pausa caffè. Nel migliore dei casi ho mezz’ora libera fra la prima parte della mattina e la seconda, tempo perfetto per fare l’immancabile moka, salutare i cani (ogni volta che scendo le scale è festa brasiliana) e pausa pisciata. Nei casi più fortuiti, degli alunni sbadati “si dimenticano di avvisarmi” che non potevano prendere la lezione proprio quel giorno. Questo si traduce in una pausa che mi impongono. Perfetta per uscire, andare a comprare frutta e verdura, tortillas, formaggio, la baguette o il panqué per la colazione, tutto a 5/10 minuti da casa. Andando e tornando ascolto podcast, e quando ricomincio a dare la lezione mi sembra di essermi rinfrescato il cervello.

Finiscono le lezioni della mattina. Momento del pranzo, se ho fortuna sono le 11:30, ho un’ora e mezza per cucinare e mangiare con calma. Ci sta pure un tequila, giusto per rilassarsi. Se ho solo un’ora, si cucina qualcosa di rapido. Il toccasana finale è prendere il caffè mentre vediamo un episodio di The Office mentre stiamo seduti al sole perché a quell’ora le sedie sono sempre in una posizione fortunata, e i raggi entrano dalla vetrata del giardino.

È l’una, si torna a bomba su Zoom. Fra l’una e le due e mezza il peggior nemico è l’intestino. “Devi cagare” grida con giusta rabbia. Devo fatturare, rispondo. Inutile dirvi chi vince. Ho tutte le lezioni una attaccata all’altra (a volta dall’una alle 7) e straordinariamente ho degli alunni diligenti (quasi sempre) e puntuali. Ergo, se voglio andare al bagno devo chiedere il permesso, e fare in fretta. “Tu peux faire l’exercice 5, s’il te plaît, j’arrive dans 5 minutes”. Molto più elegante che c’ho da cagare.

Finisco fra le 6:30 e le 8. Se ho pause prima e Silvia non ha riunione, usciamo con i cani. Abbiamo un percorso che serve per evitare i cani più aggressivi e per evitare che il nostro bassotto rischi la morte minacciando bestie che pesano dieci volte più di lei. Ora di cena, vediamo Monk, un telefilm che vedevo in Italia con i miei genitori e che per miracolo ho trovato completo su Amazon Prime. Se è ancora presto, vediamo qualcosa di “serio” qualche serie bella e pesante di quelle che devi vedere con attenzione. Sono le 8:30 e già andiamo alla camera. Mi resta un’ora per leggere e cazzeggiare, come bambino delle medie mi addormento prima delle undici.

Alcune ore della settimane sono vuote o si svuotano all’improvviso per cancellazioni. Perfetto, perché le uso per preparare la lezione di storia o studiare (sto prendendo lezioni di lingue, non solo le do). Per mesi ho preparato le lezioni di storia la domenica ma era la morte, lavorare sei giorni e preparare la lezione il settimo. Ora la domenica me la lascio libera, esco a camminare o semplicemente gioco con l’Xbox, andiamo al centro, proviamo ristoranti nuovi, o magari mi permetto di bere più del solito, tanto ho tempo per sbollire. Sto esplorando la zona intorno a Lerma e cerco sempre un paesino differente da raggiungere camminando.

Mi piace il nuovo stile di vita. Non tornerò mai più a dare lezioni faccia a faccia. Non sapete quanto godo quando penso a quando passavo anche tre ore nel traffico, bestemmiando e insultando gli idioti che incrociavo per strada, quando ricordo che la pausa pranzo era una scatoletta di tonno e mais mangiata sui divani della reception della Chrysler, a quanti giri inutili ho fatto verso la scuola o verso la casa dell’alunno per poi scoprire che la lezione era stata cancellata. E non parliamo del clima. Tre mesi di pioggia. Lottare per parcheggiare, lottare per arrivare in tempo.

Mai più, disse il corvo.

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El Niño Jesús, più versatile della Barbie

In ogni paese cristiano si sa che il protagonista del Natale è Gesù bambino. Ma questo vale molto di più in Messico, dove il protagonista è visibile e presente durante la cena natalizia. In Messico infatti è un’abitudine avere un bambino di gesso di dimensioni naturali. Questi sono prodotti artigianali che possono avere differente qualità e quindi differente prezzo. Appena comprato, il bambino cambia di status, passando da oggetto a soggetto. Viene trattato con cura, benedetto da un sacerdote, messo in bella vista, durante Natale. Per gli altri undici mesi e mezzo torna in una scatola di scarpe, ma sempre pronto a tornare alla ribalta in dicembre. Un’altra abitudine che può sembrare “strana” al di fuori del Messico è il fatto che questo bambino di gesso venga cullato durante la notte della Vigilia. Come penso di aver già scritto un paio di volte, una volta in dicembre ho beccato una ragazza nel metro mentre stava cullando e parlando a quello che pensavo fosse un bambino, rivelandosi poi un bambolotto di Gesù. Mezza matta, pensavo, ma no, è la maniera locale di celebrare questo evento.

Ogni anno varie famiglie si disputano il diritto e l’onore di preparare la festa per il Gesù bambino. La famiglia prescelta mette delle decorazioni alla porta o al portone, è ben visibile chi ha vinto quell’anno. È una tradizione di pueblo, ma non so quale sia realmente la conseguenza, dove e come venga esposto, so solo che quella famiglia “ospita” il Gesù bambino del paesino.

Comunque, ci sono delle varianti locali. Ogni regione o area ha la propria maniera di rappresentare il Gesù bambino, per esempio ricordo bene che a Xochimilco si chiama “Niño Pa”. Viene vestito in maniera differente e qui il limite fra sacro e sacrilego è veramente molto labile. Almeno, per un non messicano. Vi faccio un esempio, questo è un calendario con vari niños e i loro vestiti (si vede il nome nella foto). Il primo è la versione standard che ha portato la zia di Silvia, il resto sono i modelli della sfilata autunno inverno 2021.

Come vedete queste bomboniere (perdón, Niño Jesús) sono estremamente varie e ci sono anche protettori di mestieri come la polizia e dei mutanti (oggi si dice cross over fra due serie) di Niño Jesús – San Judas, protettore di chi si appropria di ciò che non è proprio. Perdonate la cacofonia. Però quando è comparso un bambinello con la maglietta di una squadra di calcio locale, il sacerdote si è incazzato. Mah, sta grande differenza non la vedo.

In alcune zone del centro ci sono dei negozi specializzati in vestitini per il bambolotto. Ya sé, come Barbie, ma ditelo a voce bassa sennò si incazzano. Vi racconto un aneddoto per mostrarvi la bassezza umana. La zia di mia moglie aveva ricevuto un bel Niño Jesús, di quelli cari, fatti bene e più opera di artigianato che prodotto in serie. Un’altra zia le ha detto che sua sorella era bravissssssima a cucire vestitini. Solo doveva lasciarglielo per farglielo su misura. Così ha fatto la zia di mia moglie. Qual gran sorpresa ha avuto quando le hanno scambiato il bimbo. Cioè le han dato il Niño, però era un muñeco vil, común y corriente. La conferma era che il suo, quello bello, aveva le mutande blu (GIURO). Hai capito? La grandissima figlia di puttana si è rubata il bambinello Gesù della zia di mia moglie. Sono sicuro che se c’è un inferno, le stanno tenendo una poltrona riservata, alla grandissima bastarda mentecatta.

E con questo chiudo. Vi lascio la classica carrellata di memes per sdrammatizzare. Buone feste, vi voglio bene. A meno che rubiate bambolotti di gesso altrui.

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El Centro Ceremonial Otomí

Approfittando delle quasi vacanze prima di Natale abbiamo visitato il centro cerimoniale Otomí, un sito che si trova a un’oretta da dove abitiamo. Sinceramente, non ne avevo mai sentito parlare prima di traslocare qui. Il centro si trova a Temoaya, in un’area boscosa bellissima, con il tipico bosco di montagna, siamo infatti a 3200 metri. Ma partiamo dall’inizio, cosa sono gli Otomí? Sono dei tipici salami locali. NOESCIERTOOOOO, è un gruppo etnico che si incontra sparso in vari stati messicani e che parla una lingua propria, l’otomì (grazie al cazzo, non parlano svedese).

Il centro cerimoniale sembra ben fatto, e ha tutto l’aspetto di un’area archeologica coi controcazzi, guardate:

E invece no. Tanto per farvi un esempio, la zona industriale di Breganze (Vi) è più antica del centro cerimoniale. Quest’ultimo è stato costruito nel 1980. Via pietra, lavori forzati e decenni di costruzione, fate largo a colate di cemento e tir carichi di materiale industriale.

In sé il sito è bello, ti fa sentire come quando visiti una zona archeologica reale, ma ti lascia l’amaro in bocca sapere che è tutto nuovo, scimmiottare l’antico sembra più un tentativo di conquistarsi il favore degli indigenisti più che degli indigeni. Comunque, è pieno di simbolismi: il mega mosaico che ti accoglie all’entrata ha uno stile simile a quello della biblioteca dell’Unam.

Dietro questa collina c’è una piazza che è il cuore di tutto il centro cerimoniale, circondata da serpenti colonne (52, come gli anni di un ciclo nel calendario azteca o le settimane attuali in un anno), 12 coni che rappresentano i 12 mesi (e fin qui tutto bene), le lumache (???) e la musica (ya sé, fumadísimo). Al di sopra di tutto una grande scultura che rappresenta il sole.

Nel centro si fanno dei rituali periodicamente, ogni mese la prima domenica, in marzo e per il 31/12 e il 1/1 (sole vecchio e sole nuovo). C’è anche un museo ma è estremamente chafa, con delle punte di freccia e vasi che sembrano reperti ma senza nessuna spiegazione e dei manichini che dovrebbero rappresentare l’otomí indigeno, la sua produzione materiale, tessile e culturale. Dovrebbero chiedere in prestito dei reperti archeologici reali per dare senso al museo o chiuderlo direttamente. Tutto intorno i giardini e il parco sono ben curati, bellissimi, e mentre aspettavo che una parte della famiglia salisse a vedere la statua del sole mi sono fermato alcuni minuti ad osservare il bosco, era da mesi che non vedevo un panorama del genere, davvero incantevole. Ciononostante quando vedi la costruzione ti lascia la sensazione che ti danno i monumenti sovietici, giganti dai piedi d’argilla. Tanto per fare un esempio, tutti i serpenti non sono di pietra, sono vuoti.

Ciliegina sulla torta, il signore che faceva la parte del sacerdote-brujo con un gruppo di turisti. È partito chiedendo se la gente sentiva l’energia del posto, poi ha chiamato una ragazza del pubblico e le ha chiesto il suo stato di salute (ingatumadre pinche metiche) e con le bacchette da rabdomante tipiche della cultura Otomí (ma quando mai) le ha confermato che sta bene. Mancia guadagnatissima. Poi ha continuato lanciando grida che il pubblico doveva ripetere mentre facevano il giro della piazza in stile trenino di programma trash di Canale 5. Cosa non si sa fa per una mancia di 50 pesos.

In totale, il sito merita sicuramente un giro, la monumentalità e la natura attorno sono mozzafiato, il posto è bellissimo e il cibo offerto nell’area è buono e abbondante, ma se cercate la storia e l’archeologia, non la troverete.

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Passeggiando per l’Estado

Se leggete il blog da tempo saprete sicuramente che mi piace molto camminare. Faccio delle lunghe passeggiate urbane (in montagna sono una mezzasega) di varie ore. Originalmente l’obbiettivo era qualche posto particolare come la Villa ma ora mi scelgo come obbiettivi qualsiasi cosa, paesini, una chiesa, un bar. Avendo traslocato ho perso un po’ i punti di riferimento quindi avevo bisogno di esplorare un po’ per calcolare le distanze. 

Un mese fa (o tre settimane? Non ricordo) sono andato a Metepec camminando. Appena passato il centro di Lerma si passa per una zona culerissima contraddistinta da ponti pieni di spazzatura, un’area agricola-industriale che sembra perfetta per scaricare corpi, il fiume Lerma super puzzoso. Da lì si arriva ad un incrocio super trafficato e si può decidere se proseguire verso Toluca o girare a sud in direzione Metepec. Ho quindi girato a sud. La strada è completamente dritta quindi basterebbe seguirla, se non fosse che ad un certo punto viene tagliata da dei canali che dividono la carreggiata e che in Google Maps non esistono, comunque basta attraversare 500 metri più in là per poi tornare indietro e riprendere la spada di asfalto che porta a Metepec. L’ambiente cambia rapidamente, zona povera, zona meno povera, zona figa, svariati motel. Si arriva poi all’aperta campagna, bellissima. Alcuni paesaggi sembravano quelli di casa mia. Tutto molto facile, fatto colazione e richiesto il Didi per tornare indietro.

Ieri invece ho fatto Toluca. Il cammino verso Toluca ha la “fortuna” di essere il viale delle industrie, ben segnalato e sempre abbastanza trafficato, anche di domenica mattina. Fortuna perché ti dà l’idea che uno che ti vuole ammazzare magari non lo fa al lato dei tir che sfrecciano, ma la parte negativa è che sembra di percorrere due tre ore di aree industriali come quelle che ci sono in quasi tutte le città del Nord Italia. Al lato sinistro della strada c’è una pista ciclabile che arriva fino a Toluca, ma a tratti scompare, interrotta dalle rotaie (passano i treni merci) o ingoiata dal nulla per poi ricomparire duecento metri più avanti. Immagino che farla in bici non deve essere proprio comodissimo.

Lungo l’autostrada ci sono delle sculture più o meno belle.

Quella che più sorprende è la scultura a Hack, che era uno dei politici più importanti del partito PRI ed è stato governatore dello Stato del Messico ma che è famoso anche per le sue relazioni con la mafia.

Comunque, sono arrivato a Toluca in tre ore e mezza, e come obbiettivo avevo un bar fighetto che mi ha segnalato un’amica, chiamato Lusso bar (così, in italiano, per farvi immaginare il livello di cagoni). Una cosa che ho notato è che quando sei da solo tutti ti parlano o cercano di attaccare bottone. Bello, la prossima volta andrò in un’altra direzione, anche se Silvia mi dice che in dicembre è stagione di rapine perché la gente sta ricevendo la tredicesima. Magari aspetterò fino a gennaio.

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Metepec pueblo fresa

Sabato scorso sono andato a conoscere due studenti a Metepec. Da quando siamo in pandemia ho sempre avuto studenti muovi ma più della metà non li conosco di persona quindi ora che sono in questa zona ho voglia di conoscere quelli che risultano più vicino e quelli che non mi stanno sul cazzo.

Così, abbiamo fatto serata alternativa. Lavorando da lunedì a sabato non ho mai voglia di uscire ma il Didi (rivale dell’Uber) aiuta a darti la spinta per uscire di casa senza sentire l’ansia di dover prendere la macchina. Arrivati quando ancora il sole era alto, ne abbiamo approfittato per girare per il paese prima dell’arrivo degli amici.

Metepec è un pueblo fresón, gioiello alla corona della valle di Toluca. Come tutti i paesini del Messico è stato fondato nel cinquecento e rotti, stavolta fai francescani, su un precedente insediamento precolombiano. Ha delle belle chiese, il centro è tenuto bene e mi ha dato la sensazione di stare camminando per Coyoacan. Dal 2012 ha vinto il titolo di pueblo magico, una sorta di programma di promozione turistica simile all’italico Borghi d’Italia. Vicino a casa mia a Vicenza uno dei pueblos mágicos era Asolo. Con i soldi che arrivano dal governo si mantiene pulita e brillante l’immagine del paese e si promuove il turismo.

I turisti sono tutti locali, ma più che turisti potremmo chiamarli gente che va a passeggio. La città infatti si riempie di gente appena scende l’oscurità. Una sequenza di ristoranti, bar, discoteche e osterie che fanno contenti tutti. Noi che siamo un po’ più ruspanti ci siamo lanciati nel mercatino di garnachas con i classici tacos, quesadillas, pozole, pambazos. Sbavate pure.

Usciti da lì siamo andati in uno dei posti più belli della nazione, il bar Dos de abril. È un osteria di quelle vecchio stile, piena di murales all’interno, con le porte che si aprono stile saloon dei film spaghetti western. Dentro, la signora che serve è la stessa che ha fondato il bar. Piatto forte, anzi chupe forte è la garañona, un liquore digestivo a base di erbe, forte è buonissimo.

È verde e si può bere in bicchierini o farlo come cocktail, allungandolo e annacquandolo con altri ingredienti. Si può addirittura comprare la bottiglia. Tutto molto economico, 30 pesos il bicchiere o 170 la bottiglia. Spettacolare. C’ero già stato molto tempo fa ma l’avevo scordato.

Anche questo posto va visitato, soprattutto se gironzolate vicino a Toluca.

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