Una serie di sfortunati eventi

Piccolo capitolo di sfighe quotidiane. Come altre volte in cui il tema principale è il chisme, se volete un articolo sulla cultura civiltà cucina o storia del Messico, ci vediamo la settimana prossima, se invece volete solo essere sadici potete tranquillamente continuare con la lettura.


Dicevamo, stavo per descrivere un giorno particolarmente sfigato. Nel caso attuale, è stato un venerdì. Per una misteriosa combinazione astrale, avevo le prime tre ore della giornata libere. Se considerate che mi sveglio alle cinque, potete calcolare quando era la prima lezione. Ne approfitto per avanzare un po’ con Civilization, un videogioco che è già una mania da più di dieci anni. Quindi, mi programmo qualche ora di gioco in vestaglia e pigiama. Mia moglie uscendo di casa non riesce a trovare il suo mazzo di chiavi, quindi prende le chiavi di sicurezza che sono vicino alla porta (NOTA BENE). Dopo un po’ di tempo il sole decide di alzarsi ma non voglio aprire le tende, perché poi i cani si emozionano e abbaiano a ogni foglia che si muove. Passano i minuti e i cani cominciano a latrare in maniera furiosa. Muovo le tende e vedo che il cane del vicino sta pisciando su tutto, e ti credo che quelli miei non sono d’accordo. Poi comincia a scagazzare vicino alla mia macchina, e quello non mi va. Quasi quasi esco e richiamo il vicino…poi miracolo, eccolo che arriva! Normalmente se hace guey. Apro la finestra per avvisargli dove raccogliere la cacca, ma proprio in quel momento il suo cane comincia a rispondere ai miei. La cagnara non permette di farci capire, allora decido di avvicinarmi. Cerco le mie chiavi, non le trovo, prendo quelle di sicurezza…no, neppure. Corro il rischio, apro la porta e con la mano la mantengo aperta, ma quasi appoggiata. Finalmente riesco a parlare col vicino, ma i cani hanno cominciato a essere furibondi per quello spiraglio di libertà che gli permetteva di annusare senza uscire. Spingono con la testa per aprire ancora più la porta. Io spingo in risposta per mantenerla aperta, poi i cani smettono di fare da rinoceronti…e la porta si chiude. MERDA. Sono fuori in vestaglia e pigiama. Il vicino vede la mia espressione e gli confermo che mi sono appena chiuso fuori. Allora comincio ad analizzare le possibilità. Aspetto il ritorno di mia moglie. 10 ore. No. Vado in un caffè. In vestaglia per dieci ore. No.

Vado alla scuola, do lezione in pigiama, ci facciamo quattro risate. Cioè, arrivo e torno camminando e in bus? Senza soldi? Potreste sorprendervi per quando ho soppesato questa possibilità, ma se sapeste che sono abbastanza avaro…comunque, no. Tutto questo mi è costato solo pochi secondi, poi chiedo al vicino se per favore mi presta il cellulare. L’unico numero che so a memoria è quello di casa di mia suocera. Sono le sette, sicuramente sta dormendo…ni modo, Lazzaro alzati e cammina. Comincio a chiamare e continuo a farlo, alla quinta telefonata mi risponde, così comincia la frase assurda:

“Ciao, per favore mi sono chiuso fuori, sì, sì, per favore potrebbe chiamare mia moglie e dirle che deve chiamare la colf e dirle che per favore passi per aprirmi la porta? Sì, si, grazie. Sì, la colf ha le chiavi di casa. Se riesce, per favore richiami questo numero, è il cellulare del vicino, va bene? Sì, grazie, hasta luego, hasta luego”. Detto questo, ritorno verso casa. 

Passano un po’ di minuti e io sono fuori dalla porta di casa, aspettando se il vicino mi chiama per dirmi che gli è entrata una chiamata. I cani mi guardano da dentro casa (ho la porta a vetri). Che cazzo volete? Colpa vostra, ebeti. Poi, parte un ronzio. Controllo e vedo che sopra la tavola della cucina sta suonando il cellulare. È mia suocera. Porca troia, non ha capito. Suona, suona, tipo tre volte. Torno dal vicino, gli chiedo il telefono e la chiamo, risponde e mi dice che la colf sta per uscire per venire a “rescatarme”, usa proprio questo verbo, come se fossi un terremotato. Ringrazio ancora il vicino, e torno verso casa. Ricordo che il giorno prima si è cucinato qualcosa di fritto, e quando succede lasciamo sempre le finestre aperte…bingo! Le finestre hanno le inferriate ma riesco a spingere e a mettere dentro il braccio. I cani ne approfittano per leccare la mano. Ebeti. Escogito un piano alla Tom Cruise. Prendo la scopa che abbiamo fuori e cerco di usarla per spingere il chiavistello e aprire la porta. Faccio tipo venti tentativi, con un braccio solo per fare il tutto, do uno splendido spettacolo per i cani, che intanto continuano a osservarmi con grande interesse. Niente. Allora cerco almeno di prendere il cellulare che è sulla tavola. Escogito un altro piano. Con la scopa allontano una sedia dalla tavola, poi la posiziono dove sta il cellulare. In testa ho la musica di Macgyver. Tatatatatata, tata taaaa, tatata…fatto.

 Ora, devo far cadere il cellulare sulla sedia, poi avvicinare la sedia alla finestra e così raccoglierlo. Faccio cadere il cellulare che rimbalza sul cuscino della sedia e cade a terra. Pinche, pinchissima comodità deretanica. Niente. Comincio ad aver freddo e mi avvicino sconsolato alla macchina. Che fortuna, l’ho lasciata aperta! Così apro e entro. Dopo pochi minuti comincio a scaldarmi. Un’altra vicina esce di casa e cammina verso il portone. Io fingo di cercare qualcosa sul cruscotto, per evitarne lo sguardo. Già mi immagino le chiacchierate della tipa con il fidanzato: “il vicino era in pigiama in macchina. Staranno divorziando, credo che lei stia vincendo, poraccio, dorme in macchina. Ora gli lascio una scatoletta di tonno sul cofano, si sa mai”. 

Passa più di un’ora, non avendo proprio nulla da fare e non amando mangiarmi le unghie mi resta solo il tempo per pensare (sarebbe molto più di moda dire che meditavo ma io sono nato fuori moda) e l’unica epifania che ho è che sono un mona. Finalmente arriva la colf, apro, ringrazio, entro. I cani fanno festa, ‘sti disgraziati. Dieci minuti e sono pronto a partire per la lezione. Alla scuola si svolge un rituale buddista che si chiama puja, ne parlerò un’altra volta. 

La giornata prosegue normale. Finisco l’ultima lezione, e c’è un traffico terribile. Il checador mi dà una mano e comincia a farmi segni per uscire in strada, con la retro. Indietreggio, vedo che la macchina si ferma per lasciarmi passare…e mi scontro con quella davanti, che non era avanzata abbastanza, per colpa del traffico. MERDA (2). Niente, mi calmo. Parcheggio ancora, scende una signora dall’altra macchina e le dico subito che è meglio se chiamiamo le assicurazioni. La tipa acconsente, comincio a ravanare fra i documenti e trovo tutto, chiamo, comunico i dati, mi dicono di aspettare. Nel frattempo esce anche la studentessa che si avvicina alla signora con un’aria da complotto, poi torna da me. Dice che la signora sarebbe d’accordo di andarsene se gli do subito 200 euro. Tu puta madre, ti ho appena toccato la macchina. Non rispondo così, solo dico che ho già chiamato l’assicurazione. Tempo 30 minuti e mi arriva un tipo giovane e simpatico che mi mette subito a mio agio. Mi calma e mi dice che quel giorno stavano succedendo un sacco di incidenti e che gli arriva una chiamata ogni due minuti. Proprio in quel momento lo chiamano ma lui dice di essere già occupato con un cliente. Prende i dati, va dall’altro assicuratore che nel frattempo era arrivato, foto foto, firma, e mi dice che posso andarmene. Torno dalla signora e mi scuso del tempo che le ho fatto perdere, lei risponde molto civilmente, tutto molto bene, vedendo la situazione. Torno a casa e bevo due tequila per terminare la giornataccia. Ah, due giorni dopo faccio lavare la macchina e dove ho sbattuto non si vede proprio nulla. WINNER. 

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Occhio malocchio prezzemolo e nopales. 

Quello che oggi vi scriverò è la chiacchierata realmente accaduta fra me e la bidella della scuola. A volte le mie lezioni finiscono proprio quando lei finisce di lavorare. Lei torna a casa in bus e io devo andare in macchina a dare altre lezioni. Il percorso che faccio la avvicina un po’ a casa, quindi è già capitato varie volte che gli do un passaggio, così abbiamo più o meno dieci minuti per parlare. Quello che scrivo qui non ha l’obbiettivo di screditarla o burlarmi delle sue credenze, solo penso possa essere interessante mostrare quali sono i riti e i rimedi di una persona che in Messico si definisce “cattolica”. Per comodità chiaramente scrivo tutto in italiano!

Io: Come va? 

Lei: Bene dai, sto tempo finalmente si è calmato.

Io: Sì infatti.

Lei: Y usted profe?

Io: Bene, anche se ho avuto un periodo un po’ nero, ho perso due libri, ho graffiato la macchina…

Lei: mmm…

Io: E dopo l’operazione all’ernia, una ciste che il medico mi aveva aperto ha fatto infezione. 

Lei: Uff…

Io: Eh sì, ma adesso si è quasi sanata. 

Lei: Profe, ma non mi aveva detto che tempo fa le erano morte tutte le piante in casa?

Io: Sì sì, sono proprio pessimo. Pensa che sono morti anche due cactus! No manches, quelle piante sono eterne e in casa mia muoiono! Pensa che adesso non…

Lei: Potrebbe essere il mal de ojo (malocchio)

Io: Como??

Lei: Sì, se varie cose vanno male e pure le piante che ha intorno muoiono, è probabile che le abbiano lanciato il malocchio.

Io: …..

Lei: Però basta mettere dei fiocchi.

Io: Che?

Lei: Sì profe, mette dei fiocchi rossi alle piante, e questo le protegge, così non muoiono più. 

Io: Ah ok,…rossi?

Lei: Sì, sono i nastri che si comprano in cartoleria, ha presente? Quelli che poi si arricciano e li mette sui pacchi regalo.

Io: Ah! Quelli?

Lei: Sì! Così la prossima pianta non muore. E chiaro, darle acqua non farebbe male.

Io: Eh, ma mi sa che sono morte per troppa acqua. Le ho annegate.

Lei: Ah, quello, o il mal de ojo.

Io: Eh sì.

Lei: Però li metta i fiocchi, che quello non costa niente! E sono belli.

Io: Sì, hai ragione.

Immagine da internet, buon esempio no?

Sono appena tornato a casa e mia moglie mi ha detto che il nastrino rosso normalmente si usava con i bambini, i neonati specialmente. Questo per difenderli dal malocchio della “zia invidiosa”. Non fate gli innocenti, ogni famiglia ne ha una di amargada, e se non ce l’avete siete voi. 

Ojo de venado, l’amuleto per i bambini

Ah, mia moglie ha aggiunto: “Ya entiendo porque empecé a ver árboles con moñitos rojos. Pinche gente”.

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Pozole, una minestra all’ennesima potenza

Stavolta vi parlerò di un piatto fondamentale per il mese patrio (settembre) che è appena passato, il pozole.
In parole poverissssssime, il pozole è un brodo molto pesante. La prima volta che l’ho mangiato è stato al secondo giorno qui in Messico, nel ristorante “casa de Toño”, che dovrebbe essere proprio bravo nel prepararlo. Be’, quella volta mi sono concentrato molto di più sui totopos che erano gratis e infiniti. Praticamente, se mi permettete la metafora, i grissini mi sono piaciuti più della pizza. Detto questo, vi potrà sembrare incredibile tutto l’entusiasmo che i messicani sentono quando è il momento di mangiarne una porzione. In realtà questo brodo è così pieno di altre cose che perde molto presto la propria mediocrità di minestrina! 

Pozole “bianco”, di pollo

Il suo nome deriva dalla parola nahuatl che indicava il bollito o la schiuma, il piatto infatti può diventare “spumoso” mentre si prepara con il mais. Le due versioni più frequenti sono con brodo di pollo o di carne di maiale. A questo si aggiungono “un chingo” di ingredienti, che ne fanno il sapore reale: salsa piccante a piacimento, ravanelli, insalata sminuzzata, cipolla, origano, limone. Il piatto si mangia accompagnato da tostadas, che sono delle tortillas fritte fino a diventare croccanti. Si cospargono di crema (panna da cucina) e ci si mette anche del formaggio sbriciolato. Ora, immaginate di mangiare il pozole intervallandolo da tostadas farcite. Ci si riempie subito, ma è proprio buono!

Pozole “rosso” di maiale


Ora andiamo alla nota macabra. Il pozole originalmente usava un altro tipo di carne, quella umana. Questo piatto veniva infatti servito all’imperatore, ai nobili e ai guerrieri accompagnandolo con la carne di una coscia (di persona). 


Personalmente preferisco il maiale. 

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A una settimana dal sisma

È passata una settimana esatta dal terremoto più brutto che questo paese abbia visto negli ultimi 32 anni. Siamo ancora tutti un po’ scossi (perdonatemi il patetico gioco di parole, è stato involontario). E la maggior parte delle mie lezioni è diventata una sorta di terapia di gruppo. Parlando di come l’abbiamo vissuto e di cosa abbiamo pensato, abbiamo esorcizzato le nostre paure. Personalmente, l’unica cosa che mi è rimasta è una sorta di sfasamento dell’equilibrio, ogni volta che mi alzo, mi siedo, mi stendo, comincio ad avere un leggero giramento e devo sempre controllare il lampadario o qualcosa di leggero per vedere se si muove e rassicurarmi sul fatto che sono io e non un altro terremoto. Anche un altro studente ha la stessa cosa quindi immagino sia “normale”. E quando devo dare lezioni al piano 12 mi viene molta ansia e non vedo l’ora che finisca per tornare al piano terra. 

Dal punto di vista scientifico, sembra che il terremoto di martedì, che già cominciano a chiamare col codice di 19S, dalla data, non fosse un sisma “regolare”. Se vi ricordate ho scritto che uscendo dall’edificio ho ascoltato l’allarme sismico, questo è perché il terremoto è arrivato prima dell’allerta. Di solito i terremoti sono causati dagli scrontri tra le placche tettoniche, no? Lo avete visto tre o quattro volte nei corsi di scuola elementare e media. Be’, in questo caso non è stato uno scontro, è stata una rottura dentro una placca. La placca di Cocos si è rotta quindi il movimento è stato come un salto in giù, invece di una spinta in orizzontale, detto in parole povere. Per questo ha sorpreso tutti i sismografi, che di solito riescono ad avvisare i terremoti “normali”. 

Vedete l’immagine? La placca di Cocos è infilata sotto la placca nordamericana. E si è rotta nella zona centrale del Messico, sotto un’altra placca!

I centri di acopio, cioè i centri di raccolta dei viveri, vestiti, medicinali e ogni altro genere di primo soccorso stanno ancora funzionando a pieno ritmo in città…forse anche troppo. Uno studente che ci è andato il sabato ha detto che ci sono “tanti generali e pochi soldati”, cioè tante persone che sono lì per “organizzare” e poche per fare. Effettivamente anche fare solo atto di presenza potrebbe calmare i sensi di colpa o la sensazione che si deve fare qualcosa per aiutare. I modi per farlo restano ancora vari, dalla donazione ad organismi pubblici o privati, a donazioni ai singoli cittadini, alla consegna dei viveri direttamente nel posto di raccolta. Ogni metodo porta però con sé alcuni dubbi. Esempio, alcuni centri di raccolta sono già strapieni di viveri e hanno bisogno di strumenti come picche, pale, caschi di emergenza o gilet, così se vuoi consegnare cibo non lo possono accettare e ti mandano ad un altro posto. Se invece cerchi di consegnare gli aiuti direttamente nella zona dei bisognosi, tipo in un villaggio di Puebla e Morelos, i più lontani da raggiungere, i tuoi aiuti possono essere “requisiti” dalla Marina militare. A livello teorico la loro ridistribuzione per mano dell’esercito è abbastanza giustificabile. Vogliono centralizzare gli aiuti e usare un criterio più razionale per sapere cosa mandare e a chi. In realtà, l’iniziativa privata ha praticamente fatto tutto nei primi giorni. Il rischio è che gli aiuti vengano strumentalizzati o politicizzati. È un attimo attaccare un adesivo al cibo per mostrare che è stato donato da qualche merda di governatore. O portare tutto in ritardo, perché bisogna organizzarlo, o addirittura vendere la merce regalata. È già successo, non è che sto esagerando. Per questo vari messicani hanno manomesso la merce, cancellando il codice a barre o mettendo scritte di minaccia come “sono stato regalato, se mi vendi ti spacco la testa”. 

Alla radio sono comparse pubblicità gloriose riguardo all’esercito e alla Marina, per aumentare la fiducia dei cittadini. “Sapete benissimo cosa dovete fare e come farlo”, recita un attore nella parte di un generale. No, non ti credo. 

La televisione messicana, Televisa, si è macchiata di ridicolo, come è già successo altre volte. In uno scavo tra le macerie di una scuola si sono inventati l’esistenza di una bambina, Frida Sofia, che in teoria sarebbe stata a un soffio dalla salvezza. Hanno tenuto incollati alla TV milioni di persone, poi si è scoperto che la bambina non era presente nella lista degli iscritti in quella scuola ed è caduto tutto il baraccone. Bastardi infami. 

Il popolo ha fatto girare una petizione in cui si chiede ai politici di rinunciare al finanziamento pubblico per l’anno prossimo, che sarà anno di elezioni. Le firme hanno battuto il record di velocità nel sito Change.com, superando il milione nel primo giorno. I partiti non vogliono saperne nulla e l’organismo preposto alle elezioni ha detto che questa procedura sarebbe illegale. Poi ha cambiato idea e ha detto che no, non lo sarebbe. Il Pri, attualmente al governo, ha promesso di stanziare i finanziamenti restanti dell’anno in corso. Güey, siamo a fine settembre! Praticamente stanno regalando briciole per non dare la pagnotta. Gli altri partiti sono ancora in un gelido silenzio o menano il can per l’aia dicendo frasi vuote e senza conseguenze pratiche.

Altre note un po’ più positive sono le brigate che da varie parti del mondo hanno raggiunto il Messico per aiutare nella fase critica del salvataggio dei sopravvissuti. Giappone, Israele, Canada, Cina, Germania, Spagna, Francia, Stati Uniti e quasi tutti i paesi dell’America Latina hanno mandato delle truppe di soccorso ben addestrate. Ci sono stati anche dei protagonisti inconsapevoli, i cani da soccorso. I cani della Marina sono diventati presto i beniamini di questo periodo di crisi. In particolare spicca fra tutti Frida, un Labrador responsabile del salvataggio di più di 50 persone fra il terremoto di Chiapas e quello della settimana scorsa. Si sta già pensando di costruire un momento in onore ai gloriosi canidi. Curiosità: i giapponesi sono rimasti impressionati dalla cagnetta e pure la televisione giapponese l’ha lentamente trasformata in un idolo. Tristemente hanno confuso il nome. Essendo il cane addestrato dalla Marina, porta sempre con sé un gilet di questo corpo militare. Così, i nipponici hanno finito per chiamarla Marina San. 


(Immagini da internet)

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19 settembre 1985-2017

Avevo già scritto un articolo per oggi ma come è già capitato altre volte, la cronaca mi ha sorpassato. Ieri era l’anniversario del mega terremoto dell’85. Da vari anni, in questa ricorrenza si effettua una simulazione di evacuazione. Con calma, sorrisi, gente pacifica che è contenta di perdere almeno 30 minuti di lavoro. Due ore dopo, all’una, io finisco una lezione al piano 12, scendo al lobby dell’edificio e prendo la sala dove avrò la prossima lezione. Arriva il primo studente e cominciamo a chiacchierare, aspettando gli altri due. E in quel momento, sento un po’ di vertigine e gli dico che sta tremando la terra quindi con passo spedito ci avviamo verso l’uscita. Normalmente per rassicurarmi che sia un terremoto sempre guardo verso l’alto, i lampadari o le insegne che ballano. Stavolta non è stato necessario, perché il rumore era molto forte. Le tende sbattevano contro i vetri, le bandiere contro gli edifici. Verso la porta a vetri rotatoria, tutto stava suonando, probabilmente era la porta stessa che si muoveva nel poco spazio disponibile fra i ganci e le altre uscite a vetri. Ho preso bene il ritmo e sono riuscito ad uscire, perché potete ben immaginarvi che una porta rotatoria a vetri può trasformarsi in una trappola in caso di panico, o puoi terminare ferito. Effettivamente, non so perché gli stupidi poliziotti di sicurezza non abbiano reso subito disponibili alternative per correre fuori. Inutili. Subito fuori si ascolta chiaramente l’allarme sismico. 

Cominciamo ad aspettare. In quel momento vedo correre anche mia moglie che sembra avesse appena finito di pranzare alla mensa aziendale. Rimaniamo fuori aspettando il da farsi. Passano i minuti e la situazione si calma ma l’edificio ha un’emorragia di ingegneri e continuano ad uscire. Per regola, tutta la gente che è sopra il piano due non può uscire, deve rimanere lì finché riceverà il via libera. Ora, immaginate chi era al piano sedici. Più sei in alto, più l’edificio ballerà in maniera violenta. Mio cognato era al piano venti del suo edificio e dice che è stato orribile. Passati quaranta minuti, alcune persone cercano già di andarsene ma nella parte dove le macchine hanno la precedenza, ci sono centinaia di impiegati da tutti gli altri edifici, e non possono andare via. Quando sono ormai passati trenta minuti, mi arrischio a rientrare perché avevo lasciato sul tavolo tutte le mie cose, e pure lo studente deve riprendere i suoi libri. Infatti, l’occasione fa l’uomo ladro. Va bene che la sicurezza è la priorità, ma ricordate che siamo circondati da avvoltoi che alla prima occasione si rivelano, e alcuni sono in giacca e cravatta. Con lo studente corro dentro e mi infilo nella sala, nessun poliziotto mi ferma (altro PESSIMO segnale a dimostrare la loro incapacità) raccolgo in fretta i miei averi e ne usciamo. Aspettiamo, aspettiamo e la situazione si rivela abbastanza grave, perciò dicono di terminare lì la giornata lavorativa e tornarcene a casa perché gli ispettori alla sicurezza dovevano verificare le condizioni dell’edificio. Mi si avvicina un ex studente che vive poco lontano da me e mi chiede un passaggio, allora presa la macchina ci avviamo al ritorno. Il viaggio è lungo perché c’è molto traffico, le scuole stanno facendo uscire tutti, gli impiegati pure, e tanta gente è per strada aspettando il da farsi. Ogni ponte che prendiamo sentiamo un po’ di nervoso perché siamo preoccupati della sua stabilità, ma tutto va bene. A casa, trovo che non c’è più la luce e varie cose sono cadute, tazze rovesciate, lo specchio del bagno è sul lavandino, cappelli, libri, bottiglie di plastica. Cazzo, è stato proprio forte. Un cane “se cagò” dalla paura. Controlliamo rapidamente la struttura e vedo che solo ci sono crepe nell’intonaco. Allora cominciamo a comunicarci con tutti. Sì perché una cosa che va detta è che subito dopo una gran emergenza, la cosa più necessaria (le comunicazioni) va in tilt. Le chiamate e i messaggi vanno a scatti o si interrompono all’improvviso, creando ancor più panico in chi sta cercando di avere notizie dai familiari. Dopo un’ora, torna la luce e con quello possiamo collegarci e sapere molte più informazioni. È stato un terremoto del 7.1, quindi “non apocalittico” dal punto di vista messicano. Poche settimane fa se ricordate ne abbiamo avuto un altro, che ha colpito Oaxaca e la penisola di Yucatàn ed era di più di otto gradi. La differenza è che stavolta era più vicino, l’epicentro era fra Morelos e Puebla e questo ha fatto sentire molto forte le scosse nella vicina capitale. Per lo stesso motivo, l’allarme sismico è stato “inutile”. Vi spiego come funziona: mettete che c’è un terremoto in Guerrero o Yucatàn. Mentre quelle zone sono flagellate dal sisma, parte subito l’allarme alle regioni vicine. Scattano le sirene negli Stati confinanti, e il terremoto vi si avvicina. Quando arriva un terremoto in Guerrero, hai tipo 30 secondi di tempo per uscire se vivi nella capitale. Sono moltissimi, se sei già al primo piano. Quando arriva nella zona di Puebla, i secondi sono molti meno e a volte l’allarme suona quando il terremoto si sta già sentendo. 

Alla fine, abbiamo le notizie ufficiali, sono caduti vari edifici fra cui alcune scuole, un supermercato e varie chiese. Ragazzi, va benissimo essere religiosi, ma porca troia, se sta tremando la terra, non cadete in ginocchio per pregare più intensamente se siete dentro una chiesa, correte fuori, o verrete schiacciati dall’edificio stesso, come è successo vicino a Cholula. Durante la notte sono continuati i soccorsi perché la gente da sotto le macerie stava mandando messaggi col cellulare. Altra cosa che va tenuta in conto durante le emergenze sono gli sciacalli. Sono state riportate varie persone che derubavano i pedoni in alcune vie della città, e altre persone si fingevano della protezione civile e con la scusa di “verificare l’edificio” si facevano aprire la porta per derubare gli ingenui. Quando ancora sei nervoso o in panico, si abbassano le difese e stupidate come queste possono diventare pericoli reali, d’altronde ci sarà sempre qualcuno che nel dolore e nel fango ci grufola perché di quello è fatta la sua anima. 

Per ora il numero dei morti è di 216, anche se saprete bene che il numero crescerà nei prossimi giorni. In ogni caso, vista la zona conurbata colpita, sono “pochi”. Questo perché la maggior parte degli edifici sono a prova di sismo e la gente è comunque preparata, ogni gruppo di impiegati ha un “brigadista”, un ragazzo che si prepara e che diventa un leader temporaneo quando c’è un incendio o un mooooooooolto più frequente terremoto e dirige l’operazione di salvataggio e controllo. Perciò, è andata relativamente bene!

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A zonzo, il Nevado e Metepec

Periodicamente mi trovo con un gruppo di amici per fare delle camminate lunghe, intendo sui 30 km. Stavolta, complice un altro ragazzo di Toluca che in teoria doveva venire (e che invece ha paccato) abbiamo deciso di realizzare il tragitto in zona Edomex. Un bellunese di Toluca (ebbene sì, possono esistere anche queste creature mitologiche) ci ha consigliato di provare il monte Nevado, un vulcano spento con delle lagune nel cratere ormai freddo. Io sono checca quindi vedendo il meteo che prevedeva piogge di intensità crescente col passare delle ore, ho consigliato di annullare o trasformare il tutto in qualcosa molto più borghese. Però NOOO, puros machines quindi alla fine abbiamo realizzato il giro. Il gruppo era composto da un poblano godinez, il sopracitato bellunese toluqueño, un furlan-siciliano di Xochimilco e il sottoscritto, un magnagati del Desierto de los leones. La compagnia dell’anello in confronto erano quattro amici al bar. 

Così, siamo partiti prestissimo con la pioggerellina a darci il benvenuto. Avvicinandoci al vulcano effettivamente la pioggia ha smesso di cadere ed è stata sostituita da un nebbione fitto, che probabilmente era fatto da vere e proprie nuvole dato che stavamo salendo di quota. Il monte raggiunge infatti la (‘uta madre) altezza di 4600 metri. 


Con la macchina guidata dall’ibrido furlano-siculo, siamo arrivati fino al punto più alto raggiungibile in auto. E c’era gente! Degli arditi che correvano nell’atmosfera di Silent Hill e degli atleti amatoriali pronti alla scalata. Jacopo il bellunese mi ha anche passato delle racchette da camminata per aiutarmi dato che mi hanno operato da poco un’ernia e non volevo che esplodesse in alta quota. Sai che bello. Ignorando il freddo, siamo partiti. In poco tempo (credo meno di mezz’ora!) abbiamo raggiunto il bordo del cratere. Teoricamente da lì si poteva già aver una vista splendida, peccato che il clima ci dava solo un muro grigio e spesso di nebbia. Allora abbiamo cominciato la discesa verso il cratere per raggiungere i due laghetti. Però, la prima parte della discesa ha un leggero grado di pendenza, e lì riappare il mio lato checca. Per chi non mi conosce bene, io ho un panico stupido e innecessario per le discese. Scale o sentieri, montagne russe, tutto quello che va in giù. Ho scoperto che si chiama climacofobia ma questo non mi restituisce dignità, quindi posso solo dire sono patetico perché ho la climacofobia. Quindi, con racchette e tutto, mi sono bloccato, e ho deciso di rimanere sul bordo del cratere invece di scendere.


 Gli altri tre han potuto continuare il tragitto mentre io osservavo la fauna alpinista locale. Ho scritto bene, alpinista, non alpina. Vari gruppetti sono arrivati e mi hanno trovato imbacuccato e orgoglioso del mio poncho impermeabile. Prendendomi per una guida locale o per un segnale vivente, mi facevano domande riguardo alla distanza che manca, alla “vista che non si vede”, al grado di difficoltà. Con enorme grazia, davo le informazioni che Jacopo ci aveva comunicato mentre arrivavamo sul posto. Potevo quasi chiedere dieci pesos a risposta. Ho visto di tutto, un gruppo di statunitensi con una Polaroid, un allenatore spagnolo che istigava a correre un cicciottello messicano, famiglie senza nessuna preparazione che raggiungevano il cratere per poi tornare subito al campo base, rinunciando ai laghi, arzilli vecchietti che sono tre volte più agili di me, ragazzini che salgono sul monte portandosi dietro (e coprendosi con) una coperta, come Linus. Periodicamente ripartiva la pioggerellina ma con l’impermeabile mi faceva “lo que el viento le hace a Juárez”.
Al ritorno dei prodi, cominciamo la discesa e presto siamo in macchina a riscaldarci mentre torniamo alla civiltà. Per rifocillarci andiamo verso Metepec, un pueblo magico. Sapete che l’Italia ha i Borghi? Sono cittadine scelte per la loro bellezza architettonica e il grado di conservazione (tipo Asolo). Be’, la versione messicana si chiama appunto pueblos magicos e ricevono finanziamenti federali per mantenersi belli, coloriti e puliti. A volte la colorazione eccessiva dà un po’ l’idea di pacchiano o di essere in un parco a tema, ma credo sia inevitabile. Diciamo che Metepec in alcune parti somiglia a Coyoacan ed è specializzata in artigianato del barro. Siamo andati in una cantina (taverna o osteria) gestita da una donna minuscola con una folla di clienti in attesa. Noi abbiamo avuto la botta di culo di entrare in un momento di calma e abbiamo provato il liquore locale, la garañona. Il sapore è come di limoncello. Buono! 


Più tardi abbiamo mandato in vacca l’italianità e la mascolinità provando una bibita fatta di vino rosso e birra scura, stranamente gustosa. Abbiamo finito il giorno in direzione Toluca, ma vi parlerò di questa città un’altra volta.

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“Odio la musica spagnola!” Bene ma non è spagnola

Piccola puntualizzazione, approfittando dell’arrivo di settembre e la fine dell’estate mentale italiana. In questo articulo parlerò di molte canzoni, e le citerò per nome, se non avete idea di cosa stia dicendo vi consiglio di cercarle su YouTube, tante volte il ritmo è conosciutissimo anche se a nessuno gliene frega un cacahuate di sapere come si chiamano.  

Tuuuutte le estati, per chi non lo sapesse, avviene l’apertura della diga atlantica. La diga è quella che divide la musica del continente latino dall’Europa. Bene, con l’arrivo del primo caldo, una marea di reggaetoneros si riversa sul vecchio continente. Questo fenomeno si svolge puntuale e temuto già da parecchi anni, e con il finire del caldo la diga comincia lentamente il processo di chiusura. Per questa ragione gli italiani sono ormai abituati a collegare musica da spiaggia con musica latina. Ma qui c’è un cortocircuito che vorrei cercare di evitare: non è “musica spagnola” né di cantanti spagnoli. Vari meme possono mostrare agli ignari messicani italofoni questo tipo di errore. 

Cerchiamo di spiegarne il motivo. Per la maggior parte degli italiani, ascoltare qualcuno parlare spagnolo lo identifica automaticamente con la penisola iberica. Poco importa che ci siano milioni e milioni di persone (approssimativamente 600) che vivono in questo continente, parlano spagnolo e che non hanno nulla a che fare con la Spagna. Aggiungete a questo una valanga di ignoranza nel Belpaese e il gioco è fatto. Per carità, l’ignoranza è qualcosa di terribile ad ogni latitudine e longitudine, ma il nostro paese ne è il campione (vedi statistiche sull’analfabetismo di ritorno e analfabetismo funzionale, sono da rabbrividire). 
Allora, facciamo un po’ di chiarezza. Possibilmente una delle primissime bombe latine arrivate in Italia è stata la Macarena. 

Come dimenticarla? Se ancora oggi c’è gente che ne ricorda i passi. Be’, gli autori sono effettivamente spagnoli. Poi arriva La camisa Negra di Juanes, colombiano. Altra bomba (stavolta bella, mi è piaciuta un sacco) è stato Bonito di Jarabe de Palo. Barcellona, Spagna un’altra volta. 

In quegli anni arrivano altri mostri sacri della musica latina, Ricky Martin (Portorico, America centrale) e Shakira (Colombia, America del Sud, anche se in Italia arriva la versione che canta inglese e poche scarne frasi in spagnolo). Poi le tre gatte morte di Asereje (Spagna). Arriviamo alla canzone Gasolina (sì che l’avete già ascoltata, non fate i güey) di Daddy Yankee, Portorico. 

È questo l’inizio della fine perché sdogana il Reggaeton in Italia. Altro genere (falsamente si considera di musica in inglese) è quello che porterà Pitbull, che è statunitense di origine cubana e che parla e canta come pocho (i latini negli USA che parlano una lingua ibrida inglese-spagnola). Mio dio, mi sono appena reso conto che sono un pocho italiano. Da lì in poi i cantanti latini che avranno più successo nelle spiagge dello Stivale sono quasi tutti del continente americano, e con la Colombia e il Portorico come epicentro, vedi gli ultimi Maluma e Luis Fonsi (Despacito). Mi sa che dal Messico è arrivata solo Paulina Rubio con Y yo sigo aquí. 

L’unico che resiste tenacemente e che sì è spagnolo è Enrique Iglesias. Perciò, la prossima volta che volete parlare delle “canzoni dell’estate”, è meglio se dite “Odio la musica latina” invece di “Odio la musica spagnola”.

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