19 settembre 1985-2017

Avevo già scritto un articolo per oggi ma come è già capitato altre volte, la cronaca mi ha sorpassato. Ieri era l’anniversario del mega terremoto dell’85. Da vari anni, in questa ricorrenza si effettua una simulazione di evacuazione. Con calma, sorrisi, gente pacifica che è contenta di perdere almeno 30 minuti di lavoro. Due ore dopo, all’una, io finisco una lezione al piano 12, scendo al lobby dell’edificio e prendo la sala dove avrò la prossima lezione. Arriva il primo studente e cominciamo a chiacchierare, aspettando gli altri due. E in quel momento, sento un po’ di vertigine e gli dico che sta tremando la terra quindi con passo spedito ci avviamo verso l’uscita. Normalmente per rassicurarmi che sia un terremoto sempre guardo verso l’alto, i lampadari o le insegne che ballano. Stavolta non è stato necessario, perché il rumore era molto forte. Le tende sbattevano contro i vetri, le bandiere contro gli edifici. Verso la porta a vetri rotatoria, tutto stava suonando, probabilmente era la porta stessa che si muoveva nel poco spazio disponibile fra i ganci e le altre uscite a vetri. Ho preso bene il ritmo e sono riuscito ad uscire, perché potete ben immaginarvi che una porta rotatoria a vetri può trasformarsi in una trappola in caso di panico, o puoi terminare ferito. Effettivamente, non so perché gli stupidi poliziotti di sicurezza non abbiano reso subito disponibili alternative per correre fuori. Inutili. Subito fuori si ascolta chiaramente l’allarme sismico. 

Cominciamo ad aspettare. In quel momento vedo correre anche mia moglie che sembra avesse appena finito di pranzare alla mensa aziendale. Rimaniamo fuori aspettando il da farsi. Passano i minuti e la situazione si calma ma l’edificio ha un’emorragia di ingegneri e continuano ad uscire. Per regola, tutta la gente che è sopra il piano due non può uscire, deve rimanere lì finché riceverà il via libera. Ora, immaginate chi era al piano sedici. Più sei in alto, più l’edificio ballerà in maniera violenta. Mio cognato era al piano venti del suo edificio e dice che è stato orribile. Passati quaranta minuti, alcune persone cercano già di andarsene ma nella parte dove le macchine hanno la precedenza, ci sono centinaia di impiegati da tutti gli altri edifici, e non possono andare via. Quando sono ormai passati trenta minuti, mi arrischio a rientrare perché avevo lasciato sul tavolo tutte le mie cose, e pure lo studente deve riprendere i suoi libri. Infatti, l’occasione fa l’uomo ladro. Va bene che la sicurezza è la priorità, ma ricordate che siamo circondati da avvoltoi che alla prima occasione si rivelano, e alcuni sono in giacca e cravatta. Con lo studente corro dentro e mi infilo nella sala, nessun poliziotto mi ferma (altro PESSIMO segnale a dimostrare la loro incapacità) raccolgo in fretta i miei averi e ne usciamo. Aspettiamo, aspettiamo e la situazione si rivela abbastanza grave, perciò dicono di terminare lì la giornata lavorativa e tornarcene a casa perché gli ispettori alla sicurezza dovevano verificare le condizioni dell’edificio. Mi si avvicina un ex studente che vive poco lontano da me e mi chiede un passaggio, allora presa la macchina ci avviamo al ritorno. Il viaggio è lungo perché c’è molto traffico, le scuole stanno facendo uscire tutti, gli impiegati pure, e tanta gente è per strada aspettando il da farsi. Ogni ponte che prendiamo sentiamo un po’ di nervoso perché siamo preoccupati della sua stabilità, ma tutto va bene. A casa, trovo che non c’è più la luce e varie cose sono cadute, tazze rovesciate, lo specchio del bagno è sul lavandino, cappelli, libri, bottiglie di plastica. Cazzo, è stato proprio forte. Un cane “se cagò” dalla paura. Controlliamo rapidamente la struttura e vedo che solo ci sono crepe nell’intonaco. Allora cominciamo a comunicarci con tutti. Sì perché una cosa che va detta è che subito dopo una gran emergenza, la cosa più necessaria (le comunicazioni) va in tilt. Le chiamate e i messaggi vanno a scatti o si interrompono all’improvviso, creando ancor più panico in chi sta cercando di avere notizie dai familiari. Dopo un’ora, torna la luce e con quello possiamo collegarci e sapere molte più informazioni. È stato un terremoto del 7.1, quindi “non apocalittico” dal punto di vista messicano. Poche settimane fa se ricordate ne abbiamo avuto un altro, che ha colpito Oaxaca e la penisola di Yucatàn ed era di più di otto gradi. La differenza è che stavolta era più vicino, l’epicentro era fra Morelos e Puebla e questo ha fatto sentire molto forte le scosse nella vicina capitale. Per lo stesso motivo, l’allarme sismico è stato “inutile”. Vi spiego come funziona: mettete che c’è un terremoto in Guerrero o Yucatàn. Mentre quelle zone sono flagellate dal sisma, parte subito l’allarme alle regioni vicine. Scattano le sirene negli Stati confinanti, e il terremoto vi si avvicina. Quando arriva un terremoto in Guerrero, hai tipo 30 secondi di tempo per uscire se vivi nella capitale. Sono moltissimi, se sei già al primo piano. Quando arriva nella zona di Puebla, i secondi sono molti meno e a volte l’allarme suona quando il terremoto si sta già sentendo. 

Alla fine, abbiamo le notizie ufficiali, sono caduti vari edifici fra cui alcune scuole, un supermercato e varie chiese. Ragazzi, va benissimo essere religiosi, ma porca troia, se sta tremando la terra, non cadete in ginocchio per pregare più intensamente se siete dentro una chiesa, correte fuori, o verrete schiacciati dall’edificio stesso, come è successo vicino a Cholula. Durante la notte sono continuati i soccorsi perché la gente da sotto le macerie stava mandando messaggi col cellulare. Altra cosa che va tenuta in conto durante le emergenze sono gli sciacalli. Sono state riportate varie persone che derubavano i pedoni in alcune vie della città, e altre persone si fingevano della protezione civile e con la scusa di “verificare l’edificio” si facevano aprire la porta per derubare gli ingenui. Quando ancora sei nervoso o in panico, si abbassano le difese e stupidate come queste possono diventare pericoli reali, d’altronde ci sarà sempre qualcuno che nel dolore e nel fango ci grufola perché di quello è fatta la sua anima. 

Per ora il numero dei morti è di 216, anche se saprete bene che il numero crescerà nei prossimi giorni. In ogni caso, vista la zona conurbata colpita, sono “pochi”. Questo perché la maggior parte degli edifici sono a prova di sismo e la gente è comunque preparata, ogni gruppo di impiegati ha un “brigadista”, un ragazzo che si prepara e che diventa un leader temporaneo quando c’è un incendio o un mooooooooolto più frequente terremoto e dirige l’operazione di salvataggio e controllo. Perciò, è andata relativamente bene!

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A zonzo, il Nevado e Metepec

Periodicamente mi trovo con un gruppo di amici per fare delle camminate lunghe, intendo sui 30 km. Stavolta, complice un altro ragazzo di Toluca che in teoria doveva venire (e che invece ha paccato) abbiamo deciso di realizzare il tragitto in zona Edomex. Un bellunese di Toluca (ebbene sì, possono esistere anche queste creature mitologiche) ci ha consigliato di provare il monte Nevado, un vulcano spento con delle lagune nel cratere ormai freddo. Io sono checca quindi vedendo il meteo che prevedeva piogge di intensità crescente col passare delle ore, ho consigliato di annullare o trasformare il tutto in qualcosa molto più borghese. Però NOOO, puros machines quindi alla fine abbiamo realizzato il giro. Il gruppo era composto da un poblano godinez, il sopracitato bellunese toluqueño, un furlan-siciliano di Xochimilco e il sottoscritto, un magnagati del Desierto de los leones. La compagnia dell’anello in confronto erano quattro amici al bar. 

Così, siamo partiti prestissimo con la pioggerellina a darci il benvenuto. Avvicinandoci al vulcano effettivamente la pioggia ha smesso di cadere ed è stata sostituita da un nebbione fitto, che probabilmente era fatto da vere e proprie nuvole dato che stavamo salendo di quota. Il monte raggiunge infatti la (‘uta madre) altezza di 4600 metri. 


Con la macchina guidata dall’ibrido furlano-siculo, siamo arrivati fino al punto più alto raggiungibile in auto. E c’era gente! Degli arditi che correvano nell’atmosfera di Silent Hill e degli atleti amatoriali pronti alla scalata. Jacopo il bellunese mi ha anche passato delle racchette da camminata per aiutarmi dato che mi hanno operato da poco un’ernia e non volevo che esplodesse in alta quota. Sai che bello. Ignorando il freddo, siamo partiti. In poco tempo (credo meno di mezz’ora!) abbiamo raggiunto il bordo del cratere. Teoricamente da lì si poteva già aver una vista splendida, peccato che il clima ci dava solo un muro grigio e spesso di nebbia. Allora abbiamo cominciato la discesa verso il cratere per raggiungere i due laghetti. Però, la prima parte della discesa ha un leggero grado di pendenza, e lì riappare il mio lato checca. Per chi non mi conosce bene, io ho un panico stupido e innecessario per le discese. Scale o sentieri, montagne russe, tutto quello che va in giù. Ho scoperto che si chiama climacofobia ma questo non mi restituisce dignità, quindi posso solo dire sono patetico perché ho la climacofobia. Quindi, con racchette e tutto, mi sono bloccato, e ho deciso di rimanere sul bordo del cratere invece di scendere.


 Gli altri tre han potuto continuare il tragitto mentre io osservavo la fauna alpinista locale. Ho scritto bene, alpinista, non alpina. Vari gruppetti sono arrivati e mi hanno trovato imbacuccato e orgoglioso del mio poncho impermeabile. Prendendomi per una guida locale o per un segnale vivente, mi facevano domande riguardo alla distanza che manca, alla “vista che non si vede”, al grado di difficoltà. Con enorme grazia, davo le informazioni che Jacopo ci aveva comunicato mentre arrivavamo sul posto. Potevo quasi chiedere dieci pesos a risposta. Ho visto di tutto, un gruppo di statunitensi con una Polaroid, un allenatore spagnolo che istigava a correre un cicciottello messicano, famiglie senza nessuna preparazione che raggiungevano il cratere per poi tornare subito al campo base, rinunciando ai laghi, arzilli vecchietti che sono tre volte più agili di me, ragazzini che salgono sul monte portandosi dietro (e coprendosi con) una coperta, come Linus. Periodicamente ripartiva la pioggerellina ma con l’impermeabile mi faceva “lo que el viento le hace a Juárez”.
Al ritorno dei prodi, cominciamo la discesa e presto siamo in macchina a riscaldarci mentre torniamo alla civiltà. Per rifocillarci andiamo verso Metepec, un pueblo magico. Sapete che l’Italia ha i Borghi? Sono cittadine scelte per la loro bellezza architettonica e il grado di conservazione (tipo Asolo). Be’, la versione messicana si chiama appunto pueblos magicos e ricevono finanziamenti federali per mantenersi belli, coloriti e puliti. A volte la colorazione eccessiva dà un po’ l’idea di pacchiano o di essere in un parco a tema, ma credo sia inevitabile. Diciamo che Metepec in alcune parti somiglia a Coyoacan ed è specializzata in artigianato del barro. Siamo andati in una cantina (taverna o osteria) gestita da una donna minuscola con una folla di clienti in attesa. Noi abbiamo avuto la botta di culo di entrare in un momento di calma e abbiamo provato il liquore locale, la garañona. Il sapore è come di limoncello. Buono! 


Più tardi abbiamo mandato in vacca l’italianità e la mascolinità provando una bibita fatta di vino rosso e birra scura, stranamente gustosa. Abbiamo finito il giorno in direzione Toluca, ma vi parlerò di questa città un’altra volta.

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“Odio la musica spagnola!” Bene ma non è spagnola

Piccola puntualizzazione, approfittando dell’arrivo di settembre e la fine dell’estate mentale italiana. In questo articulo parlerò di molte canzoni, e le citerò per nome, se non avete idea di cosa stia dicendo vi consiglio di cercarle su YouTube, tante volte il ritmo è conosciutissimo anche se a nessuno gliene frega un cacahuate di sapere come si chiamano.  

Tuuuutte le estati, per chi non lo sapesse, avviene l’apertura della diga atlantica. La diga è quella che divide la musica del continente latino dall’Europa. Bene, con l’arrivo del primo caldo, una marea di reggaetoneros si riversa sul vecchio continente. Questo fenomeno si svolge puntuale e temuto già da parecchi anni, e con il finire del caldo la diga comincia lentamente il processo di chiusura. Per questa ragione gli italiani sono ormai abituati a collegare musica da spiaggia con musica latina. Ma qui c’è un cortocircuito che vorrei cercare di evitare: non è “musica spagnola” né di cantanti spagnoli. Vari meme possono mostrare agli ignari messicani italofoni questo tipo di errore. 

Cerchiamo di spiegarne il motivo. Per la maggior parte degli italiani, ascoltare qualcuno parlare spagnolo lo identifica automaticamente con la penisola iberica. Poco importa che ci siano milioni e milioni di persone (approssimativamente 600) che vivono in questo continente, parlano spagnolo e che non hanno nulla a che fare con la Spagna. Aggiungete a questo una valanga di ignoranza nel Belpaese e il gioco è fatto. Per carità, l’ignoranza è qualcosa di terribile ad ogni latitudine e longitudine, ma il nostro paese ne è il campione (vedi statistiche sull’analfabetismo di ritorno e analfabetismo funzionale, sono da rabbrividire). 
Allora, facciamo un po’ di chiarezza. Possibilmente una delle primissime bombe latine arrivate in Italia è stata la Macarena. 

Come dimenticarla? Se ancora oggi c’è gente che ne ricorda i passi. Be’, gli autori sono effettivamente spagnoli. Poi arriva La camisa Negra di Juanes, colombiano. Altra bomba (stavolta bella, mi è piaciuta un sacco) è stato Bonito di Jarabe de Palo. Barcellona, Spagna un’altra volta. 

In quegli anni arrivano altri mostri sacri della musica latina, Ricky Martin (Portorico, America centrale) e Shakira (Colombia, America del Sud, anche se in Italia arriva la versione che canta inglese e poche scarne frasi in spagnolo). Poi le tre gatte morte di Asereje (Spagna). Arriviamo alla canzone Gasolina (sì che l’avete già ascoltata, non fate i güey) di Daddy Yankee, Portorico. 

È questo l’inizio della fine perché sdogana il Reggaeton in Italia. Altro genere (falsamente si considera di musica in inglese) è quello che porterà Pitbull, che è statunitense di origine cubana e che parla e canta come pocho (i latini negli USA che parlano una lingua ibrida inglese-spagnola). Mio dio, mi sono appena reso conto che sono un pocho italiano. Da lì in poi i cantanti latini che avranno più successo nelle spiagge dello Stivale sono quasi tutti del continente americano, e con la Colombia e il Portorico come epicentro, vedi gli ultimi Maluma e Luis Fonsi (Despacito). Mi sa che dal Messico è arrivata solo Paulina Rubio con Y yo sigo aquí. 

L’unico che resiste tenacemente e che sì è spagnolo è Enrique Iglesias. Perciò, la prossima volta che volete parlare delle “canzoni dell’estate”, è meglio se dite “Odio la musica latina” invece di “Odio la musica spagnola”.

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La Casa de los azulejos, un palazzo di maiolica azzurra

Al centro di Città del Messico c’è un edificio davvero straordinario che per vostra fortuna è stato trasformato in un ristorante economico. Parlo chiaramente del Samborn’s de los azulejos. È facilissimo da trovare, dal Zocalo dovete percorrere Calle Madero, una via pedonale sempre affollatissima, che alla fine sfocia all’Alameda dove troverete quattro punti turistici importanti: l’alameda stessa, il palazzo di Bellas Artes, la Torre latino americana e, appunto, il Palacio de los azulejos o Casa de los azulejos.

Il nome attuale deriva dalla caratteristica di essere completamente ricoperto da ceramica blu, la famosa (qui in Messico) talavera poblana. Questo tipo di produzione artigianale è tipica dell’area di Puebla per le argille lì presenti e per fare questa maiolica usano delle tecniche derivate dalle tradizioni industriali cinesi, italiane, indigene e spagnole. Se visitate un qualsiasi museo di storia in Messico, ne troverete a quintali, e somigliamo alle ceramiche cinesi o a quelle di Capodimonte. Non a caso!
Dicevo, il palazzo è ricoperto da queste maioliche ed è bellissimo. La fondazione data al primo secolo di storia messicana, ma la sua forma attuale la prende nel Settecento. In origine era chiaramente la casa di una famiglia nobile, ma col passare delle vicissitudini e sconvolgimenti politici messicani, passa ad essere la sede di un club per soli gentiluomini di epoca porfiriana (no, non era un locale per spogliarelliste, ho controllato), la sede della Casa dell’Operaio e infine la sede principale dei ristoranti Samborn’s. E questa è la migliore notizia per il turista. I Samborn’s sono ristoranti di qualità medio-alta e di prezzo abbordabilissimo, del tipo che un pranzo vi può costare 12-20 euro. Quindi, una volta che siete davanti al palazzo, approfittatene per mangiarci dentro, o almeno prendere un caffè e così potete ammirarne anche gli interni. 

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Troverete un’architettura barocca e vari murales, fra cui uno di Orozco. 

Lo sfavillare del ristorante vi spaventerà perché avrete paura della fregatura al momento di pagare il conto, però ve l’assicuro, state per pagare proprio quello che è nel menù. 

Io collego questo palazzo al primissimo giorno in Messico, infatti appena uscito dal metro Zocalo ci siamo diretti lungo calle Madero per fare colazione in questo ristorante. Al momento di fare l’album delle foto di matrimonio, abbiamo avuto una parentesi vandalica, perché la fotografa ci chiese di arrampicarci sulle finestre esterne del palazzo. Ci sono delle inferriate, siamo saliti usando quelle, non pensate che abbiamo usato piccone e corda, altrimenti avrei dato una picconata in testa alla fotografa, pur di non rischiare di provocare danni a un edificio storico. Sono un fifone e per quanto la fotografa insistesse con “Guardala con amore tenero” l’unica cosa che pensavo era “Porcaputtanaladra e come faccio a scendere? E se escono e ci beccano?” e il tutto traspare dall’espressione che avevo. A parte questo, il palazzo è proprio bellino. 

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La Biblioteca Vasconcelos

Il nord di Città del Messico è una zona che di solito viene schifata dal turismo nazionale e di massa. Ed effettivamente, di ragioni ce ne sono abbastanza. La zona è decisamente bruttina, e dal punto di vista culturale o museale non ha grandissima offerta. Di parco c’è il Bosque de Aragon, cugino snobbato del più celebre Chapultepec. Enorme eccezione che conferma la regola è il mega centro religioso della Villa, polo di attrazione di milioni di pellegrini ogni anno. Ma si sa che il turismo religioso segue delle regole che non sempre rispettano quelle del turismo storico o culturale. 

Nel mio primo anno di permanenza qui, ho però scoperto un gioiello che mi ha lasciato a bocca aperta. Complice il fatto che lavoravo nel nord cinque giorni alla settimana, che avevo 5 ore libere a metà della giornata e che le mie entrate economiche erano decisamente umili, mi sono messo alla ricerca di una biblioteca, e con il passaparola mi hanno suggerito la Vasconcelos. È veramente bellissima. 

La biblioteca Vasconcelos è decisamente recente, infatti è stata inaugurata nel 2006. Poi ha subito avuto problemi strutturali ed è stata chiusa, riparata e riaperta mesi dopo. In seguito a questa inaugurazione a singhiozzo, si è subito mostrata come un colosso della biblioteconomia: può contenere fino a due milioni di volumi, è predisposta per essere visitata da 5000 persone e ha un parcheggio con più di 300 posti auto. In realtà la maggior parte dei visitatori ci arriva in trasporto pubblico dato che si trova proprio di fronte alla mega stazione di Buenavista, che collega tre differenti sistemi pubblici: il metro, il metrobus e il treno che va in direzione dello Stato del Messico. 

È una biblioteca sorprendentemente luminosa, questo perché il tetto e le pareti sono tutte trasparenti, perciò visitarla durante il giorno è un piacere. È situata su 4 piani, aperti nella fascia centrale della biblioteca. Cioè, se passeggi nel corridoio che l’attraversa, puoi vedere i laterali degli scaffali. Tutto è chiaramente classificato secondo Dewey, il metodo di classificazione dei libri più diffuso a livello mondiale. E qui arriva il bello: se tu guardi verso l’alto, nel lato esterno di ogni libreria è indicato il codice numerico che classifica il suo contenuto! Praticamente è come un’enorme libreria organizzata in verticale! Magari per voi non è niente di che ma per me è una figata. 

Possiamo aggiungere che al centro del corridoio centrale hanno messo una riproduzione di scheletro di balena, giusto per mantenere le cose tutte in proporzione.

Il prestito e la restituzione dei libri possono avvenire tramite un bibliotecario o in maniera automatizzata con lettura di codici e apertura di scaffali metallici dove ridare il libro. 
Perciò, se avete più di 3 giorni da passare qui, un salto ve lo suggerisco di sicuro. 

PS: Tra l’altro, messicando è la pagina su Instagram, se volete seguirla.

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Chiles en nogada, un’altra “roba strana” del Messico

Ferragosto è passato incolume in Messico. Dico incolume perché non voglio dire inosservato, ma qui è una data che non si celebra. Certo, i messicani sanno che il quindici è il giorno dell’assunzione (bueno, almeno i messicani mojigatos) ma non ha nessun tipo di riscontro civile o di pausa lavorativa. Tanto per dire, passi i giorni in maglione, questo per farvi capire quanto anche climaticamente siamo proprio differenti. In compenso si avvicinano le feste patrie e con esse alcuni piatti che diventano più frequenti. È proprio di uno di questi che oggi voglio scrivere, il chile en nogada.

La cucina messicana è qualcosa di…”sperimentale”, che mescola con sadismo…perdon, con piacere, dolce, salato e piccante, rendendo quasi inutili queste categorie. Come cazzo fai a chiamare dolce il pulparindo? È una roba con tamarindo, un po’ di zucchero, peperoncino, sale, chamoy. Il gusto totale è assurdo, ma può piacere. A me piace.

Il chile en nogada rientra in questa categoria di “sono quel cazzo che voglio, alla faccia tua, bastardo europeo che vuoi classificare tutto con le tue categorie settecentesche, gnegnegne cicca cicca” (leggete con tono infantile e fastidioso). Come dice il nome, la base del piatto è un chile, nel caso specifico un chile poblano. È un “peperone” un po’ piccante. A questo si tolgono tutti i semi e si svuota, riducendone il piccante. A parte si prepara una sorta di…ragù, con carne macinata, uva passa, un tipo particolare di mela, un tipo particolare di pera, pesca, ananas, platano macho, pinoli, cipolla. Si riempie il chile poblano con questo ragù. Poi si crea una crema di noci (…en nogada), che si mette sul chile. Giusto perché “ci manca qualcosa”, sgranate un melograno e mettetene i chicchi sopra, con del prezzemolo. Fatto. Facilissssssimo, vero?nci sono differenti versioni, alcune più vicine alla tradizionale, altre più fantasiose, sembra che la cosa che più varia sia quali tipi di frutta si mettono nella salsa.

Come potete immaginare leggendone la preparazione, non è un piatto facile. Ci vuole impegno e masochismo per riuscire a fare bene il tutto, non è un piatto che tutte le famiglie messicane riescono a realizzare. Per di più, richiede frutta di stagione, quindi è più facile vederlo e incontrarlo proprio in questo periodo, luglio agosto e settembre. È caro, per via delle noci fresche. Personalmente, mi piace ma non ci vado matto, però se me ne regalano uno sono contento!

Ora andiamo all’origine. Il chile en nogada ha la stessa funzione patriottica che ha la pizza margherita in Italia. Per chi non lo sapesse, originalmente la pizza era un disco di pasta con salsa di pomodoro, e a volte poche varianti come erbe. Quando la famiglia reale Savoia venne in visita a Napoli e si fermò nella più famosa pizzeria dell’epoca, il pizzaiolo creò la margherita aggiungendoci mozzarella e un po’ di foglie di basilico, in onore alla Regina Margherita di Savoia che stava visitando il suo locale. Il risultato voluto era creare un piatto con i colori nazionali. Bianco rosso e verde. Come effetto collaterale, il piatto era incredibilmente più buono. Lo stesso è successo al chile en nogada. Agustin de Iturbide (figura importantissima della storia del Messico indipendente e per un certo periodo imperatore dello stesso) stava tornando a Città del Messico, passando per Puebla. Era il 28 agosto 1821, San Agustin, quindi era l’onomastico di questo politico. Per festeggiarlo e in clima patriottico, le monache Agostine del convento di Santa Monica, crearono questo piatto. Iturbide aveva paura di essere avvelenato, ma ha apprezzato moltissimo questa creazione, diventata presto uno dei piatti nazionali celebri di Puebla. 
(Foto da internet)

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Pinche…!

Artículo interamente dedicato a una delle in parole preferite dello spagnolo messicano. Pinche.
Lo spagnolo parlato in Messico è pienissimo di termini che usano il suono Ch (in italiano è quello tipo cia c’è ci ciò ciu). In un primo momento questo mi confondeva. I primi giorni passati in questo paese ho accompagnato la mia ragazza in un progetto di lavoro e mentre lei discuteva con un collega riguardo ad alcune proposte da fare io leggevo. Be’, una delle frasi che più ricordo di quel primo periodo è “No manches Chivis! Ese pinche chamaco quiere chamba o que?” cioè “Porca vacca Silvia, quel pischello vuole lavorare o che?”. Ecco. 
Ben presto ho potuto padroneggiare la parola pinche e usarla con tutto il suo potere. Ogni volta che ti stanchi, ti dà fastidio qualcosa, vuoi maledire ma senza esagerare, eccola pronta. Pinche lunes. Pinche autista che guida come un animale. Pinche studente che mi dà appuntamento e non arriva. Pinche paese, con la gente che butta i rifiuti dal finestrino. Pinche cellulare che si blocca quando devo chiamare. Pinche grappa che è già finita (da sola?). Pinche acqua che non si scalda. Pinche gas.

Se proprio proprio vogliamo essere precisi, Pinche ha pure un significato suo legittimo ed è l’aiutante di cucina, il tuttofare. Perciò, il cuoco chiede al suo Pinche di pelare le patate. 

Alla lezione di francese del lunedì, stavamo scherzando sul fatto che la parola Pinche sarebbe utile pure in quella lingua. Ridendo e scherzando, abbiamo pronunciato Pinche alla francese. Uno studente ha sfoderato Google…e risulta che avevamo ragione. Pinche può derivare dal francese!

Pinché est un nom vernaculaire ambigu en français. Un pinché peut désigner plusieurs espèces de singes du nouveau monde du genre Saguinus qui incluent également des Tamarins. Les tamarins fréquentent la forêt humide tropicale de plaine alors que les pinchés d’Amérique centrale sont des hôtes réguliers de la forêt sèche.




 Significa scimmia in quella lingua e denotava proprio dei primati del continente americano. Come in tante lingue, scimmia è dispregiativo perciò credo sia abbastanza facile prevedere come il termine francese sia passato allo spagnolo messicano, probabilmente sempre nel periodo culturale fecondissimo dell’intervención francesa. Sti giorni sto cercando di imparare un po’ di portoghese e ho scoperto che scimmia si dice macaco in quella lingua. Subito ho pensato a come noi veneti usiamo quel termine proprio per indicare un tonto. Wow, il ciclo si chiude. 

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